I nomi dei vaccini: campionario di sproloqui e storpiature

23 Aprile 2021 Di Renato Crotti

I vaccini. O meglio, il nome dei vaccini. Anzi, la libertà poetica di modificarne involontariamente la pronuncia. Aggiungiamoci il bombardamento mediatico. Il mix è stato esplosivo. Sono nati ipotetici e inesistenti vaccini con nomi che noi umani non avremmo mai nemmeno potuto immaginare. Non mancano le attenuanti generiche: gli appellativi assegnati a questi farmaci non sono semplici da pronunciare. Ostici. Specie per le persone anziane. A complicare il quadro, la crescita del numero di prodotti vaccinali immessi sul mercato da più case farmaceutiche. Il primogenito è stato Astra Zeneca. Per coloro che in gioventù avevano svolto studi classici è spontaneamente diventato Astra
Seneca. I seguaci di Margherita Hack hanno proposto un’interpretazione celestiale: Astro Zeneca.
Coloro che a scuola erano ultimi nel registro alfabetico hanno optato per Astra Zeta. La casa farmaceutica è corsa ai ripari cambiando il nome. L’ha ribattezzato Vaxzevria. Genuini e veraci amanti della semplicità. Qualcuno ha maliziosamente associato il cambio di nome a un rebranding a seguito della tempesta innescata da alcuni presunti effetti collaterali. Il vaccino scoperto dalla casa farmaceutica statunitense Pfizer non ha avuto miglior sorte. Il doppio nome blasonato Pfizer – BionTech non è stato certo d’aiuto. Anzi, siamo stati fortunati. Il nome corretto sarebbe Comirnaty.
Forse gli ideatori dovrebbero farsi visitare da uno bravo. “Ho fatto il faiser” mi ha detto un anziano. Dopo un momento di titubanza, sentendolo accennare alla seconda dose ho scoperto l’arcano. É andata di lusso a Moderna. Chiaro, semplice, facile da ricordare. Idem per Johnson & Johnson. Complice il borotalco e lo shampoo che non faceva lacrimare gli occhi, il nome era già patrimonio acquisito per gli italiani. Quando pareva potessimo stare tranquilli, è arrivato Sputnik. Pure questo ha avuto le sue declinazioni. Spuntik per gli affamati, influenzati dal maggiormente noto Spuntì. Gli incivili sono andati diretti su Sputi! Tutto sommato ai russi è andata bene. Per la serie non c’è limite al peggio, è arrivato lui: ReiThera. Gli irriducibili amanti della tv di stato non hanno esitato ribattezzandolo RaiThera. Gli acculturati hanno optato per Reitera. I cinesi hanno avuto partita facile perché da noi il loro “Si-no-pharm” non è arrivato. Al massimo avrebbe ingenerato solo momenti di incertezza la prima parte del nome. Stavolta è certo non abbiano copiato. Per non farci mancare niente, di tanto in tanti i media ci raccontavano del lavoro dell’Ema e della FDA americana. Di Antony Fauci se ne parlava quasi come lo zio americano emigrato da giovane in America. Al quadro già di per sé confuso, si sono aggiunti i vaccini con o senza la doppia somministrazione. Il cosiddetto richiamo. Parola che evoca nella mente l’Ufficio di Igiene di Crema ed una corpulenta infermiera che vaccinava noi ragazzi lasciandoci un indelebile francobollo sul braccio. Emblema della confusione verbale è Flavio Briatore. Passerà alla storia l’intervista in cui ripeteva che si era curato con la Tachipiriña. Meglio del senatore Razzi. Nel fantozziano “marasma più totale” abbiamo tutti iniziato a ripeterci che dovevamo avere l’immunità di gregge. All’inizio pareva una creatura mitologica. Poi abbiamo compreso che gli ovini erano innocenti. Ciliegina sulla torta, le continue, discordanti rassicurazioni e nefaste premonizioni dei virologi. Gli specialisti. Le star strabordanti dell’era Covid. Poche idee, un po’ confuse. Grazie ai vaccini, speriamo di lasciarci alle spalle quanto prima questa drammatica pandemia, che ha seminato morte, dolore e
disperazione. Speriamo davvero che un sorriso contribuirà a lenire il dolore di tanti. Di troppi. Intanto vacciniamoci. Tutti. Coloro che dimenticano il passato sono condannati a riviverlo. Grazie, Primo Levi.