I DISCOBAR DI CREMA E DINTORNI DEGLI ANNI 80/90: FORMIDABILI

26 Maggio 2021 Di Renato Crotti

Nella vita tutto si evolve. Eʹ capitato anche ad alcuni locali che da bar si sono trasformati in discobar. O sono nati già tali. Luoghi particolari per design, location, musica, clientela, ambientazione, gestori. Peculiari. Luoghi di ritrovo dell’umanità. Varia. Mi limito a quelli di Crema e dintorni, consapevole di tralasciarne molti altri. Non perché fossero meno belli o poco frequentati, semplicemente perché, diversamente, dovrei scrivere un libro a tema.  

Il nome discobar venne coniato dall’archistar Beppe Riboli per l’Ora di Vetro, aperto in via Cadorna a Crema nel 1986 dove prima sorgeva un’officina meccanica. Fu il primo locale di questo genere in città. Alternativo. Lo ricorda lo stesso “Corra” in una intervista rilasciata a Stefano Mauri per “Sussurrandom”. “Prima dell’avvento dei discobar la musica era assente dai locali o diffusa attraverso la radio. Per ascoltarla in compagnia di amici, bevendo qualcosa, oltre ai live molto in voga in estate, era necessario andare in discoteca, ma chiaramente proponeva un programma musicale limitato e commercialmente corrispondente al tipo di locale”. (Sulle disco del territorio degli anni ‘80/’90 vedi il link https://www.renatocrotti.it/2021/05/24/406/ . Il discobar ha fatto conoscere la musica “alternativa”, ad alto volume, favorendo l’emergere di numerosi Dj locali, che, lungimiranti, hanno fatto ballare migliaia di giovani con musiche da “club” d’Oltralpe, rendendo popolari generi musicali di nicchia quali il Dark, il Grounge, l’Elettronica che, in una cittadina così provinciale e distante dal panorama milanese come Crema, non era trasmessa nei locali”. Alcuni Dj dell’epoca sono ancora oggi in attività. Senza di loro i locali di questo genere sorti in giro per l’Italia non avrebbero avuto il successo meritato. Professionisti a tutto tondo. Come il vinile. L’Ora di Vetro, con la sua proposta innovativa, divenne in men che non si dica luogo cult. È possibile innamorarsi a prima vista di un luogo. Come di una persona.

Dal 1991 al 2007 ha fatto storia, a mio modo di vedere più di ogni altro in zona, il bar futurista Zang Tumb Tumb di via IV Novembre. Mitico. Unico. Irripetibile. La firma è sempre di Beppe Riboli. The Genius. Il nome del locale, nato come club, (molti conservano ancora la tessera d’ingresso Zang) venne mutuato dall’opera letteraria del futurista italiano Filippo Tommaso Marinetti nella quale sperimentava, tra l’altro, l’uso di termini onomatopeici per riprodurre i suoni della guerra.  Ѐ una delle creazioni a cui Riboli è maggiormente affezionato. “Lo Zang è stato il mio laboratorio permanente, dove ho sperimentato in scala reale ciò che mi girava per la testa. In quindici anni l’ho rifatto quindici volte, sempre a costi bassissimi, e ogni anno era nuovo, dirompente, all’avanguardia”. Verità.

Il fratello Pietro, con Dario (oltre che gestori con Angelo e Mauri) e CorraZang erano, gli animatori, organizzatori. Un club privato, quarantamila soci, laboratorio delle arti, design, musica live, teatro, dj set, location anche per pittori e poeti. “Allo Zang sono cresciute generazioni di artisti e performer, il tutto nella massima incoscienza. Qui si annullavano le classi sociali”. Certi luoghi avevano il magico potere di lasciarti addosso quell’indescrivibile voglia di conoscerli più a fondo. Proprio come certe persone. Corrado, a causa o per merito del locale, ha cambiato nome. Per tutti è “Corra Zang”. Dj, barista, addetto all’ingresso, animatore, autore e interprete di spettacoli e rivisitazioni teatrali. Un factotum. “Ringrazio Beppe, Pietro e Angelo Re per avermi coinvolto in quell’esperienza professionale e di vita, irripetibile”, ricorda CorraZang, “Una serata del 2007 con Pietro e Dario ci eravamo inventati dei piccoli omaggi per i primi cento clienti: sassolini del Serio dipinti con vernice color oro; un peperoncino confezionato e una fialetta in vetro contenente “Aria dello Zang raccolta alle 4 di notte”: andati a ruba. In un’ora. Alcuni conservano ancora oggi quella fialetta come una reliquia. Lo Zang fu il primo locale a organizzare all’interno mostre personali e collettive di artisti locali per dar loro una vetrina”. Come scriveva Antonio Tabucchi, ”un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”. 

Uno dei punti di forza dei discobar era l’ingresso gratuito. Due ulteriori caratteristiche hanno assicurato a questi locali una lunga stagione di successo. La prima è stata il costante ricambio generazionale. Una generazione, dopo alcuni anni, cedeva il passo alla successiva. La seconda. La coesistenza in città di locali con target di età e clientela in grado di soddisfare gusti diversi.

Verso la fine degli anni Novanta, il fiume Serio si trasformò nell’Oceano Indiano. Le sue sponde, nella terra africana. Apriva lo Zanzibar dell’inossidabile e geniale Carlo Ghisoni. Sempre elegante, affabile, sorridente. Un signore. Musica sia dal vivo che diffusa. Stipati d’inverno, all’aperto d’estate. Potevi ballare all’interno o fare due chiacchiere bevendo un drink. La musica alta era la scusa per avvicinarsi più del normale. Si chiamava movida, ma spesso si stava fermi col bicchiere in mano. Al cuor non si comanda. Atmosfera da club, senza eccessi. Ideale per incontrarsi e incontrare. Per anni ha avuto la coda all’ingresso. Poi uno stop. La costante ricerca di nuovi locali ha penalizzato molti ritrovi “storici”. Aggiungiamoci il rapido mutamento dello stile di vita e gusti dei “nuovi giovani”. Migliorati o peggiorati. Dipende dai punti di vista. Lo Zanzi, comunque, dopo un periodo di stop ha riaperto con una nuova gestione. E viaggia. Ancora.

Tra un locale e l’altro, o alla chiusura, c’erano poi due mete, tra le tante, predilette dai nottambuli: la bruschetta al Mistura Fina di Vergonzana, recentemente rinnovato ed in piena attività, e la pizza appena sformata dal panificio Altrocchi. Vuoi per “asciugare” i cocktail, vuoi perché a notte inoltrata veniva un certo languorino. Quel “qualcosa di buono” non era garantito da Ambrogio, ma da locali come questi. Alcune serate erano dei must: il mercoledì dello Zanzibar, la domenica del Paparazzi, il venerdì dello Zang, mentre il sabato era il giorno che riempiva ogni locale di Crema, piccolo o grande. Il cremasco era definito la “Milano Marittima” della Lombardia.

Un disco-bar ricavato in una vecchia cascina. Pochi elementi d’arredo e un grande banco bar spiroidale (posizionato nel centro), in lamiera e ceramica, di ben 27 metri lineari. Intorno una curva, a segnalare lo spazio in piedi rispetto alla zona a sedere, realizzata con pali in ferro e una rete da pollaio. Pavimento in palladiana bianco e nero, pareti nere, soffitto nero, neon azzurri, sedie in ferro. Basta”. Così Beppe Riboli (sempre lui!) creava nel 1989 il Mea Culpa, sul “curvone di Madignano dove oggi sorge una pizzeria. L’essenzialità del luogo era il suo punto di forza. Musica, luci, esasperato cromatismo, creavano un’atmosfera tanto insolita quanto innovativa. E apprezzata. Nei discobar la musica house e underground resisteva contrastando la dilagante dance anni ‘90 giustamente proposta dalle discoteche.

Dinamicità e modernità. Linee sinuose, ondulate, dinamiche, forme ellittiche e curve che erano funzionali all’esaltazione dei concetti di spinta, movimento e dinamicità tipici dell’architettura Futurista si ritrovavano “macinati” anche al Tere Viri di Castelleone. Correva l’anno 1990. La capacità di fidelizzare il cliente è stato un punto di forza del “Riboli Team”. Migliaia di giovani si spostavano da un capo all’altro della città e dei paesi limitrofi per far serata. O incontrare l’anima gemella. Cupido era sempre in agguato. Non pochi si spostavano nel bresciano. Balilla e Palladium, ma non solo. O sul lago di Garda. Capovolto, Baraonda, Fura o al Nec Ente a Cremona.

C’erano anche locali che risulta difficile inserire in una categoria. Avevano una caratteristica che li rendeva unici. E’ il caso del mitico “Bar Giallo”, tutt’oggi in piena attività. Una tana romantica in quel di Credera Rubbiano creata dal mitico Marino. Oggi si definirebbe un lounge bar. Musica di sottofondo, candela sul tavolo, cocktail di gran qualità, eleganza nella forma e nella sostanza. Meta prediletta dalle coppie o aspiranti tali. Un luogo cult dove Cupido regnava (e regna) incontrastato. Atmosfera similare, ma con peculiarità differenti era il “Palo di Chieve”, sia per un drink che per incontri galanti.

Altra tipologia di locali, (e anche in questo caso non intendo dire migliori o peggiori) emblema di una stagione che volgeva al termine, con atmosfere, location, clientela differente, si sono poi susseguiti negli anni. Da “Le Aste” di via Diaz, ora chiuso, al “Beat” (con mini discoteca al piano di sotto) e bar Longoni (ancora in attività). Già faceva capolino un’altra tendenza. I pub. Il Victorian, il Mc Guinness, John Keating, Don Stuart. Ma questa, come direbbe Carlo Lucarelli, è un’altra storia.