GIANCARLO CERUTI, IL CREMASCO ALLA GUIDA DEL CICLISMO ITALIANO, DA PANTANI ALL’ORO DI BETTINI, DALLE GIOVANILI AL VELODROMO

17 Maggio 2021 Di Renato Crotti

Il ciclismo è cultura e tradizione. L’atleta, oltre alle doti naturali, deve essere una persona dal carattere mite, tranquilla, metodica, capace di ripetere tutti i giorni gli stessi allenamenti. Senza mollare. Mai”. Aveva tre lauree. Filosofia, Scienze Politiche e Antropologia. Giancarlo Ceruti non era un docente universitario, ma il presidente della Federazione Ciclistica Italiana. Per due mandati, dal 1997 al 2005. Alla prima elezione batté Francesco Moser, sostenuto dai “poteri forti” e dalla “Gazzetta”. La spuntò grazie ai voti delle società locali. Quei dirigenti si ricordavano dell’uomo che girava l’Italia in treno, dal Trentino alla Sicilia, per incontrarli, dar loro man forte, incoraggiarli nello sforzo volontaristico, silente e generoso. Era grazie a loro se giovani talenti si potevano allenare. Ieri, come oggi. Dopo l’elezione, la prima telefonata fu alla sorella. Giancarlo se ne è andato, a causa del Covid, il 31 marzo 2020. Aveva 67 anni.

Nativo di Pianengo, aveva il ciclismo nel sangue. Era nel suo Dna. Latente mentre lavorava alla Canavese, dove era attivo nel sindacato. Impegno in fabbrica, poi esponente sindacale a livello provinciale, regionale, nazionale. Nel tempo libero faceva lo speaker alle manifestazioni ciclistiche. Dalla categoria primavera (8/13 anni) fino al Gran Premio Liberazione sul circuito di Santa Maria, agli eventi provinciali, all’attività a favore dell’Unione Ciclistica Cremasca.

Nel 1975, l’anno che Fausto Bertoglio vinse il Giro d’Italia, andò a vederlo sullo Stelvio con Vincenzo Denti e Agostino Alloni. “Il transito delle auto era vietato” ricorda Alloni, suo amico di infanzia, “partimmo a mezzanotte, a piedi, da Bormio 2000. Camminammo per 22 chilometri, fino in cima. Lo spagnolo Francisco Galdos arrivò primo, tra due pareti di neve. Noi eravamo lì per tifare Baronchelli, che però deluse le aspettative”. Ceruti, con Albino Ferla, Mario Tacca e Provana, negli anni Ottanta lavorò tenacemente per il passaggio del Velodromo “Pierino Baffi” di Crema dal Coni al Comune, ponendo le premesse per il rilancio della struttura. Ancora attesa. (Tra gli immobili in attesa di recupero e riutilizzo vedi i link: https://www.renatocrotti.it/2021/05/10/la-pierina-cenerentola-cremasca-principe-azzurro-cercasi/ e https://www.renatocrotti.it/2021/05/07/ex-stalloni-declino-inesorabile/ ).

Ha vissuto in prima persona l’ascesa e il declino di Marco Pantani, l’oro olimpico di Bettini ad Atene 2004 e tanti altri momenti di gloria. Visse con dolore e partecipazione sincera la tragedia del “Pirata”, con cui ebbe scontri durissimi. Riteneva il doping il cancro del ciclismo. Da estirpare. Fu componente del Coni, della Commissione Mondiale per la lotta al doping dell’UCI e Consigliere nazionale dell’Istituto del Credito Sportivo. Uomo deciso, schietto, sanguigno.

L’avevo intervistato nel 2001 per il mio libro “Cremaschi strana gente”. Non parlava volentieri di sé. Preferiva i fatti.  Dopo essere andato in pensione si era allontanato dal mondo del ciclismo. Quasi un esilio volontario. Si dedicò allo studio e alla scrittura, componendo saggi sul ciclismo e sul fenomeno dell’immigrazione: “Il ciclismo dalla Sicilia alla Toscana. Antropologia di una migrazione” (2013), “Tra passione e realtà. Antropologia di una cultura ciclistica”, Migrazioni contemporanee. Il viaggio di un antropologo in bicicletta” (2017). Il periodo alla guida della Federazione fu all’insegna della concretezza, del rigore, del rispetto e ripristino dei valori. E delle regole. “Fare il presidente è stato un grande onore e una notevole fatica. Ho cercato di essere un uomo molto concreto. Non ero “calato dall’alto”. Per alcuni sono stato troppo decisionista. Ho lavorato su progetti precisi, Di medio e lungo periodo. Per il bene del ciclismo, non del presidente”.