FORMIDABILI QUEGLI ANNI: LE DISCOTECHE DI CREMA E DINTORNI DEGLI ANNI OTTANTA E NOVANTA CHE HANNO FATTO INCONTRARE E BALLARE MIGLIAIA DI PERSONE

24 Maggio 2021 Di Renato Crotti

Quando si è giovani, la discoteca è la Maga Circe: incanta e attrae. Non tutti, ma molti. Per la mia generazione era la meta per incontrarsi, ballare, conoscere gente, ritrovare amici e conoscenti. I discobar (nome coniato dall’architetto e designer cremasco Beppe Riboli per il locale “Ora di Vetro”) arriveranno dopo. Parlerò dei discobar nella seconda puntata. In questo articolo parlerò delle discoteche a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nel periodo anni 60/70 ero troppo piccolo e parlerei senza cognizione di causa. La discoteca era luogo di incontro. Per cercare ed essere cercati. Tentando di presentarsi al meglio. Alcuni esageravano e per loro il verbo balla non era soltanto un verbo. La gente della disco era varia, variopinta, variegata. C’era poi pure la pista. Disco music o lento languido e galeotto: ballare è la poesia dei piedi. E stimola il cuore.

In tv spopolavano Dallas e Dynasty, le Charlies Angels e Magnum Pi. I più giovani preferivano Baywatch e Friends, Twink Peaks e Hazzard, senza dimenticare l’inossidabile Fonzie di Happy Days. Ogni generazione ha avuto i propri locali. Il cremasco e dintorni, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, erano un’isola felice. Fu ribattezzata la “Milano Marittima del nord”. C’era l’imbarazzo della scelta. Le discoteche di quel periodo (da non confondere con i night club) si distinguevano per l’età dei frequentatori, la tipologia di clientela, il “dress code”, il genere musicale, la possibilità di raggiungerle (non tutti avevano l’auto). Non ultimo, il costo del biglietto d’ingresso. Alcuni nomi dei locali di quella stagione restano impressi ancora oggi nella memoria di una (o più) generazioni. In questa carrellata sull’onda del ricordo sicuramente ne dimenticherò qualcuno. Lascio ai lettori la facoltà di aiutarmi a completare l’elenco. Li aggiungerò nella seconda puntata dedicata ai discobar. Un amarcord dove è ammessa la piacevole nostalgia che ci porta a dire: formidabili quegli anni. Avevano in comune una mitica colonna sonora di “evergreeen”. Dagli Abba a Barry White, dai Bee Gees a Marvin Gaye, dai Supertramp ai Queen ai Village People ed i Beatles. Per gli inguaribili rockettari, dagli AC/DC al “Boss” Springsteen, dai Deep Purple agli Eagles, passando per i Genesis, Elton John e Led Zeppelin o Lou Reed. L’elenco sarebbe infinito. E tralascio la musica italiana. Una canzone su tutte: “Figli delle stelle” di Alan Sorrenti. Ai “piatti ed al mixer” si sono alternati i migliori Dj del territorio. Ma non solo. Alcuni sono ancora in attività. Inossidabili come i brani di quegli anni. Altri, sono diventati irreprensibili professionisti, imprenditori, artisti.

ll “Cacao”, nato a Castelleone nel 1981, dalle ceneri del “Club 66”. Ideato dalla mente del vulcanico, antesignano e visionario Umberto Dossena. Il locale era piccolo, ma non rappresentava certo un difetto. Ottocento persone in 380 metri quadrati. Per molti anni è stata “la” discoteca. Mercoledì e sabato le serate più gettonate da giovani, vitelloni della Bassa, debuttanti. Fissi, Lingio, Umberto, Ettore, Ivan, Massimo (vedi foto scattata da Gigi Bellani). Bis la domenica pomeriggio. Era lo “Studio 54” lombardo. Non si poteva non andare al “Cacao”. Era il salotto dei giovani di Crema.  Atmosfera elegante, musica di qualità, cocktail, clienti dal look curato, erano elementi di una naturale selezione dei frequentatori. Pomeriggio, sera, notte. Il tempo porta a mitizzare, ma quel locale di Umberto e dei suoi amici e colleghi resta un pezzo di storia dell’intrattenimento locale. Treno, autostop, motorini. Ogni mezzo era utile pur di arrivare alla meta. Entrando poi come se si fosse appena scesi da una Ferrari. Qualcuno arrivava molto prima dell’apertura, fingendo però di esser lì da pochi minuti. O attendendo in qualche bar vicino, per non far la figura del “paesano”. Il motto “Let’s go to Cacao”, adesivo o spilla, era il segno distintivo che segnalava, con orgoglio, l’appartenenza a quella antesignana Community.

Per gli autoctoni più giovani, ma anche provenienti dall’hinterland milanese, bergamasco e bresciano, la meta era lo “Skipper” di via Diaz a Crema, aperto nel 1972. Quell’angolo della città doveva essere nell’antichità la seconda casa della maga Circe, avendo precedentemente catalizzato il loco il Serenella ed il  Lanterba blu. Lo spazio antistante il locale era invaso da “Vespa”, moto e auto. Era il periodo a ridosso della “Febbre del Sabato sera”. Leo Pappalettera e Brunello Martelli al bancone, Massimo e Martelli dj, ed Ernani Robesti. Maschera e buttafuori il Blacky.I bene informati narrano di un giovane e bellissimo dj che una sera arrivò avvolto in un mantello color argento. Leggende metropolitane? Parrebbe di no. Segreto professionale sull’identità. Il locale era sempre sold out. Alla consolle si sono alternati, negli anni, anche Giovanni Colombi (poi emigrato al Pierrot con il mitico e inossidabile Antonio Comandulli, per tutti il “Coma”, ancora oggi sulla cresta dell’onda, coraggioso e indomito promotore di “Crema sonora” al teatro san Domenico), Francesco Nava, Ivan Donelli. La classe non è acqua. Per un lasso di tempo, a pochi metri di distanza c’è stata la concorrenziale convivenza con lo “Sherazade” di Angelo Pezzetti. Alla chiusura dello “Skypper” ne ha raccolto il testimone e l’eredità musicale. A pochi metri di distanza, i fratelli Pappalettera rilevarono anche il bar “Verdi”. Rilanciandolo. Alla grande. Altro che Triangolo delle Bermuda. In quegli anni debuttavano in città, sull’onda dell’impulso milanese, anche le radio libere: Radio Luna, Radio Crema Centrale, Radio Crema International, Radio Video CR, fino alla diocesana Antenna 5. I dj che trasmettevano i brani in radio davano appuntamento agli ascoltatori per la sera in discoteca. I Social non erano necessari. I cellulari, nemmeno. Dalle ceneri di quei locali sono poi nati lo Sherazade, l’Egoista, l’Havana fino al Babalula.

Instancabile, inesauribile, imbattibile, la “regina della notte”, Gloria Capitano. Apripista della musica dal vivo nei locali. Talent scout di band e artisti emergenti. Aspetto non a tutti noto. La memoria è labile. Donna energica, determinata, splendida. Dentro e fuori. Ha creato e reso il “Ritmia” di Pianengo il tempio dei “live”. Non è passata inosservata la somiglianza deln”Just Cavalli” di Milano con lo storico locale pianenghese. Dal 1986 ha fatto divertire, ballare, cantare, incontrare migliaia di persone. Sul palco del suo locale sono passati Alex Baroni, i Negrita, Paola Folli, Luca Jurman, Stef Burnes, gli Agricantus, gli Skiantos, Fabio Treves, Pino Scotto, gli Statuto, i Kaos One, Aldo Giovanni e Giacomo, solo per citarne alcuni. Il “Ritmia” era sia discoteca che un discobar. Un ibrido. Unico e mitico. Gloria ora è alla guida del “Babar” a Crema. Immutata la grinta, il sorriso, la voglia di lavorare. E la bellezza.

A pochi chilometri da Crema viaggiavano a pieno ritmo, è il caso di dirlo, l’Okey di Bagnolo Cremasco (attuale Magika), inaugurato nel 1972, dal patron Visioli. Attirava clientela dal milanese e dal lodigiano. Ampia, giardino esterno, più sale con generi musicali diversi. Accontentava tutti. Amanti del liscio compresi. Il sabato sera e la domenica pomeriggio, nel tratto di Paullese da Crema al locale, era un via vai di motorini, colonne di ragazzi a piedi a fare l’autostop, auto di genitori che accompagnavano i figli. Lasciandoli rigorosamente a debita distanza dall’ingresso. Farsi portare dal papà o dalla mamma, già all’epoca, non faceva figo. Dal capo opposto, a Offanengo, il “Charlie Brown”, dalla caratteristica pista circolare. Si ballava girando in tondo. I più timidi o spavaldi restavano sui divanetti a guardare o per farsi guardare. C’erano colo che, fingendo di essere avvezzi a fumare, tenevano la sigaretta a penzoloni sulle labbra. L’improvviso colore violaceo del viso era il segnale che, per sbaglio, aveva inspirato. Meno esigente nella forma, era prediletto dai giovanissimi come prima discoteca. Poi, la sera cambiava pelle.

Passato l’Oglio, la meta principale era il “River” di Soncino del mitico Jerry. Stile, classe, clientela bene, locale elegante. Il primo a introdurre il “privéé”, il “tavolo” con annessa bottiglia nel secchiello. Personale con cravatta nera o papillon. Frequentatori provenienti anche dalla provincia di Cremona, dal bresciano, dal bergamasco. Età più alta rispetto ai locali cittadini. Dress code apprezzato. Ha avuto, nel corso degli anni, alti e bassi. Ma, come l’Araba Fenice, è sempre rinato dalle proprie ceneri. Un luogo cult della disco e delle notti padane. Ancora oggi accoglie clienti, come se il tempo non fosse passato. Un highlander dei locali notturni. Poco distante c’era il Kalua, chiuso da oltre dieci anni. Molto gettonato, clientela, atmosfera, musica, differenti. Cambiò gestione diventando Odc. Poi, l’oblio.

Cappella Cantone, provincia di Cremona. Un locale inconfondibile per la sua forma architettonica: il Diedron. Salito agli allori con il passaggio dalla disco music anni Settanta alla musica elettronica ed il sintetizzatore. Era il periodo delle canzoni e degli interpreti “meteora”. Da Rick Astley a Sandy Marton, dai Visage a The Twins, dalle Bangles agli Immagination, da Falco ai Novecento, a Spagna. Elenco, anche qui, infinito. Era frequentato dagli amanti del genere. De gustibus. Come sentenziò Miles Davis, “Se una musica ti fa muovere i piedi e la senti lungo la schiena, non devi chiedere a nessuno se è bella oppure no.” Senza snobismi, era considerata una discoteca molto easy. Negli anni successivi cambiò proprietà e nome e divenne X’O. Nel 2007 venne chiuso e venduto all’asta. Poco distante, il “Gatto verde” di Soresina, meta di molti cremaschi e cremonesi, collegato alla radio “RCL26”. Altro locale storico, ancora aperto e in auge, il “Primastella” di Isso. Musica afro, atmosfere reggae e l’inconfondibile Citroen Ds, “Squalo” di fronte all’ingresso. Clienti amanti del genere, ma non una discoteca di nicchia. Lo riprova il fatto che è passata indenne a corsi e ricorsi musicali, rimanendo fedele al proprio imprinting. Scelta giusta. E vincente.

C’erano poi locali musicalmente “ibridi”, dove anche gli amanti del liscio, erroneamente da alcuni considerata musica di serie B, potevano dar sfogo alla propria passione. Oltre al già citato “Ok Club”, lo Studio Zeta del mitico Angelotto, che creò anche “Radio Zeta”, tra le più ascoltate emittenti del nord Italia. Varcando il confine verso il lodigiano, il Majorca a Codogno e l’Insonnia a Casalpusterlengo. Erano i locali con il maggior tasso di fidelizzazione dei clienti. Se lo zoccolo duro era rappresentato dagli irriducibili di Raoul Casadei, era altresì gettonato da frequentatori non più così giovani, ma ancora giovanili, in cerca di dolce compagnia, con sottofondo il “Vai col liscio” e la musica solare. Ha invece chiuso nel 2017 l’Otto Blues di Lodi, la discoteca tra viale Pavia e la tangenziale aperta nel 1969 dalla famiglia Iotti. Tra gli artisti che hanno calcato il palco, da Vasco Rossi (1982), i Rockets, Camaleonti, Dik Dik, Adriano Celentano, Pippo Baudo, i Nomadi. Locali, persone, atmosfere, aneddoti, che ci fanno dire: formidabili quegli anni. (Il prossimo articolo sarà dedicato ai discobar, qui non citati).