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Opinione

La Stampa - 10 dicembre 1991

L’autobiografia di Crotti, l’industriale che organizzava viaggi in Russia

Carpi (Modena)


"Sei un matto, mi dicevano. Avevo coraggio, altroché".
L’industriale Renato Crotti fece parlare di sé nei primi Anni 60 quando invitò a sue spese operai, sindacalisti e politici a fare un giro in Europa orientale perché toccassero con mano il tanto invocato paradiso comunista. Dieci persone nel ‘62, una trentina l’anno dopo, 120 nel ‘64 su 4 pullman. Poi più nulla, perché Breznev, "allertato dal Pci", non diede il visto. Viaggi che scatenarono un putiferio di polemiche: Crotti le racconta nel suo libro appena uscito, In attesa di un pullman (Calderini). Arrivarono a Carpi gli inviati di Stern e di Life e scoprirono il miracolo in ebollizione in questa cittadina rossa che d’improvviso era diventata la capitale mondiale della maglieria, con migliaia di donne che tessevano in cucina mentre facevano la pasta e fagioli.

Crotti viveva giorni agitatissimi: era considerato un provocatore, aveva contro quasi tutto il paese, comunista al 56%. Il suo giornale Tuttocarpi duellava con la Tribuna. Era confortato da Prezzolini e Spadolini, da Levi e Montanelli ("nella sua ostinazione c’è qualcosa di chisciottesco e di patetico che commuove"). Bocca lo chiamava "l’industrialotto di Carpi".

Fra i reduci dai viaggi, vere tavole rotonde itineranti, si spalancavano crisi di coscienza. Alcuni lasciarono il pci: come Alberto Sassi, della Cgil. O come il consigliere comunale Eldo Rossi, che disse: "I vertici del mio partito si sono rifiutati di discutere. Ho capito che conoscevano la realtà dell’Est ma la volevano tenere nascosta". Il segretario della Camera del lavoro di Carpi, Agostino Saltini, finì per ritrattare le critiche: "Avevo moglie e due figli, non potevo rovinare pure loro - confessa ora con serena amarezza -. Sono invalido. Rimasi al mio posto e divenni assessore ai Lavori pubblici". Perché Crotti organizzava quei viaggi? Non per ambizione personale, risponde. Non voleva neanche convertire nessuno. Si sentiva in debito verso la società e voleva dare un suo contributo alla "verità": non sopportava la "cattiva informazione", nessuno diceva come stavano realmente le cose all’Est. E gli sembrava giusto dare una mano all’ala più occidentale del Pci, agli amendoliani. Ma il motivo che li riassume tutti è l’idealismo. Crotti è un tarantolato da Hegel e dalla sua dialettica. La scoprì verso la fine della guerra, rifugiato in una cantina di via Goito a Bologna dove leggeva i libri di economia per i futuri esami all’Università, che poi non ha dato. "Mi affascinava il divenire, il cambiamento continuo della vita, il dinamismo di tesi, antitesi e sintesi. La discussione, il contrasto, il dubbio: questo è l’essenziale".

Mentre i soldati polacchi del generale Anders sfilavano nella Bologna liberata, il giovane Crotti elabora queste equazioni: la tesi in economia è la domanda, l’antitesi l’offerta, la sintesi la formazione del prezzo. "Senza libertà, senza mercato, non ci sono prezzi reali, non c’è vera economia". Legge Marx e lo liquida in una battuta: "Mo’ csa dit, Carletto!".

L’idealismo economico-hegeliano si fonde da allora con il suo temperamento entusiasta: "Il mio ruolo è stato ed è quello di suscitare energie, di produrre e di far produrre ricchezza". Quasi un apostolo del liberismo-liberalismo in una terra devota al marxismo. L’ossessione della Dialettica gli entra nel sangue: "Ho bisogno di contrasti, di difficoltà. Se nessuno mi provoca dubbi, vado in dialettica con me stesso". Dietro la sua scrivania c’è una massima: "Non fermare l’opposizione. Ricordati che l’aquilone si alza non con il vento ma contro il vento".

Gli preme togliere dalla sua vicenda un eccesso di bozzettismo alla Guareschi. Non si sente un don Camillo laico, dotato di una fabbrica anziché di una chiesa. "Bisognava viversi, da queste parti, per conoscerne tutte le contraddizioni". Ricorda che nell’autunno del ‘47 i carabinieri arrestarono un certo Luigi Pellicani, sospettato di aver messo una foto di Stalin al posto del Sacro Cuore in un altarino al bivio per Novi Modenese. Illuminato dalle letture e forte delle conversazioni con gli amici del Mulino ("andavo d’accordo con Luigi Pedrazzi, un saggio"), Crotti nel dopoguerra si lancia nell’avventura della lana. Sua madre era stata la prima magliaia di Carpi. Vendeva maglie sulle bancarelle dei mercatini, spostandosi nelle nebbie in bicicletta. D’estate si trasferivano tutti sulle Dolomiti a respirare "aria fina", ma anche lì lavoravano: papà e mamma affittavano un carretto e lo spingevano sui tornanti di paese in paese. "E adess andem!": questa frase della madre è per Renato Crotti l’imperativo categorico, il motore morale. Su una Gilera a otto pistoni Crotti va da Carpi a Biella a comprar lana tre volte la settimana. Poi ci va su una Topolino A e una volta fora, non si trova la ruota di scorta, un meccanico gli monta davanti due ruotine d’aereo: "L’auto sembrava inginocchiata, andavo a trenta all’ora". Vende lana ad artigiani e contadini, che diventavano piccoli imprenditori, mettono su laboratori e fabbriche dando la lana da lavorare alle donne a casa. Il pioniere Crotti vara la Silan, che presto diviene un’importante industria nazionale con oltre 1300 dipendenti. Compra brevetti e sbarca negli Usa con tessuti d’avanguardia. Ma il suo successo ha un prezzo alto: la moglie lascia, i sindacati gli fanno pagare l’audacia dei viaggi in Urss e il suo furore dialettico-pedagogico.

Negli Anni 70 la Silan va alle corde: "Furono anni di scioperi di tutti i tipi e di sabotaggi: mi impedivano di approntare i campionari, lasciavano marcire i tessuti nelle vasche di tintura, minacciavano i capireparto". Gli fanno dispetti: attorno alle fabbriche le nuove vie vengono intestate a Marx, Lenin e Togliatti. Di fronte sorge la Casa del Popolo. Una vecchia corriera tappezzata di striscioni e bandiere rosse, lì nello spiazzo, spaventa clienti e fornitori. Finché la Silan fallisce: "Per salvarla avevo venduto tutto. Inutilmente. L’angoscia peggiore la provai all’asta dei miei mobili, in casa mia".

Poi i tempi si ammorbidiscono e Crotti riguadagna in tono minore la sua azienda. Ora ha 270 dipendenti, e fa 70 miliardi di fatturato. L’anno scorso è stato invitato dalle sue operaie a una pizzeria-bocciofila: la cena della pace. "Ero così immagonato che non riuscivo a parlare.

La battaglia continua. Crotti ha 70 anni, è alto e asciutto "grazie alle due ore di tennis ogni giorno". Con il suo libro vuole aiutare a diffondere una mentalità imprenditoriale all’Est. E’ pronta l’edizione polacca, tradotta da un nipote di Toeplitz, il fondatore della Banca commerciale italiana. Ed è pronta l’edizione russa, dal titolo Solo contro tutti. L’ha curata Elena Kostjukovic, la traduttrice di Eco.

"Dopo 30 anni ho vinto la scommessa. I miei pullman avevano ragione". Non c’è trionfalismo, nelle sue parole. Per Crotti la morale di tutta la storia è ancora una volta sonante "E adess andem!"

 

Claudio Altarocca