I “CENTENNIALS”, RAGAZZINI CHE VIVONO (E A VOLTE MUOIONO) SUI SOCIAL: SOLO COLPA DELLA RETE?

8 Giugno 2021 Di Renato Crotti

Il sito internet Sanctioned Suicide è stato oscurato dalla Procura della Repubblica di Roma. Ospitava una Community di più di 17 mila iscritti in tutto il mondo, tra cui molti ragazzi italiani. Ricevevano un supporto morale e concreto per portare a compimento le loro idee di suicidio. Due ragazzi romani di 18 anni si sono tolti la vita tra febbraio e dicembre del 2020. Dopo la loro morte è stata avviata l’indagine che ha portato all’oscuramento del sito web. Tragicamente, pare sia solo la punta dell’iceberg.

L’indagine “Adolescenti e stili di vita” realizzata dal “Laboratorio Adolescenza” e “Istituto di Ricerca Iard” ci riporta un quadro preoccupante. Circa il 60% degli intervistati dichiara di aver avuto il primo cellulare tra i dieci e gli undici anni. Oltre il 28% antecedentemente. Il 54% inizia la vita in rete tra gli undici ed i dodici anni. Il 12% addirittura scende sotto la doppia cifra. Rispetto alle risultanze dell’edizione 2017 della medesima ricerca si è ulteriormente abbassata l’età dell’accesso ai social. In aumento la percentuale dei giovanissimi che non utilizza alcuno strumento di protezione del proprio profilo. Anche perché nessuno glielo ha spiegato. Ma l’età minima per registrarsi su un social? Il 47% indica l’età minima per poter accedere. Il 20% un’età a caso. Il 23% dichiara di essere comunque maggiorenne.

La recentissima morte di una ragazzina di dieci anni durante una challenge su una piattaforma social (e non è la prima tragedia di questo genere) ne è la drammatica conferma. Senza tralasciare il cyberbullismo e l’adescamento. Sono i cosiddetti “nativi digitali”. Capiamoci. Anche gli adulti utilizzano i social. Alcuni magari per più tempo dei ragazzini. La maturità psicologica per poter utilizzare strumenti di comunicazione così potenti e insidiosi non è però una variabile indipendente. È basilare. Indispensabile. La capacità di discernimento, di scorgere un pericolo insidioso e celato è innegabilmente assente a dieci o dodici anni. Ed è innegabilmente presente la curiosità, il senso di trasgressione, l’istinto di scoprire e guardare cosa c’è al di là del muro. Internet, quel muro lo rende trasparente. Con un clik.

L’attrazione dei social è irresistibile. Ce lo conferma il progetto attuato quattro anni fa dal liceo “Munari” di Crema e dall’Università degli Studi che, all’epoca, aveva ancora sede in città. Avevano proposto agli studenti una settimana di astinenza volontaria da social network. Niente Facebook, Whatsapp e similari. Al bando Instagram e Youtube. Zero Twitter. “Posso fare a meno di voi” era il titolo dell’esperimento didattico. Visto l’esito, se tornassero indietro forse inserirebbero un punto interrogativo. Una battuta, non certo una critica. Hanno accettato la sfida in quarantasei. Dieci si sono ritirati subito, preferendo “veder di nascosto l’effetto che fa”. Trentuno hanno resistito fino a metà settimana. Poi hanno preferito la resa. Onorevole. Novelli De Coubertin: l’importante è partecipare. Altri due studenti hanno visto la linea del traguardo. Erano esalatati e pronti al fotofinish. Emuli di Jack London, il richiamo della foresta social ha poi avuto la meglio. Sono crollati. Tre figli di Ulisse hanno resistito alle sirene della rete e ce l’hanno fatta. Il rapporto tra la cosiddetta “Generazione post-Millenials” ed i nuovi media è oggi più che mai d’attualità. Doverosa e urgente una riflessione approfondita. Accantonando l’appartenenza politica di ognuno, la proposta di inserire l’educazione digitale nelle scuole merita d’essere considerata e discussa. Per reinserire l’ora di educazione civica, voluta da Aldo Moro nel 1958, ci sono voluto dieci anni. Confidiamo nella rapidità dei parlamentari. Carpe diem. I sociologi ci spiegano che la vita virtuale dei social accresce la fragilità di una generazione di adolescenti costantemente in ansia da prestazione. Desiderosa di omologarsi al trend “cool”, disposta a cambiare pur di adeguarsi ai canoni guida appresi dai social. Sono costantemente in vetrina e psicologicamente dipendenti dal giudizio degli amici. Alienati al punto di parlarsi tramite i social pure se l’uno davanti all’atro. Non è un atto di accusa verso i giovanissimi. Non ne ho né titolo né la necessaria preparazione in materia. Commento ciò che vedo. Resto convinto che il carente o assente ruolo educante e vigilante della famiglia rappresenti la responsabilità preponderante e principale. Certo, l’educatore deve essere credibile e coerente. Con sé stesso e con i figli. Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno, ci giunge dai Testi Sacri: lasciamolo agli Scribi ed ai Farisei. Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere. La miccia è tutto.