L’INCREDIBILE STORIA DI DON VITO GROPPELLI, PER 40 ANNI MISSIONARIO IN BRASILE. AL RIENTRO, MORÌ TRAVOLTO DA UN’AUTO A OFFANENGO. A LONDRINA REALIZZÒ UN SOGNO IMPOSSIBILE

2 Giugno 2021 Di Renato Crotti

Aveva trascorso quarant’anni da missionario in Brasile. Povertà, pericoli, sacrifici, malattie, avversità. Era tornato da poco a Offanengo dove prestava servizio come Cappellano e celebrava la Messa al santuario della Pallavicina. A 78 anni, il fisico risentiva delle fatiche della vita da missionario. Don Vito Groppelli ha perso la vita l’8 dicembre 2017 a Offanengo, travolto da un’auto mentre attraversava la strada. Era il giorno dell’Immacolata. Sul luogo della tragedia giunse per primo mons. Daniele Gianotti, vescovo di Crema. Alcune strade portano più ad un destino che a una destinazione. Secondi alcuni, la coincidenza è il modo di Dio per restare anonimo. “La mia vita è stata meravigliosa. È evidente che ho avuto momenti di intensa solitudine, di incomprensione e di stanchezza. Con la Tua grazia sono riuscito a superare ore difficili. Come ringraziarTi per tutto ciò che di buono ho sperimentato?” ha lasciato scritto nel suo testamento spirituale redatto nel 2014.

Nato a Crespiatica nel 1939, era stato ordinato sacerdote il 27 giugno 1964. Per cinque anni vicario nella parrocchia di Scannabue e per altri tre a San Michele. Nell’aprile 1972 l’inizio della Missione in Paranà, nel Brasile del Sud, come sacerdote “Fidei Donum”. Accolse l’appello di Papa Giovanni XXIII in favore dell’America Latina, come missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere). L’anno successivo scrisse anche un libro “Nessuno scagli la prima pietra”, che suscitò non poco scalpore nel mondo sacerdotale. Esercitò per oltre quarant’anni il suo ministero nella diocesi di Londrina.  Ebbe una parentesi di due anni nei quali si trasferì a Salvador da Bahia per accompagnare una nuova esperienza missionaria voluta dal compianto vescovo di Crema, monsignor Angelo Paravisi. “In Brasile ho avuto la grande fortuna d’avere come punti di riferimento missionari del Pime espulsi dai paesi asiatici con una ricchezza umana ed esperienze di sofferenza scriveva don Vito. “Mi hanno aiutato a rendermi conto che la Missione è quella che il Signore ti mette davanti e ho potuto identificarmi con la realtà di una diocesi, Londrina, nello stato del Paranà, grande tre volte l’Italia e che oggi ha più di un milione di abitanti”.

La regione del Paranà è molto fertile e produceva canna da zucchero e caffé su terreni per la gran parte di proprietà di ricchi possidenti. Non pagavano i salari regolarmente, ma ogni sei, sette o anche otto mesi, in un Paese con l’inflazione molto alta. L’evidente situazione di grave ingiustizia sociale non poteva lasciare indifferente la Chiesa locale. E l’assemblea dei vescovi, presieduta dall’arcivescovo Geraldo Fernandez incaricò il sacerdote cremasco di fare una ricerca per documentare le situazioni di disagio. Assumendosi tutta la responsabilità dello scandalo seguito alla successiva diffusione sulla stampa brasiliana dei risultati, che mettevano in evidenza le grandi ingiustizie perpetrate dai ricchi. “Se la Chiesa in Brasile cammina speditamente, lo deve a una moltitudine di cristiani totalmente disponibili in campo pastorale, che limita le conseguenze della grande scarsità di clero.” E il popolo ha continuato a sentire che la Chiesa era vicina e cercava di far valere i loro diritti, battendosi per la giustizia sociale.

Nel 1982, anche grazie all’aiuto determinante di amici e parenti cremaschi avviò la costruzione di una struttura per l’accoglienza temporanea di nuclei familiari e persone in difficoltà. La chiamò “Nazaret Santuario della Famiglia”. La Chiesa è una vera famiglia, affermava don Vito. Inizialmente il complesso era costituito da un fabbricato con la residenza delle suore e sei camere per l’accoglienza temporanea di persone in difficoltà. Negli anni vennero costruiti una cinquantina di apparentamenti per famiglie, un teatro e la nuova chiesa. Don Vito era un pacifico guerriero della Luce. Un miracolo è spesso la volontà di vedere il comune in un modo non comune. E’ un sogno che diventa Luce. “Abbiamo iniziato con una decina di ragazze madri, buttate fuori casa dai genitori” raccontava il nostro missionario, “restavano da noi per un periodo nel corso del quale cercavano di ritrovare i compagni e convincerli a riconoscere il figlio, a farlo battezzare e a prendersene cura. E dall’affrontare le emergenze, la nostra struttura è via via diventata un po’ una facoltà per i consiglieri familiari, riconosciuta dall’Università Cattolica di Salvador Bahia.”

Durante i quarant’anni in Brasile, don Vito s’è mantenuto in costante rapporto con i Confratelli cremaschi, ai quali inviava numerose lettere ogni anno per aggiornarli sulla situazione e la sua attività. Un amico cremasco provvedeva a ciclostilare e fotocopiare gli scritti, per distribuirli a tutti. “Nella Casa brasiliana dedicata alle Famiglie sono passate molte persone in cerca di una parola di conforto o di incoraggiamento” scriveva nel suo testamento spirituale, “qui sono state asciugate molte lacrime, ma non tutti i problemi hanno trovato una soluzione. Però sono certo di aver ricevuto sempre con affetto tutti i fratelli e le sorelle che hanno bussato a questa porta. Non è stato possibile realizzare completamente il piano che avevo in mente. I miei genitori e i miei fratelli sono stati la maggiore benedizione divina in tutti gli anni della mia esistenza. Io passo da qui alla vita eterna, ma l’ideale della famiglia cristiana continuerà a brillare nel firmamento della Chiesa e dell’umanità. Credo fermamente che solo una famiglia ben fatta salverà l’umanità dal disastro esistenziale e curerà tutte le ferite umane”.