Archivi per la categoria ‘Economia’

La necessità di produrre nuovo valore

di Mauro Magatti
Sullo spunto della rielezione del presidente si è aperto un varco per un governo politico che punti a realizzare quei provvedimenti economici e istituzionali su cui c’è ampia con­vergenza Le incognite restano altissime e sarebbe in­genuo farsi illusioni. Ma il varco si intravede e occorre cercare di percorrerlo fino in fondo. Diciotto mesi fa si trattava di evitare il peggio. Oggi c’è bisogno di un governo per rilanciare l’economia e la società italiana, n governo do­vrà essere molto prammatico, viste le urgenze pressanti. Ma sarebbe un errore non porre gli interventi adottati nel quadro di un’idea di modernizzazione. Con il collasso del circuito finanziario mondiale è infatti il modello della crescita che sta cambiando. Non si tratta più, come nei due decenni precedenti, di mettersi nella scia di una dinamica espansiva che, trai­nata dalla finanza, si è immaginata illimitata. Quel movimento si è inceppato. E non è preve­dibile la sua riattivazione.

Nel dopo crisi la politica è tornata protago­nista. A partire dal governo della moneta. E non a caso, perché la crisi chiude il periodo storico avviatosi con la caduta del Muro di Ber­cio che vedeva gli Stati Uniti come unico soggetto dotato di una strategia economico-poli

tica planetaria. Oggi, pur con forti squilibri, il mondo è multipolare e ciò cambia la natura della concorrenza e della crescita.

I dati segnalano un arretramento dei flussi finanziari transnazionali (meno 60% dal 2007). Potrebbe essere il segno di un’inversio­ne del processo di globalizzazione. Ma più probabilmente si tratta di un assestamento, che segna l’ingresso in una nuova fase storica, caratterizzata da due elementi.

Il primo è la necessità di riscrivere alleanze. Se, negli anni alle nostre spalle, l’espansione finanziaria ha stimolato processi di adattamen­to individualistico a opportunità crescenti, la nuova fase chiede collaborazione. A livello di singola impresa, di territorio, di Paese, di con­tinente, nel «mare» della «seconda globalizza­zione» sopravvivranno quelle comunità (poli­tiche) che sapranno riscrivere il loro modo di stare insieme. In un mondo in cui le risorse tornano a essere scarse e la competizione si fa più serrata, occorre mettersi insieme non per chiudersi, ma per aprirsi, e segnatamente per avere qualcosa da offrire al mondo.

La seconda novità è la necessità di tornare a produrre valore. Nella rase storica alle no­stre spalle, il problema c’era, ma meno pres­sante. In fondo, l’espansione finanziaria ha oc­cultato il punto (vedi in Italia con il debito pubblico): per crescere bastava farsi portare dalla corrente. Oggi, invece, se non si produce valore, la crescita semplicemente non c’è più. Con il rischio di sprofondare. Ovviamente, il termine valore ha un duplice senso: valore economico, cioè redditività e produttività; ma anche valore come senso e significato.

Si apre così una nuova stagione di moder­nizzazione. In cui si deve riscoprire che nessu­no è un Io compiuto a prescindere da ciò che gli sta attorno. E che nessuno può pretendere dagli altri quello che per primo non è in grado di dare. Ciò comporta andare oltre l’idea di un’economia centrata sul consumo a favore di un’idea economica capace di produrre valore, e cioè qualità, sostenibilità, buone relazioni, conoscenza, integrazione, efficienza.

E nuovo governo difficilmente potrà tra­ghettare il Paese verso il nuovo. Ma potrà ave­re un ruolo fondamentale nello scandire un cambio di passo, creando le premesse di un vero e forte rilancio. Le crisi sono sempre odiose e pericolose. Ma, se ascoltate, sono an­che preziose, nella misura in cui ci aiutano a correggere le nostre distorsioni e a cercare so­luzioni e assetti più avanzati. È tempo che l’Ita­lia abbia un governo che cominci ad aprire le porte del futuro.

 



 

Lo spirito liberale e i pericoli economici

Dalla Rubrca   “Il Dubbio” del Corriere della Sera di sabato 21 lugio   a firma Piero Ostellino  posto di seguito un interessante articolo sicuro possa essere di interesse per molti

Lo spirito liberale e i pericoli economici

Non facendo le riforme utili il governo ha tagliato il ramo su cui era seduto

Lo spread è l’ indicatore della fiducia dei mercati nella capacità degli Stati indebitati di restituire i soldi avuti in prestito. Uno dei «fondamentali» che misura tale capacità è il rapporto debito-Pil. Paesi con un debito pubblico non inferiore a quello dell’ Italia hanno uno spread minore perché il loro rapporto fra debito e Pil è migliore del nostro. Probabilmente, il nodo verrà al pettine quando l’ Italia chiederà l’ intervento dello scudo anti-spread e la Germania vorrà sapere quali sono i «fondamentali» con i quali legittima la richiesta. Ma, lasciando correre il debito, che è ulteriormente cresciuto negli ultimi mesi; con la politica fiscale che ha depresso il Pil; non facendo le riforme «utili», il governo ha tagliato il ramo sul quale stava seduto.

 Al Corriere siamo in tre – il duo Giavazzi-Alesina e il sottoscritto – a chiedere riforme che riducano l’ eccessiva invasività dello Stato. Il governo cerca di arrivare a una riduzione della spesa attraverso la spending review; che, dietro il dito della formulazione inglese, nasconde la sua scarsa efficienza. Offre acqua fresca a un cavallo, il mercato, che ormai pare non sia neppure più in condizioni di bere. Gli altri media, di riforme liberali, manco parlano.

 Incidentalmente: nella sua omelia domenicale, il fondatore di Repubblica – interprete dell’ elitarismo antipopolare neoazionista e del pauperismo ideologico berligueriano – si è chiesto dove siano finiti i liberali e ha concluso che, forse, ne è rimasto uno solo, Ostellino; aggiungendo che «con Ostellino non si va lontani».

Ringrazio del complimento (che non merito), e gli dò ragione sulla seconda parte del giudizio. Ostellino non è mai andato così lontano da scrivere, come ha fatto lui, che l’ Urss avrebbe superato gli Usa anche nei consumi privati e che De Mita avrebbe trasformato l’ Italia nella Svizzera. L’ «austerità etica» neoazionista, antimodernista e (persino) antindustriale, ci avrebbe impedito di avere la tv a colori e scoraggiò la costruzione di garage sotto le case, col risultato che è sotto gli occhi di tutti: le strade delle nostre città, trasformate in parcheggi, dove non si gira più neppure a piedi. Quella pauperista berlingueriana ci avrebbe ridotti a Paese di socialismo reale.

Si dice che gli anziani ricordino episodi lontani nel tempo meglio di quelli più vicini. Ma «il fondatore» mostra di non essere invecchiato affatto: era così pure quand’ era giovane. Può ingannare qualcuno, qualche volta; ma non tutti, e sempre. C’ è chi lo legge – da sempre e sempre con diletto – e non dimentica ciò che ha scritto. Fra costoro, c’ è Ostellino; che è aperto alle critiche alle proprie idee e tollerante verso quelle degli altri, ma col quale non è sempre consigliabile prendersela per partito preso e, tanto meno, personalmente, col proposito di screditarne le convinzioni; meglio, prima, averci pensato su una decina di volte. E, poi, magari, non farlo.

Ostellino Piero

Gli Stati nazionali e la verità (scomoda) di chi non sa accettare i propri errori

Posto un articolo di Piero Ostellino pubblicato sul Corriere della Sera domenica 22 luglio 2012 perchè penso possa suscitare interesse

Da noi si continua a ripetere che i problemi sono dovuti all’ evasione fiscale e non agli errori commessi Manca la capacità culturale, prima ancora che la volontà politica, di affrontare e risolvere la crisi

Se, fin dall’ inizio, i Paesi indebitati, e in pericolo di bancarotta, avessero riconosciuto che la (cosiddetta) crisi dell’ Ue era la somma delle loro singole crisi nazionali e vi avessero posto rimedio, il futuro dell’ euro non sarebbe, oggi, in discussione. Ma, accettare tale (scomoda) verità, avrebbe comportato la necessità di fare quelle riforme la cui assenza è la causa prima delle loro crisi.

 All’ origine della decisione di Giorgio Napolitano di affidare a un governo tecnico la soluzione dei problemi che i governi politici avevano prodotto, e non risolto, c’ era, probabilmente, l’ intuizione che la vera natura della crisi fosse questa. Ma il governo dei tecnici – a parte quelle delle pensioni e del lavoro – fa ancora attendere le riforme che ci si aspettava da lui. Con l’ incrudimento della pressione fiscale, ha depresso il Pil, mentre, negli ultimi sei mesi, continuava a crescere il debito pubblico.

 L’ accentuato squilibrio del rapporto fra debito e Pil ha prodotto una ulteriore caduta di credibilità del Paese. Lo spread è balzato a quota 500, rivelando che i mercati credono sempre meno alla capacità dell’ Italia di restituire i soldi a chi ne ha finanziato il debito.

Dopo la bancarotta greca e quella (sempre più reale) della Spagna, e di fronte all’ aumento dello spread fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi – che prospetta la possibilità di fallimento anche dell’ Italia – si commette, ora, lo stesso errore. Si fanno discendere dall’ Ue le cause dell’ aggravarsi delle singole crisi nazionali e ci si aspetta che sia l’ Ue a risolverle.

L’ Europa – sotto la spinta della Germania – attende invece siano i Paesi indebitati a risolvere le loro crisi nazionali, facendo in modo che la loro soluzione (ri)salga verso l’ Ue e scongiuri la crisi dell’ euro.

Stati nazionali e Ue sono in una situazione di stallo dalla quale paiono incapaci di uscire.

Manca la capacità culturale, prima ancora che la volontà politica, di affrontare, e di risolvere, il problema. Pesano sull’ Europa il vizio d’ origine – la natura razionalista e verticista della sua nascita – e sugli Stati nazionali l’ eredità novecentesca dello statalismo e del dirigismo come soluzione delle crisi economiche, mentre il senso comune suggerirebbe al potere pubblico, in questi casi, di non far nulla, lasciando alla società civile di risolverle pagandone il prezzo (la «distruzione creativa» di cui parlava Schumpeter a proposito del capitalismo). Da noi, c’ è inoltre chi, da parte pubblica, continua ad attribuire all’ evasione fiscale i nostri guai.

 Ora, che l’ evasione sia troppo alta e debba essere combattuta è un fatto; ma far risalire ad essa l’ abnorme ammontare del debito e l’ aumento delle probabilità di una sua crisi è truccare le carte.

 Sono stati commessi molti errori e si sono accumulati molti ritardi nel correggerli. Maggiore chiarezza, onestà e coraggio intellettuali nel riconoscerlo – soprattutto verso chi le tasse le paga – non guasterebbero. È chiedere troppo al governo – non fosse perché la sua esperienza dovrebbe chiudersi con le elezioni politiche del 2013 – di farsi interprete di questa inderogabile, e ormai improcrastinabile, verità?

Ostellino Piero

TAGLI E PROSPETTIVE

Posto un articolo di  Francesco Rizzo tratto dalla Newsletter quindicinale  di Società Libera del 10 luglio 2012 perchè penso possa suscitare interesse e favorire una discussione.

TAGLI E PROSPETTIVE

di Francesco Rizzo

 Non ho ritenuto di far parte del coro acclamante il governo Monti non avendone condiviso strategie e provvedimenti. Otto mesi di politica recessiva che ha fiaccato l’attività produttiva, fatto levitare il tasso di disoccupazione a livelli di allarme sociale, tolto definitivamente le prospettive di vita e di lavoro ad un’intera generazione di giovani. L’accanimento è stato tale che induce al dubbio che la recessione sia stata una scelta scientemente operata per riallineare al basso l’economia del nostro Paese. Eppure i reali problemi dell’Italia dovevano essere già noti ai “Professori” prima del loro insediamento: un debito pubblico pari al 120% del PIL e una spesa pubblica che nel 2011 ha superato il 50% del Prodotto Interno Lordo. Cifre impressionanti e folli che “uccidono l’economia”. Nel frattempo il governo Monti si è misurato anche sul campo delle riforme strutturali di cui l’Italia ha prioritario bisogno producendo nell’ordine una riforma del mercato del lavoro che dopo mesi di “taglia e cuci” alla ricerca di un improbabile consenso generalizzato ha indotto il Presidente di Confindustria a definirla, sia pure folcloristicamente, una “boiata” e una riforma delle pensioni, magari “perfettina” sul piano delle teorie previdenziali ed economiche ma che non si attaglia al meglio alla nostra realtà atteso che il giorno dopo abbiamo dovuto assistere alla farsa degli esodati e a solo due mesi dalla sua approvazione viene sospesa per i pubblici dipendenti per consentire la manovra prevista dallo spending review.

I risultati di 8 mesi di tale politica sono sotto gli occhi di tutti: lo spread il 16 novembre 2011, insediamento del governo Monti, era pari a 468 punti, il 6 luglio 2012 ha chiuso a 470 punti, l’indice della Borsa di Milano il 16 novembre era a 15.419,il 6 luglio Milano ha chiuso a 13.732 punti.

Evidentemente la ricetta non funziona. Il buon senso e la diligenza del padre di famiglia avrebbe suggerito scelte differenti: privatizzazioni degli asset pubblici da portare tutte in detrazione del debito pubblico e manovre capaci di ricondurre il rapporto spesa pubblica/PIL a percentuali ragionevoli mai superiori al 45%, che è la percentuale dei Paesi più virtuosi.

Ora di privatizzazioni non vi è traccia, anzi un tale orientamento sembra essere culturalmente estraneo a questo governo che si conferma essere fortemente statalista, mentre sul secondo versante si è emanato il controverso decreto dello “spending review”.

Una scelta, a mio giudizio, importante e che va nella giusta direzione, ma che solleva perplessità circa la sua portata e le scelte di merito operate. Infatti al momento sembra che la manovra rappresenterà una contrazione di spesa pari allo 0.15% e soprattutto non sembra che si sia messo mano in maniera selettiva procedendo ad una valutazione circa la pertinenza del mantenimento nel circuito pubblico di attività e funzioni che probabilmente le sono estranee.

Un giudizio positivo, quindi, ma che deve essere necessariamente sospeso in attesa dei risultati, delle realizzazioni e, soprattutto, del “taglia e cuci” parlamentare in sede di conversione che, dalle prime prese di posizione, si preannuncia particolarmente “operoso”.

Non va dimenticata, infine, una questione fondamentalmente etica: non è in alcun modo accettabile che mentre il Paese e i cittadini sono sotto la sferza del rigore si parli tanto, ma non si intervenga per nulla, sugli spropositati costi della politica.

ECONOGUERRA

Riporto l’articolo del Dott. Davide Calzetti sperando che possa  stimolare la discussione.

Negli Stati Uniti esistono, oramai da molti decenni, prestigiosi “Istituti per Aspiranti Manager” dove, a detta dei capi di tali “Accademie”, frotte di facoltosi rampolli statunitensi possono apprendere ivi la difficile arte del business e dell’imprenditoria per essere capaci, un giorno, di guidare alla prosperità le proprie aziende nel difficile ed irto di insidie mondo dell’economia capitalista. Se provassimo ad aprire le “cartelle” di uno di questi studenti forse ci sorprenderebbe scoprire, accanto a testi di economia e management, anche titoli come “L’Arte della Guerra” di Sun Tzu, il “Libro dei Cinque Anelli” di Musashi Miyamoto, il “Principe” di Machiavelli o persino il trattato militare di Von Clausewitz.

      La presenza di tali testi nei piani di studio di questi giovani la dice lunga su come il mondo della finanza e del business del relativamente pacifico dopoguerra venga interpretato da molti imprenditori come un vero e proprio “Scontro” le cui logiche e dinamiche siano molto simili a quelle di un vero e proprio conflitto militare. In effetti, riflettendoci un poco, non si può che convenire sul fatto che il mondo dell’economia sia, in parte, intimamente legato a quello della guerra tanto che spesso ragioni economiche sono divenute le premesse degli innumerevoli conflitti che hanno insanguinato la nostra storia. L’imprenditore, o “Businessman”, può  essere così visto come un “Generale” intento a dirigere le proprie “truppe” (i lavoratori) nel conflitto con le altre aziende, preparando strategie e piani per soverchiarli in una continua “corsa agli armamenti” (ovvero la la progettazione e la realizzazione di nuovi prodotti e servizi) il cui obbiettivo è il raggiungimento di una sorta di “Supremazia Imprenditoriale” che si traduce in maggiori profitti. L’insieme di queste “Potenze” crea la struttura economica di ogni paese dove le aziende, attraverso tale “conflitto economico”, non generano la sterile distruzione della “Guerra Tradizionale”, bensì sono (quando debitamente controllate) latrici di progresso e benessere per l’intera comunita’ nazionale.

        Ma nessuno sforzo, bellico o economico che sia, può riuscire in mancanza di un elemento essenziale: il morale e la motivazione di coloro che lo combattono. Per mantenere alto il morale delle proprie forze gli eserciti moderni hanno sviluppato la macchina della propaganda, incaricata di infiammare e motivare gli animi della truppa e della popolazione al perseguimento dello sforzo per la vittoria. I mezzi di informazione, o Mass Media del mondo “pacifico” attuale sono certamente diversi  dagli apparati propagandistici del periodo bellico, eppure i loro effetti sui “lavoratori-soldati” sono in realtà molto piu’ simili di quanto si creda. Così come i toni, spesso forzatamente ed esasperatamente ottimistici della propaganda tentano di costruire una immagine falsata di una rapida e pronta vittoria, così i mass media attuali, in particolare italiani, tratteggiano ogni evento enfatizzandone all’ennesima potenza le sue caratteristiche negative e tragiche. In particolare negli ultimi tempi il tema della crisi economica è divenuto uno dei piu’ trattati e dibattuti da parte del mondo della carta stampata e della televisione. I termini “Crisi”, “Disoccupazione”, “Spread”, “Debito Pubblico” ecc. sono oramai ossessivamente ripetuti nell’intento di ingigantire a dismisura una situazione sicuramente seria, ma che nel roboante mondo mass mediale ha assunto i toni di un “Gotterdammerung” dal quale nessun paese, l’Italia in particolare, sara’ in grado di sfuggire. Accanto a tali toni apocalittici risuonano allo stesso tempo appelli alla necessita’ di far ripartire l’economia per giungere alla tanto anelata “Crescita”.

         Eppure proprio qui sta il problema: come detto prima il funzionamento di un esercito, in questo caso le aziende, si basa indissolubilmente sul morale dei “soldati-lavoratori” che attraverso la realizzazione di beni e servizi e la loro successiva fruizione fanno funzionare la “macchina bellica” economica in grado di sostenere lo sviluppo della nazione. Il mondo dell’informazione, con il suo usuale gusto per lo scoop e la sua convinzione che una brutta notizia o una notizia negativamente enfatizzata sia destinata a fare più audience, perde così la sua funziona informativa sulla realtà deformandola secondo una lente pessimistica i cui effetti sul morale della gente e quindi su una economia che in teoria necessiterebbe di fiducia per ripartire divengono deleteri. In particolare i giovani, una categoria così essenziale per l’economia nazionale e sui quali sono riposte aspettative, forse a volte anche persino eccessive, sentendo ossessivamente ripetere come il livello di disoccupazione giovanile sia ormai insostenibile, di come l’economia italiana arranchi per inseguire la chimera dello “Spread” e di come siano irrimediabilmente condannati a un tetro futuro senza prospettive, finiscono per “disertare” in massa verso le presunte “terre promesse” del nord Europa e dell’Australia. E senza più “giovani leve” a sostenere con il loro lavoro lo “sforzo belliico” dell’economia italiana, la penisola si ritroverà ben presto ad una “Caporetto” senza uscita. Un antico detto afferma che il vero guerriero parla poco, poichè conosce il valore delle parole: è bene perciò che i “soldati-lavoratori” del mondo dell’informazione siano consci del peso e dell’effetto delle loro parole sulla vita, sul morale e sul benessere dell’intera nazione, poichè nella guerra dell’economia spesso una penna può uccidere ben più di una spada.

Pubblicazione articolo

Oggi sulla  “Gazzetta di Modena”  nell’area Modena Economia è stato pubblicato l’articolo “Crotti, da imprenditore e blogger 91enne”.
Si tratta di una intervista sui temi economici del mondo che cambia.

Senza sviluppo non esiste progresso

Intendendo per progresso l’evoluzione migliorativa delle condizioni culturali e materiali di un popolo.

Immaginiamo due uomini, nella preistoria, nudi come vermi, seduti su un sasso davanti a una caverna,intenti a speculare, cioè a indagare con l’intelletto su alti temi filosofici.

Con tutta la loro fantasia e con le dita puntate al cielo continueranno a volare alto e a immaginare un futuro radioso, fino a quando uno dei due, per non morire di fame, si alzerà per andare a cercare qualche bacca o per cacciare un animale selvatico, creando così un piccolissimo sviluppo (un mini PIL). Questo permetterà loro di tornare a sedere sul sasso e ricominciare a speculare per guardare non un dito, ma la luna e oltre la luna.

SALVARE IL PAESE NON BASTA

Posto l’articolo di Luca Ridolfi pubblicato sulla “La Stampa” il 17-04-2012 perché penso possa suscitare interesse  e favorire una discussione.

Salvare il Paese non basta

LUCA RICOLFI

Il governo si appresta, per l’ennesima volta, a cercare di mettere insieme un pacchetto di «misure per la crescita». Il momento è molto difficile perché i mercati, dopo aver concesso fiducia all’Italia per quasi tre mesi (da gennaio fin oltre metà marzo), da qualche settimana sembrano non fidarsi più di noi.

Il segnale più negativo non viene dallo spread, che è tornato a salire ma in realtà risente sempre, e pesantemente, della irresolutezza delle autorità europee, bensì dallo «spread dello spread», cioè dalla differenza fra quanto i mercati pretendono dall’Italia e quanto pretendono dai Paesi a noi più comparabili come la Spagna, il Belgio, la Francia, Paesi cioè che non sono né formiche come la Germania né cicale come la Grecia e il Portogallo.

Ebbene, lo spread dello spread era sceso a 105 nella settimana centrale di marzo, ma da allora è risalito inesorabilmente settimana dopo settimana: 109, 121, 131, fino a 144, il valore medio della settimana scorsa. Perché? Perché per quasi tre mesi lo spread è migliorato, e ora peggiora di settimana in settimana?

Qui si entra, purtroppo, sul terreno delle opinioni, perché nessuno dispone di un modello della mente dei mercati sufficientemente affidabile. Qualche cosa, tuttavia, si sa del funzionamento dei mercati nei momenti di tensione. Le bestie nere dei mercati sono tre: il deficit dei conti dello Stato, il debito pubblico detenuto da investitori stranieri, le cattive prospettive di crescita. Se guardiamo a questi tre parametri, pare difficile non ipotizzare che quello che, negli ultimi tempi, ha scosso la mente dei mercati non è la tenuta dei conti pubblici – messi in sicurezza da un diluvio di tasse – ma il costante deterioramento delle nostre prospettive di crescita, che ormai si stanno cristallizzando intorno a un drammatico -2%, e sono peggiorate di più di quelle delle altre economie avanzate. Un dato che, se confermato, costringerà il governo a un nuovo giro di vite, senza il quale l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 non potrebbe essere raggiunto.

La crescita, dunque, è il nostro problema numero uno. Ma come vede il problema questo governo? Qual è la sua idea per tirarci fuori dal pantano?

La mia impressione, basata sugli atti fin qui compiuti, è che il governo abbia una visione del problema della crescita non molto dissimile da quella dei governi che lo hanno preceduto. Certo Monti è più credibile dei suoi predecessori di destra e di sinistra, e ha messo su una squadra che si è guadagnata – e merita pienamente – il rispetto del Paese. E tuttavia la «cultura della crescita» che questo governo esprime a me pare, mi si perdoni la crudezza, terribilmente vecchia e inadeguata alla drammaticità del momento. Perché vecchia? Vecchia, innanzitutto, perché persevera sul sentiero, battuto fin qui da tutti i governi di destra e di sinistra, della prima e della seconda Repubblica, di affrontare i problemi di bilancio con maggiori tasse anziché con minori spese. Non è questo il luogo per scendere in dettagli tecnico-contabili, ma non si può non ricordare che le varie manovre con cui nel 2011 siamo stati deliziati prima da Tremonti, poi da Berlusconi e infine da Monti, hanno avuto un contenuto di tasse, e quindi una spinta recessiva, inesorabilmente crescente (la manovra di Tremonti era composta per meno del 50% di nuove tasse, quella di Monti lo era per quasi il 90%). Vecchia, la visione di questo governo, anche perché la teoria della crescita su cui si basa, fatta di liberalizzazioni, riforme a costo zero, segnali ai mercati, è nata ed è cresciuta soprattutto per promuovere il decollo dei Paesi in via di sviluppo, ma ha molto meno da dire alle economie dei Paesi avanzati. Da questo punto di vista non è un caso che tanta attenzione sia stata dedicata a un tema ideologico come l’articolo 18, senza alcuna sensibilità per il problema – ben più rilevante al fine di promuovere crescita e occupazione – di alleggerire i costi dei produttori di ricchezza. Nella cultura di questo governo continua ad albergare la credenza che il problema centrale delle imprese sia poter licenziare, mentre la realtà è che il loro problema numero uno è un semplice, brutale, concretissimo problema di costi: tasse, contributi sociali, prezzi dell’energia, ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione.

Ma è vecchia, la cultura di questo governo, anche per la mentalità con cui affronta chi osa non allinearsi al clima di venerazione e gratitudine da cui è circondato. E’ vero, non ci sono alternative al governo Monti, se cadesse sarebbe un disastro per l’Italia, i mercati ci farebbero a fettine. E tuttavia questa consapevolezza non rende per ciò stesso ragionevole qualsiasi cosa questo governo decida. C’è un errore logico, mi pare. Se la mia caduta è un evento così catastrofico da provocare un disastro, questo non vuol dire che tutto quel che faccio sia giusto, o volto al supremo interesse del Paese.

Oggi, ve lo confesso, per me l’interesse del Paese è rappresentato di più dalle innumerevoli persone che tentano disperatamente di resistere sul mercato, senza arrivare al passo fatale di ritirarsi o chiudere le loro attività produttive, che non da un governo che non si cura di loro e preferisce – continua a preferire – l’ennesimo aumento della pressione fiscale piuttosto che toccare il totem della spesa pubblica. Perché, è vero, Mario Monti è stato chiamato per «salvare il Paese». Ma l’alternativa che ha di fronte non è quella che, comprensibilmente, preferiscono immaginare i nostri governanti: o noi o il disastro. No, accanto a quella alternativa ce n’è un’altra: l’alternativa fra salvare davvero il Paese, o semplicemente ritardare il momento del disastro. Oggi il rischio è che questo governo si senta così necessario, così migliore dei governi che l’hanno preceduto, così privo di alternative, da non capire che il fatto di non avere alternative non rende per ciò stesso buone le sue politiche. Che tali politiche siano buone o no lo vedremo alla fine, quando si saprà se il piccolo, prudentissimo cabotaggio di questi mesi sarà stato sufficiente a salvarci da un destino come quello della Grecia. Sono il primo a sperare che basti, ma – fin qui – non vedo solidi argomenti per crederlo.

 

Riflessioni del Presidente del Lions della 5^ Circoscrizione di Modena sulla situazione italiana e del mondo

Posto alcune riflessioni sulla sutuazione attuale dell’Italia e del mondo che mi sono prevenute dal Presidente  della 5^ Circoscrizione Lions di Modena Dott. Carlos Prinster

************************

La Manovra,
anche se probabilmente l’unica possibile, non si caratterizza certamente per le novità. Nuove e maggiori tasse, senza interventi strutturali.
La ritengo una manovra di facciata, che serve a far quadrare i conti finanziari, sperando che i mercati si ammorbidiscano, però senza toccare i guasti che 50 anni (+ò-) di politica interventista e deficitaria si sono accumulati, portando i nodi al pettine.

Interventi per la crescita
Deludente la mancanza di coraggio e di chiarezza dei professori con le “misure” attualmente semi svelate sugli stessi. Ho ci prendono in giro, pensando che siamo degli imbecilli (molto probabile), o di economia reale non ne capiscono niente (non si vedono camicie sudate….).

Cosa vuoi che significhi “liberare” ?:
- i taxis (quanti operai li prendono per andare al lavoro….),
- le farmacie (il problema non sta nel numero, bensì nel “cartello” sui prezzi. In Francia le stesse medicine costano da un 40% a meno della metà),
- la liberizzazione delle professione (oggi si pagano i professionisti a valori di mercato, con concorrenza sui prezzi. Il problema, p.e., non è quanto costa l’avvocato, bensì la inefficienza della giustizia (a posta con minuscole)),
- dei notai non ne parliamo ….. (casta chiusa),
- delle edicole !?

basterebbe eliminare le corporazioni che proteggono (come quella dei giornalisti) i privilegi corporativi, lasciando che l’attività economica scelga i più bravi …. e come inesorabile legge della natura…. chi non è in grado di sopravvivere deve ……

in ogni modo l’incidenza di questi interventi dal punto di vista della riattivazione economica hanno incidenza (relativa) NULLA.

Art. 18:
non si affronta per mancanza di coraggio o opportunità politica il problema dell’art. 18 con annessi e connessi. Se vogliamo assunzioni, bisogna liberare il mercato del lavoro. Non c’è imprenditore che licenzi il personale per puro gusto (non perché “buoni”, ma perché “costa” !).
Ammortizzatori sociali che permettano il ricollocamento dei senza lavoro (limitati nel tempo, con obbligo alla disponibilità).

 Pensioni: unico aspetto positivo, necessario. Come è possibile ignorare il prolungamento delle aspettative di vita ?.

Rinnovo le mie proposte da Tea Party, fondate sostanzialmente sulla riduzione della spesa. A ruota libera e non in ordine d’importanza:

o Europa
. politica fiscale comune, (compresa IVA, da diminuire tendenzialmente)
. banca europea con autorità a stampare €,
. iniezione di liquidità per salvare (commissariare-intervenire) le banche,
. tassare le operazioni di “futures” e “derivati” per farli diventare non profittevoli,
. riduzione drastica della “euroburocrazia”,
. organizzazione politica, mantenendo le caratteristiche nazionali,
…..

Riduzione del costo della “politica” :
. numero di parlamentari, portaborse, benefits vari, auto blu (altro scandalo….),
. Quirinale e palazzo Chigi solo uno,
. semplificazione legislativa: camera dei deputati, senato delle regioni, (mass. in totale 400),
. federalismo fiscale con graduale riduzione (in non oltre 5 anni) dei trasferimenti di “solidarietà”,
. blocco dell’impiego pubblico, possibilità di licenziamento, ammortizzatori sociali ( durata mass. 2 anni, scalare nel tempo, ogni 6 mesi -25% fino a zero),
. obbligo ad accettare trasferimenti e nuove mansioni,
. divieto di doppi incarichi (pensioni, consulenze, ruoli di governo, ecc.),
….

Riforma della giustizia
. giudici che lavorino, carriere meritocratiche,
. organismo di controllo apolitico, proibizione di partecipare in politica,
. minimo 3 anni di “stand by” tra l’uscita della carriera e l’ingresso in politica, (idem per i generali, pubblici ufficiali dirigenti, boiardi di stato, ecc…..)
. separazione tra pm e giudici,
…..

Riattivazione economica
. aumento dei “soldi in tasca” ai lavoratori (riduzione degli oneri sociali a carico del lavoratore, incorporazione del TFR, graduale riduzione degli oneri a carico delle aziende),
. rilancio degli investimenti strutturali,
. rilancio dell’attività immobili aria (ristrutturazioni, ampliamenti delle case, con minimi interventi dei “geometri” dei comuni,
. più soldi ai pensionati, meno servizi,
. cessione delle partecipazioni pubbliche
. i conti si devono far quadrare con la riduzione dei costi summenzionati,
…….

Fiscale
. vera lotta tecnica all’evasione, evitando le scenate tipo Cortina (se si vuole sapere se il signor X può permettersi una macchina di lusso (registrata al PRA) basta confrontarli con la dichiarazione dei redditi…,
. idem per gli studi di settore,
. immobili non accatastati da Roma in giù (google earth), le imu o come si chiamino, devono essere applicate dai Comuni che sono chiamati ad amministrare (a pareggio) la risorsa,
. vendita del patrimonio immobiliare con mutui agevolati per prima casa e giovani
. repressione durissima alla corruzione politico-amministrativa,
…..

LO STATO NON E’ LA SOLUZIONE …… E’ IL PROBLEMA !!!!!!!

IL TEOREMA DELLA PADRONA DI CASA E DELLA COLF

Quando si parla di pianificazione e programmazione molti considerano questi termini come sinonimi, mentre invece hanno un significato opposto; la pianificazione infatti è vincolante mentre la programmazione no.

Per farmi capire, porto un esempio tratto dalla vita quotidiana.

Quando nostra moglie esce di casa per fare la spesa, porta con sé la lista, precedentemente preparata, di quanto occorre (programmazione), ma quando sarà al mercato difficilmente comprerà tutte le cose che aveva annotate. Infatti, se troverà che le fragole sono care e non belle, le sostituirà con le ciliegie, più belle e meno care, e, per la stessa ragione, potrà sostituire un tipo di carne con un altro,cercando di fare gli acquisti nel modo più conveniente per la famiglia e per la collettività (rifiutare un prodotto, perché inadeguato, è uno stimolo al suo miglioramento). Se invece la stessa lista della spesa viene affidata alla collaboratrice familiare, automaticamente ciò diventa pianificazione, poiché essa porterà a casa tutto quanto elencato, senza fare la minima considerazione sul rapporto esistente tra prezzo e qualità della merce. Questo non è che un microesempio che vale però anche per situazioni di macroeconomia.

Infatti la padrona di casa agisce come imprenditrice, si esprime liberamente nelle sue scelte di mercato, mentre la collaboratrice familiare, da funzionaria, è costretta ad accettare una regola: la lista, che rappresenta un sistema che forse non condivide neppure. In ogni caso non è educata all’autonomia di giudizio e alla valutazione delle cose, anzi, quasi sempre, le è impedito.

La colf, come l’imprenditore-funzionario dello Stato, anche abilissimo, viene irrimediabilmente ostacolato e impedito nel suo operare dal sistema stesso.