La “Generazione Z” che vive (e muore) sui Social: solo colpa della Rete?

23 Aprile 2021 Di Renato Crotti

Hanno accettato la sfida in quarantasei. Dieci si sono ritirati subito, preferendo “veder di nascosto l’effetto che fa”. Trentuno hanno resistito fino a metà settimana. Poi hanno preferito la resa. Onorevole. Novelli De Coubertin: l’importante è partecipare. Un mio caro amico, maestro e campione di Karate, avrebbe qualcosa da ridire. Altri due studenti hanno visto la linea del traguardo. Erano esalatati e pronti al fotofinish. Emuli di Jack London, il richiamo della foresta social ha poi avuto la meglio. Sono crollati. Tre figli di Ulisse hanno resistito alle
sirene della rete e ce l’hanno fatta. È la sintesi finale del progetto attuato quattro anni fa dal liceo “Munari” di Crema e dall’Università degli Studi che, all’epoca, aveva ancora sede in città. Avevano proposto agli studenti una settimana di astinenza volontaria da social network. Niente Facebook, Whatsapp e similari. Al bando Instagram e Youtube. Zero Twitter. “Posso fare a meno di voi” era il titolo dell’esperimento didattico. Visto l’esito, se tornassero indietro forse inserirebbero un punto interrogativo. Una battuta, non certo una critica. Il rapporto tra la cosiddetta “Generazione Z” ed i nuovi media è oggi più che mai d’attualità. Doverosa e urgente una riflessione approfondita.
Accantonando l’appartenenza politica di ognuno, la proposta di inserire l’educazione digitale nelle scuole merita d’essere considerata e discussa. Per reinserire l’ora di educazione civica, voluta da Aldo Moro nel 1958, ci sono voluto dieci anni. Confidiamo nella rapidità dei parlamentari. Carpe diem. L’indagine “Adolescenti e stili di vita” realizzata dal Laboratorio Adolescenza e Istituto di Ricerca Iard, ci riporta un quadro preoccupante. Circa il 60% degli intervistati dichiara di aver avuto il primo cellulare tra i dieci e gli undici anni. Oltre il 28% antecedentemente. Il 54% inizia la
vita in rete tra gli undici ed i dodici anni. Il 12% addirittura scende sotto la doppia cifra. Rispetto alle risultanze dell’edizione 2017 della medesima indagine si è ulteriormente abbassata l’età dell’accesso ai social. In aumento la percentuale dei giovanissimi che non utilizza alcuno strumento di protezione del proprio profilo. Anche perché nessuno glielo ha spiegato. Ma l’età minima per registrarsi su un social? Il 47% indica l’età minima per poter accedere. Il 20% un’età a caso. Il 23% dichiara di essere comunque maggiorenne. La recentissima morte di una ragazzina di dieci anni durante una challenge su una piattaforma social (e non la prima tragedia di questo genere) ne è la drammatica conferma. Senza tralasciare il cyberbullismo e l’adescamento. Capiamoci. Anche gli adulti utilizzano i social. Alcuni magari per più tempo dei ragazzini. La maturità psicologica per poter utilizzare strumenti di comunicazione così potenti e insidiosi non è però una variabile indipendente. È basilare. Indispensabile. La capacità di discernimento, di scorgere un pericolo insidioso e celato, è innegabilmente assente a dieci o dodici anni. Ed è innegabilmente presente la
curiosità, il senso di trasgressione, l’istinto di scoprire e guardare cosa c’è al di là del muro. Internet, quel muro lo rende trasparente. Con un clik. I sociologi ci spiegano che ciò accresce la fragilità di una generazione di adolescenti costantemente in ansia da prestazione. Desiderosa di omologarsi al trend “cool”, disposta a cambiare pur di adeguarsi ai canoni guida appresi dai social. Sono costantemente in vetrina e psicologicamente dipendenti dal giudizio degli amici. Alienati al punto di parlarsi tramite i social pure se l’uno davanti all’atro. Non è un atto di accusa verso i
giovanissimi. Non ne ho né titolo né la necessaria preparazione in materia. Commento ciò che vedo.
Resto convinto che il carente o assente ruolo educante e vigilante della famiglia rappresenti la responsabilità preponderante e principale. Certo, l’educatore deve essere credibile e coerente. Con sé stesso e con i figli. Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno, ci giunge dai Testi Sacri: lasciamolo agli Scribi ed ai Farisei. Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere. La miccia è tutto.