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La grigia Europa può risorgere se supera l’Ossessione del Declino
di ANDRÉ GLUCKSMANN
tratto dal Corriere della Sera del 30 gennaio 2012
L’ anno 2012 finisce consacrando, senza contestazione possibile, la Merkel regina (senza re) dell’Unione europea (che non è tutta l’Europa). La
tradizionale «coppia» franco-tedesca appartiene a un passato superato. Afflittada una sinistra ancora divisa, da una destra che non lo è di meno, la Francianon ha più peso, le sue liti interne prevalgono sull’ avvenire collettivo dei 27 membri dell’Unione. Da oltre 20 anni, la «Francia del no» si rinchiude in se stessa: aggressivamente persuasa di esere maggioritaria, paralizza le élite
timidamente prò europee. Rimasta sola al comando, la Germania merita i propri successi. Dal 1989, integra i 17 milioni di ex tedeschi di un Est sovietizzato; nessun Paese d’Europa occidentale ha fornito uno sforzo così generoso, mentre tutti si lamentano di non poter trasformare le loro banlieue più sfavorite e le loro periferie abbandonate. Quando i nostri esperti evocano la buona salute
dell’economia tedesca, risalgono appena alle riforme Schròder promulgate all’inizio degli anni Duemila, ma dimenticano che esse si iscrivono nella lunga durata della Germania federale a partire dal dopoguerra In Europa, soltanto il Partito socialdemocratico e i sindacati tedeschi furono capaci di assimilare le lezioni del 1933. Solo loro si liberarono — ufficialmente, a Bad Godesberg nel 1959 — dal desiderio suicida di condurre la lotta di classe «fino in fondo», che favoriva l’impotenza della sinistra e il disordine generale. Il segreto del successo tedesco non è dovuto all’abbandono della lotta di
classe, ma al massiccio rifiuto dei sogni di dittatura proletaria e della lotta finale. Marx non aveva forse osservato che questa «lotta» sarebbe terminata 0 con la vittoria di uno dei due campi, proletariato contro borghesia, 0 con il crollo di entrambi? I tedeschi, grazie a Hitler, hanno preso l’osservazione sul serio (spalleggiati in parte dal Piano Marshall) e sono in buona salute. Chi
non vuole dare retta a questa spiegazione di buon senso, ne inventa altre balzane. E talvolta cattive: Angela Merkel, con il ciuffo sugli occhi, guiderebbe il IVReich; l’invasione dei teutoni, stavolta economica, è
all’ordine del giorno; antifascisti di tutti i Paesi, unitevi! La bestia immonda avanza mascherata… Decisamente, i cliché sono duri a morire. A capo dei 27 Paesi che costituiscono la Ue —probabilmente l’insieme di
individui più ricco del mondo — la Germania, ed è un peccato, ignorale proprie nuove responsabilità. L’inopinato Premio Nobel conferito da Oslo ha sbalordito i cittadini europei. Di cosa si dovrebbero rallegrare? Di essere usciti dalla seconda guerra mondiale, della pace e della prosperità riconquistate nel loro dominio riservato? Tutto questo è vero, ma lontano. Perché consacrare una
storia vecchia, quando il presente moltiplica inutili errori? La crisi greca, che ha incendiato le finanze continentali, poteva risolversi con minor spesa. Quanto all’avvenire dei 27, esso resta incerto. L’opinionepubblica depressa ha snobbato il premio immeritato. Era ingiusto. Una civilizzazione merita onorificenze quando basala concordia sull’estinzione degli odi ancestrali che così a lungo nutrirono le sue conqui¬ste militari e le sue spedizioni coloniali. Ha quindi diritto a qualche incoraggiamento, quando non cede sulla democrazia, la libertà d’espressione e il diritto delle minoranze. Ma incoraggiamento soltanto, perché nulla è finito: i rigurgiti di xenofobia, il risveglio delle intolleranze religiose e comunitarie, tutta questa accozzaglia maleodorante incombe tuttora. Ere¬de dei Lumi, l’Europa potrebbe trovare la
forza di trascendere la confusione del momento. Ma ecco che l’ossessione del «declino» prevale. E gli abitanti del Vecchio continente si convincono di vivere in una fortezza assediata. Per i troppi
immigrati. Per la concorrenza dei Paesi emergenti. Per una mondializzazione quasi satanica. Non dobbiamo credere che l’europeo parta materialmente
sconfitto in anticipo; molte delle sue imprese, non solo quelle tedesche, conquistano il pianeta da un polo all’altro. Bisognerebbe però che i 27 non si
bloccassero politicamente a vicenda. Fu così che con totale disprezzo verso gli avvertimenti dei suoi alleati più vicini — i Paesi . baltici, la Polonia, l’Ucraina — il cancelliere Schròder organizzò il condominio russo-tedesco sull’energia europea Intronizzando il gasdotto «Nord Stream», assicurò a Gazprom il controllo assoluto sulla fornitura, quindi il controllo del consumo su tutto il continente. La
corruzione del Cancelliere socialista presto integrato nello stato maggiore del gigante del gas, non è che un dettaglio. Angela Merkel, conservatrice, ha continuato la stessa politica sostenuta dalla élite industriale. La Germania ha agito da sola infliggendosi una sudditanza volontaria. L’Unione ha perso in autorità. «Gigante economico e nano politico»: così era stata etichettata prima della caduta del Muro, la Repubblica federale tedesca Oggi, questa è la malattia dell’Ue. Ecco perché Putin può sfregarsi le mani, allorché perde la fiducia delle classi medie del suo Paese. Allorché la sua supremazia energetica va a rotoli, poiché il gas di scisto assicura l’autosufficienza degli Usa e presto della Polonia. La potenza Putin non è geofisica ma geopolitica riposa sulle ricorrenti rinunce dell’Ue. Durante la sua grande conferenza stampa annuale, il
20 dicembre scorso, l’uomo del Cremlino esultava; poco gli importavano il “Magnitsky act”, le reticenze di Washington 0 di Bruxelles: ormai il numero uno del continente è lui, Vladimir Vladimirovic, e non Angela l’ambivalente padrona di una Unione depressa. A quando la smentita?
tradizionale «coppia» franco-tedesca appartiene a un passato superato. Afflittada una sinistra ancora divisa, da una destra che non lo è di meno, la Francianon ha più peso, le sue liti interne prevalgono sull’ avvenire collettivo dei 27 membri dell’Unione. Da oltre 20 anni, la «Francia del no» si rinchiude in se stessa: aggressivamente persuasa di esere maggioritaria, paralizza le élite
timidamente prò europee. Rimasta sola al comando, la Germania merita i propri successi. Dal 1989, integra i 17 milioni di ex tedeschi di un Est sovietizzato; nessun Paese d’Europa occidentale ha fornito uno sforzo così generoso, mentre tutti si lamentano di non poter trasformare le loro banlieue più sfavorite e le loro periferie abbandonate. Quando i nostri esperti evocano la buona salute
dell’economia tedesca, risalgono appena alle riforme Schròder promulgate all’inizio degli anni Duemila, ma dimenticano che esse si iscrivono nella lunga durata della Germania federale a partire dal dopoguerra In Europa, soltanto il Partito socialdemocratico e i sindacati tedeschi furono capaci di assimilare le lezioni del 1933. Solo loro si liberarono — ufficialmente, a Bad Godesberg nel 1959 — dal desiderio suicida di condurre la lotta di classe «fino in fondo», che favoriva l’impotenza della sinistra e il disordine generale. Il segreto del successo tedesco non è dovuto all’abbandono della lotta di
classe, ma al massiccio rifiuto dei sogni di dittatura proletaria e della lotta finale. Marx non aveva forse osservato che questa «lotta» sarebbe terminata 0 con la vittoria di uno dei due campi, proletariato contro borghesia, 0 con il crollo di entrambi? I tedeschi, grazie a Hitler, hanno preso l’osservazione sul serio (spalleggiati in parte dal Piano Marshall) e sono in buona salute. Chi
non vuole dare retta a questa spiegazione di buon senso, ne inventa altre balzane. E talvolta cattive: Angela Merkel, con il ciuffo sugli occhi, guiderebbe il IVReich; l’invasione dei teutoni, stavolta economica, è
all’ordine del giorno; antifascisti di tutti i Paesi, unitevi! La bestia immonda avanza mascherata… Decisamente, i cliché sono duri a morire. A capo dei 27 Paesi che costituiscono la Ue —probabilmente l’insieme di
individui più ricco del mondo — la Germania, ed è un peccato, ignorale proprie nuove responsabilità. L’inopinato Premio Nobel conferito da Oslo ha sbalordito i cittadini europei. Di cosa si dovrebbero rallegrare? Di essere usciti dalla seconda guerra mondiale, della pace e della prosperità riconquistate nel loro dominio riservato? Tutto questo è vero, ma lontano. Perché consacrare una
storia vecchia, quando il presente moltiplica inutili errori? La crisi greca, che ha incendiato le finanze continentali, poteva risolversi con minor spesa. Quanto all’avvenire dei 27, esso resta incerto. L’opinionepubblica depressa ha snobbato il premio immeritato. Era ingiusto. Una civilizzazione merita onorificenze quando basala concordia sull’estinzione degli odi ancestrali che così a lungo nutrirono le sue conqui¬ste militari e le sue spedizioni coloniali. Ha quindi diritto a qualche incoraggiamento, quando non cede sulla democrazia, la libertà d’espressione e il diritto delle minoranze. Ma incoraggiamento soltanto, perché nulla è finito: i rigurgiti di xenofobia, il risveglio delle intolleranze religiose e comunitarie, tutta questa accozzaglia maleodorante incombe tuttora. Ere¬de dei Lumi, l’Europa potrebbe trovare la
forza di trascendere la confusione del momento. Ma ecco che l’ossessione del «declino» prevale. E gli abitanti del Vecchio continente si convincono di vivere in una fortezza assediata. Per i troppi
immigrati. Per la concorrenza dei Paesi emergenti. Per una mondializzazione quasi satanica. Non dobbiamo credere che l’europeo parta materialmente
sconfitto in anticipo; molte delle sue imprese, non solo quelle tedesche, conquistano il pianeta da un polo all’altro. Bisognerebbe però che i 27 non si
bloccassero politicamente a vicenda. Fu così che con totale disprezzo verso gli avvertimenti dei suoi alleati più vicini — i Paesi . baltici, la Polonia, l’Ucraina — il cancelliere Schròder organizzò il condominio russo-tedesco sull’energia europea Intronizzando il gasdotto «Nord Stream», assicurò a Gazprom il controllo assoluto sulla fornitura, quindi il controllo del consumo su tutto il continente. La
corruzione del Cancelliere socialista presto integrato nello stato maggiore del gigante del gas, non è che un dettaglio. Angela Merkel, conservatrice, ha continuato la stessa politica sostenuta dalla élite industriale. La Germania ha agito da sola infliggendosi una sudditanza volontaria. L’Unione ha perso in autorità. «Gigante economico e nano politico»: così era stata etichettata prima della caduta del Muro, la Repubblica federale tedesca Oggi, questa è la malattia dell’Ue. Ecco perché Putin può sfregarsi le mani, allorché perde la fiducia delle classi medie del suo Paese. Allorché la sua supremazia energetica va a rotoli, poiché il gas di scisto assicura l’autosufficienza degli Usa e presto della Polonia. La potenza Putin non è geofisica ma geopolitica riposa sulle ricorrenti rinunce dell’Ue. Durante la sua grande conferenza stampa annuale, il
20 dicembre scorso, l’uomo del Cremlino esultava; poco gli importavano il “Magnitsky act”, le reticenze di Washington 0 di Bruxelles: ormai il numero uno del continente è lui, Vladimir Vladimirovic, e non Angela l’ambivalente padrona di una Unione depressa. A quando la smentita?
COOPERAZIONE
Di seguito posto un quesito che mi è stato rivolto dall’amica Francesca Sgroi, Presidente Rotary Corsico Naviglio Grande, perchè penso che possa essere spunto per un’interessante discussione.
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Nnella situazione attuale, cosa ne pensi della cooperazione? Non potrebbe permettere di superare questo momento di crisi incentivandole? Non possiamo considerarla una buona combinazione tra liberalismo e liberismo? Perché non incentivare le società cooperative?