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Opinione


VITTORIO FELTRI
Prefazione al libro "In attesa di un pullman"


Adesso che non c’è più, e dove c’è ancora o è in disgrazia o è in coma, sono capaci tutti di parlare male del comunismo, perfino i comunisti. Ma venti, trenta anni fa era diverso. Allora il socialismo reale era un mito, una religione che aveva cattedrali sparse nel mondo occidentale e nelle quali milioni di persone portavano il cervello all’ammasso.

Si, certo, era soprattutto il popolo, erano soprattutto le classi deboli a confidare nel paradiso rosso; speravano di trovare in terra, subito, quello che per secoli il cristianesimo aveva promesso loro per l’aldilà: giustizia, parità di diritti, uguaglianza sociale. In una parola, la felicità. Le masse guardavano a Marx come il liberatore: basta con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Erano fiduciose che un giorno la bandiera con falce e martello le avrebbe redente.

Ma gli intellettuali erano sul serio convinti del potere catartico attribuito al collettivismo? Ma non diciamo sciocchezze. La maggior parte di essi sapeva che il bolscevismo era una patacca, ma proprio perché patacca, ma proprio perché patacca si prestava a ogni sorta di mistificazione e di speculazione. Un invito a nozze specialmente per scrittori e giornalisti, le categorie cortigiane per eccellenza, le quali, come dimostra la storia, hanno una particolare predisposizione a passare sempre (e quasi sempre inosservate)b dalla parte del vincitore.

Non c’è dubbio che fino a qualche tempo fa il vincitore pareva essere il comunismo: ovvio dunque che gli uomini di pensiero più svegli e spregiudicati, almeno in Italia, fossero schierati con Mosca e dintorni, autentici sacerdoti purpurei pronti a scomunicare gli eretici, a deridere gli "atei", a escludere dal sancta sanctorum chiunque fosse incredulo sul trionfo finale del leninismo. Il PCI non chiedeva di meglio che potersi avvalere di tanti propagandisti volontari e li blandiva, li premiava, li invitava alla mensa politica, offriva loro posti nell’editoria, nei giornali e nel cinema, alla radio e alla televisione, perfino nella pubblicità. Già, perché la cosiddetta cultura (caduto in rovina il fascismo), trovatasi all’improvviso senza casa e senza stipendi, era balzata con gioia, armi e bagagli, sotto il tetto protettivo di Botteghe Oscure.

Non una mafia, ma un club esclusivo, questo si: chi era dentro faceva affari, chi non aveva la tessera (o non era almeno in area) erta considerato un appestato, da tenersi lontano.

Sul declinarsi degli anni Sessanta, con la contestazione giovanile al massimo degli onori e degli splendori, si scatenò addirittura una gara a chi era più rosso. Fu così che i maoisti superarono i filosovietici. Ma ecco, spuntare quelli di Servire il popolo, poi quelli di Potere Operaio, poi altri ancora, in un tourbillon sinistro e ubriacante. E i giornalisti? A fatica tenevano il passo con le varie avanguardie extraparlamentari, le quali successivamente sfociarono nel terrorismo, mostrando il oro vero volto disumano; intanto però la stampa si tingeva il loro vero volto disumano; intanto però la stampa si tingeva sempre più di scarlatto. Ed rea abbastanza normale, all’epoca, che i corrispondenti dall’Urss e vari inviati nel pianeta comunista firmassero articoli laudatori ed encomiastici su qualunque aspetto del collettivismo. La Cina era descritta come un’oasi contadina dove la solidarietà era entrata nel sangue dei braccianti e degli studenti (perfettamente intercambiabili), dove la rivoluzione culturale permanente impediva ogni forma di imborghesimento e di burocratizzazione; l’Unione Sovietica era spacciata per un modello di organizzazione, una potenza molto più efficiente ed equanime degli Stati Uniti, la quale badava si alla industrializzazione, ma non trascurava (non essendo distratta dal consumismo e da squallide competizioni mercantili) la qualità della vita dei compagni: scuole, ospedali, biblioteche, teatri da fare invidia a qualsiasi paese capitalista.

E i satelliti? Una meraviglia: città e fabbriche e negozi e fattorie a misura d’uomo. Balle, naturalmente. Ma le balle spesso sono più seducenti della realtà. In lettori provveduti (non mancavano, per fortuna) si interrogavano quotidianamente sulla attendibilità di quei reportages e, qualche volta, il pungiglione del dubbio li tormentava; e se ci fosse qualcosa di vero?

Tutto, insomma, concordava nel delineare un futuro socialista: perché – si pensava – presto o tardi anche i liberaldemocratici, davanti all’evidente, continuo sviluppo dell’Est, si convertiranno al comunismo. All’Ovest serpeggiava, con l’opportunismo, anche la rassegnazione.

La figura dell’anticomunista, oltre che rara, era un po’ patetica e restia a manifestarsi pienamente. Pochi, pochissimi cittadini avevano il coraggio il coraggio civile di opporsi apertamente all’egemonia marxista ( che aveva influenzato anche gli ambienti cattolici). Tra questi, di sicuro, merita un piedistallo Renato Crotti. L’autore di In attesa di un pulmann aveva capito tutto quando la stragrande maggioranza degli italiani non aveva capito nulla, essendosi lasciata fuorviare dalla propaganda del regime e dal canto bugiardo delle sirene del giornalismo. Egli, negli anni bui, non si limitò a dire di no, a esercitare lo spirito critico che ogni persona matura e considerata idonea a votare avrebbe dovuto avere. Crotti, come ci si renderà conto leggendo la sua straordinaria autobiografia, si scagliò con energia contro qualunque mentitore, e fu tra i primi a denunciare, senza timidezze né tentennamenti, le operazioni di disinformazione che stordivano l’opinione pubblica. Risultato, fu messo al bando, sottoposto a gravi provocazioni, irriso, perseguitato. Non c’è esagerazione in queste parole; esse, bensì, riflettono in minima parte quanto egli ha dovuto sopportare per non ave4r voluto mai rinunciare a dire la verità e a comportarsi di conseguenza.

Desidero non anticipare il contenuto del libro (che a tratti ha l’incedere incalzante del romanzo, e va quindi rispettata la riservatezza sull’intreccio del racconto, ma non posso non avvertire che l’autore ha sacrificato alla propria coerenza di idee addirittura il suo non esiguo impero industriale. Le prime pagine che seguono siano lette con l’attenzione che di solito si riserva a un testo di alto valore didattico e morale: esse costituiscono un manuale utile non solo a riconoscere gli errori di un paio di generazioni, ma anche quelli che eventualmente qualcuno stesse per commettere ancora…. Poiché se è un dato che il comunismo è morto, i comunisti si sono riciclati e tendono, per vizio antico, a risalire in cattedra per insegnarci quello che noi non eravamo riusciti a ficcare loro in testa: cioè ad essere democratici tolleranti. Gli intellettuali piccoli piccoli tornano ad esser5e borghesi piccoli piccoli dopo la sbornia marxista, ma hanno conservato la pretesa di aver sempre ragione. Il oro slogan era: Sorveglianza, compagni. Stavolta conviene che a sorvegliare siamo tutti, con l’aiuto di Renato Crotti.