EMILIANO MONDONICO, L’ALLENATORE ‘PANE E SALAME’

14 Maggio 2021 Di Renato Crotti

14 maggio 2021

Del calcio mi piacciono i 90 minuti. Tutto il resto no”. Lapidario. Sincero. Schietto. Per tutti era il “Mondo”. Nomen, omen. Classe 1947, Emiliano Mondonico è stato uno degli allenatori di calcio più amati. Nativo di Rivolta d’Adda, adorava la sua terra. La decantava. “Sono innamorato di questo paese. Capisco gli umori, percepisco gli odori, amo la nebbia ed il fiume”. La figlia Clara, insieme ad alcuni amici, tra cui l’ex sindaco di Cremona e presidente del Coni Lombardia, Oreste Perri, ha istituito una fondazione che porta il suo nome. Ha combattuto come un leone contro il male che lo aveva colpito. Fedele al suo motto: non mollare mai. Il 29 marzo 2018 non ha perso la sua battaglia. Ha solo trovato un avversario più forte.

Cresciuto nelle giovanili della Rivoltana, nel 1966 venne ingaggiato dalla Cremonese. Due anni dopo, l’esordio in serie A con la maglia del Torino. Al termine di due stagioni in granata scese di categoria per giocare con il Monza (23 gare e 7 reti) e ritornare in A nel 1971-72 con l’Atalanta. Chiuse la carriera dopo il ritorno alla Cremonese, con cui giocò per sette stagioni tra serie B e serie C. “Da bambino, non avendo amici, giocavo a calcio in riva all’Adda. Il pallone era il mio amico. E le amicizie autentiche dell’infanzia è naturale che durino tutta la vita” disse durante l’intervista che gli feci nel 2001 per il mio libro “Cremaschi strana gente”. Quando nel1981 il “Mondo” diventò il “mister” della Cremonese aveva nella rosa dei giocatori il giovane e promettente Gianluca Vialli. I grigiorossi tornarono in Serie A. Dopo 54 anni di attesa. La Champions di Emiliano, quel personale filotto di cinque promozioni nella massima categoria. Centrate, dopo la Cremonese, con l’Atalanta (1987-88 e 1994-95), con il Torino (1998-99) e con la Fiorentina, altra nobile decaduta che riportò nella massima serie nella stagione 2003-04, entrando per sempre nel cuore dei tifosi viola.

La grande amarezza, invece, fu il non essere riuscito a evitare la retrocessione in B al Napoli nel 2000-01. Poi il 21 giugno 2004: il giorno della “festa viola”, il ritorno della Fiorentina in Serie A. Tra gli aneddoti della sua impressionante carriera, il gesto storico durante la finale di Coppa Uefa del ’92, quando alzò la sedia a bordo campo al cielo per protestare contro la decisione arbitrale. Proseguirà ad allenare con le alterne fortune del calcio sino al 2012. L’anno che segnò l’inizio della sua partita più dura.  Si definiva un allenatore “pane e salame”. Tornava a Rivolta ogni mercoledì per allenare una squadra speciale di persone a cui insegnava come prendere a calci le proprie dipendenze. Aveva una visione romantica del calcio, ancorata ai valori. Dello sport e della vita. “I giovani d’oggi di fronte delle delusioni piccole e grandi non hanno, a differenza della mia generazione, un’adeguata capacità di reazione. Oggi, il mito del calcio ha assunto questa dimensione a tratti irreale, falsata, ingigantita, perché altri e fondamentali valori e principi si sono affievoliti, se non scomparsi: il senso dello Stato e la religione. Per me, quella cattolica”.