Il teorema della padrona di casa

DAL LIBRO

In attesa di un Pullman


     CAP 1
     Un Pullman in Piazza Duomo

 

Milano, 4 agosto 1962. Piazza del Duomo. Erano già alcune ore che in quella serata afosa attendevo il pullman che stava riportando in Italia quelle dieci persone che conoscevo appena, ma il cui giudizio su determinate questioni sarebbe stato per me fondamentale e avrebbe orientato in modo decisivo i miei comportamenti successivi.

I pensieri mi si accavallavano nel cervello: a che ora arriveranno? Avranno potuto vedere liberamente? Che cosa penseranno i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil? E i miei tre dipendenti, membri della commissione interna della Silan, avranno avuto motivi di discussione? E i tre "neutrali", sorteggiati in seguito a un concorso del mensile "tuttocarpi" (del quale ero editore) vorranno parlare senza reticenze? E, infine, tutti i viaggiatori rilasceranno al magnetofono, con onestà e sincerità, le loro impressioni, mantenendo così fede all’unica condizione che avevo posto quando avevo offerto loro l’opportunità di compiere, gratuitamente, questo viaggio nei Paesi del socialismo reale?

Sono per natura un ansioso, ma in quella circostanza mi sentivo teso e vibrante come una corda di violino che, appena sfiorata, emette un suono. Il giudizio dei nove doveva sciogliere i dubbi (pochi in verità) rimasti in me dopo i due viaggi che avevo compiuti nel 1959 e nel 1961 in Unione Sovietica e nei Paesi satelliti. Era la mia radicata fede nella democrazia e nell’economia di mercato a condizionarmi al punto da avermi fatto stravolgere la realtà in cui versavano quelle popolazioni, oppure avevo "visto" con occhi obiettivi?

Verso le 22 scorsi infine il pullman che aspettavo con tanta ansia e del quale da ventiquattro giorni non sapevo nulla. L’automezzo si fermò un po’ oltre il punto dove mi ero "appostato". Mi avvicinai quindi di corsa, raggiungendolo proprio nel momento in cui si apriva la portiera e scendeva il sindacalista Carlo Grossi, il quale, vedendomi e puntandomi un dito contro, esclamò: "Lei, signor Crotti, non ha visto niente!". Mi sentii raggelare e mi parve che il Duomo stesse per rovinarmi addosso. Ma lui, dopo una pausa, proseguì: "Lei non ha visto la campagna, che è in condizioni peggiori delle città da lei visitate".

Allora, e solo allora, la mia ansia si trasformò in euforia e subito nella mia mente fu chiaro ciò che avrei fatto in seguito.

Ecco, da quel preciso momento ero diventato per sempre "l’industriale che manda i comunisti in Russia", un’etichetta che avrebbe aderito alla mia identità pubblica come una seconda pelle nei due anni successivi (il 1963 e il 1964), quando ripetei l’iniziativa, allargando considerevolmente il numero dei partecipanti e quindi richiamando crescente attenzione da parte della stampa nazionale e internazionale.

Non ho mai apprezzato tale definizione, giudicandola deviante: una specie di trappola, di camicia di forza. Nella sua essenza, essa è corretta, niente da obiettare: sono un industriale e ho "mandato" comunisti in Urss. Ma i due termini, posti in così stretta e sintetica correlazione, tendono inevitabilmente a suggerire, a chi ne sia predisposto o non ami gli approfondimenti, considerazioni preconcette. La più ricorrente è stata quella sostenuta e imposta dalla stampa comunista, a quel tempo rigidamente votata a difendere il dogma del "paradiso sovietico": io, proprio in quanto industriale, non potevo che esser mosso a far ciò da un anticomunismo padronale (e anche viscerale, che ai loro occhi era un po’ lo stesso), volto a tutelare interessi e privilegi di classe. C’è stato tuttavia anche chi - cronisti disinvolti alla perenne caccia di spunti folcloristici - ha voluto trarre da questo pseudo sillogismo versioni più provinciali, diffondendo l’immagine di un industriale parvenu, lasciatosi prendere dalla fregola di una sfida da caffè di sapore strapaesano.

Così, accanto a commenti obiettivi e ad autorevoli attestazioni di stima e di consenso, le mie iniziative furono oggetto di travisamenti che mi hanno molto amareggiato, in quanto privi di ogni base reale. Forse soltanto oggi, alla luce della glasnost e della perestrojka volute da Michail Gorbaciöv, in un clima quindi depurato da mitizzazioni ideologiche totalizzanti, diventa possibile tracciare un bilancio più comprensibile della mia storia.

E’ appunto ciò che tenterò di fare nelle pagine che seguono, chiedendo scusa se dovrò cominciare da lontano, dalle mie origini, perché in fondo è proprio lì che nascono le motivazioni di quel modello comportamentale che ha sempre ispirato la mia vita e la mia attività di imprenditore.

Per scaricare interamente il libro clicca qui.