I PERSONAGGI (VERI) DEL FOLKLORE CREMASCO: DAL PALUTЀR A MAMMAVOLO, DA MADRE VEDRIETTI A PÙLVER ALLO STRACCIVENDOLO MЀLINI

2 Luglio 2021 Di Renato Crotti

Ci sono persone che sono entrate a far parte del folklore cremasco diventando così personaggi della cosiddetta “storia minore” della città. Tutti li conoscono. Se il dato anagrafico non è recente. Per averli conosciuti o perché ne hanno sentito parlare da parenti e amici.

Tra i più noti, senza dubbio, il “Palutè” o “Paluter”. Arrivava dal bergamasco. Pare dalla Val Palot. Il nome con cui veniva chiamato in dialetto cremasco forse derivava proprio dalla sua provenienza. A volte era solo, altre con il fratello. Anziano, dall’espressione arcigna, di poche parole, con la sigaretta perennemente in bocca. Vendeva di tutto, di più. Pentole, utensili, vaschette, giochi, scope di saggina (il suo pezzo più richiesto), teli, bicchieri. Tutto accatastato su un vecchio carro trainato da un cavallo che aveva visto giorni migliori. Tolta la biada al cavallo e il pasto per lui, (dormiva in una locanda all’epoca sita in via IV Novembre) non so quanto guadagnasse a fine giornata. Altri, invece, sostengono che, alla sua morte, gli eredi abbiano scoperto un bel gruzzolo.

Un altro soggetto molto bizzarro, questo cremasco, era Gaetano Pedrinazzi. Ma per tutti era “Mammavolo”. Abitava in zona mercato, vicolo del Quartierone. Faceva il “robivecchi”. Oggi si direbbe rigattiere. Con il suo sgangherato Apecar andava nelle case per svuotare cantine, soffitte, rimesse. Accatastava il frutto del lavoro quotidiano nella sua casa. Rivendeva ciò che aggiustava o i pezzi di ricambio. La rimanenza restava depositata nell’abitazione. Crescendo giorno dopo giorno. La volgata popolare vuole che il nome derivi da un suo azzardato esperimento. Novello Icaro, salì sul davanzale della finestra dell’abitazione posta al primo piano, aprì l’ombrello e, mentre si lanciava, gridò rivolto alla madre nella stanza vicina il grido che lo rese famoso: Mamma, volo!!! La caduta, fortunatamente, non gli causò seri danni, se non esaltare quell’eccentricità per cui era già noto in città. Perfino i bambini conoscevano il soprannome e, vuoi per la sfrontatezza della giovinezza, vuoi per provare l’ebrezza del rischio, vuoi per l’irresistibile tentazione di fare la bravata che altri, prima di loro, avevano attuato, passavano sotto le finestre del povero Gaetano urlando il suo soprannome a squarciagola, fuggendo poi a gambe levate. Mammavolo il più delle volte si affacciava inveendo e gridando ai ragazzini in fuga, che ridevano a crepapelle.

Non meno noto era “Polvere” o “Pulvèr”, l’accalappiacani.  Ai tempi, il randagismo era un problema e contribuiva a creare problemi sanitari e diffusione di malattie. Spesso i cani fuggivano dalle cascine o si perdevano. Pagati dal Comune, gli accalappiacani perlustravano le strade prelevando i cani e portandoli in un luogo di raccolta. Gli eventuali padroni potevano riprendersi l’animale pagando un riscatto. In caso contrario, la sorte dei cani era segnata. L’accalappiacani nel suo lavoro, che svolgeva principalmente la mattina, era seguito a poca distanza da un altro operaio, che trainava una piccola carretta: una sorta di gabbia con una grata metallica, dove venivano rinchiusi i randagi catturati con lo speciale attrezzo. Circolava, infatti, in città e nei paesi (che l’avevano incaricato) con un lungo bastone con in cima un cappio realizzato o con una robusta corda o con filo di ferro.

Quando avvistava un randagio, gli si avvicinava nascondendo la mano con l’attrezzo, salvo poi, con un gesto fulmineo, mettergli la catena attorno al collo e bloccarlo. A quel punto l’animale tentava inutilmente di divincolarsi, ma ormai la sua sorte era segnata e finiva così infilato a forza dentro la carretta. Proprio per questo gesto il lavoro dell’accalappiacani non era visto tanto di buon occhio della gente, che lo riteneva alquanto brutale. Erano altri tempi. Oggi, fortunatamente, questa figura non esiste più. Ai tempi faceva solo il lavoro per cui era stato incaricato.

Lo Straccivendolo vagava per le strade di città e paesi per raccogliere stracci vecchi e usati per poi rivenderli. Una professione sviluppata nel periodo del secondo dopoguerra, tra gli anni 1950/60. In città, il folklore narra della figura di Mèlini al strasèèr. Al contrario degli altri ambulanti, lo straccivendolo non offriva nessuna prestazione di manodopera, ma girava in paese per raccogliere oltre agli stracci, anche ossa, ferro e cianfrusaglie. Alcuni giungevano spingendo un carretto a due ruote, altri su un carro trainato dal cavallo. Raccoglieva materiale di scarto e in cambio offriva: filo, aghi, ditali, sapone, mollette per capelli, ed altri oggetti che custodiva in una cesta. I bambini, quando lo vedevano arrivare, correvano da tutte le parti per cercare qualcosa da dargli. In cambio ottenevano dolciumi o biglie.

Solo una persona terrorizzava i bambini maggiormente di “Mammavolo”. Il “maresciallo” Madre Vedrietti, dominus assoluto della Colonia Seriana di Crema da cui sono passate intere generazioni di bambini cremaschi. Inciso: segnalo anche il bellissimo libro su Finalpia redatto dal Centro Culturale Galmozzi. Burbera, severa, con lo scappellotto facile, creava timore solo al suo apparire. Una pietanza non gradita diventava improvvisamente squisita all’apparire della Madre. Non ho vissuto quei tempi, ma questo è ciò che mi hanno riferito. E, senza dubbio, è solo una minima parte.

Ho ricordato questi personaggi perlopiù grazie alle narrazioni che ho ascoltato da altri. Lascio ai lettori integrare il racconto, così da correggerlo, completarlo, integrarlo con gli aspetti che sicuramente mancano.