LE ROCK BAND CREMASCHE DEGLI ANNI ’90: IL RACCONTO SUI GRUPPI MUSICALI ED I PROTAGONISTI DELL’EPOCA, COMPRESE LE MAGLIETTE SU “ROCKACREMA” NELL’ARMADIO DELL’ORIENTAGIOVANI

5 Luglio 2021 Di Renato Crotti

DI EMANUELE MANDELLI

                                                                               Cercare di raccontare in maniera cronologica la musica, per quanto solo quella di matrice rock, cremasca degli ultimi, diciamo, 20/30 anni è un’impresa in cui non mi cimenterò in questo scritto. Richiederebbe un approccio cronologico e un lavoro di ricerca che potrebbe portare ad una mole di informazioni molto più adatte ad un libro che non a un articolo per un blog. È molto più facile saltabeccare qua e là per suggestioni e ricordi. Certo si rischia di non raccontare davvero nulla. È difficile per me poi essere obiettivo affrontando un tema del genere. Intanto a che periodo circoscriviamo il racconto?

Ho iniziato ad interessarmi di musica locale praticamente da che ho memoria. Dapprima cercando di entrarci per la porta principale, quella del musicista, poi come tanti musicisti falliti mi sono dato alla critica. Prima seria, articolata e spietata e poi via via sempre più cazzara e leggera, mano a mano che conoscevo e diventavo amico degli interpreti, mischiano i piani inevitabilmente e perdendo quindi anche la capacità critica di dire: sta cosa è una boiata pazzesca.

Rimane negli annali della mia storia personale la telefonata che mi fecero, a casa non c’erano ancora i cellulari, i Clivius da Sergnano, tipo nel 1999, per lamentarsi del fatto che avevo stroncato un loro concerto, in apertura ai Cod, band di Trento che pareva sul piede di esplodere ma poi sparì, alla festa dell’Unità di quell’anno. Pensate che la festa del Pd, che forse allora si chiamava ancora PCI, o DS, che ne so, ricordarsi i nomi del partito nel corso degli anni è come ricordarsi le formazioni dei Black Sabbath dopo la fuoriuscita di Ozzy. Insomma, dicevo seguivo la festa per qualcuno, forse era Cronache Cittadine? Forse era il quotidiano La Cronaca? Chi se lo ricorda, e non gradii che la band di Sergnano, capitanata da Alessandro Iride, tirandola per le lunghe avesse tolto spazio al gruppo principale della serata. Totale, all’uscita del pezzo qualcuno della band mi chiamò a casa per lamentarsi.

Poi scrissero anche una canzone acidissima dedicandomela, una roba che diceva tipo “devi stare zitto se non sai di cosa parli”. E pensate che se andate su Discogs e cercate i Clivius le poche schede che sono presenti le ho fatte io. Quelle di capolavori, ed è si badi bene senza virgolette, come “Accidenti Occidente” o “Vietato”, dove c’era appunto “Non importa” la canzone dedicatami dai ragazzi. Ad anni di distanza dovetti ammettere che erano avanti di una manciata di anni. I primi nel cremasco a proporre quel crossover di ska e punk che dominò la musica indipendente italiana a cavallo degli anni 90 e 2000. Tanto è vero che nel disco “Vietato” tra gli ospiti ci sta uno dei Vallazaska. Ma sto divagando.

Insomma, solo per introdurre la cosa già avrei finito lo spazio di un normale articolo che racconti qualcosa per un blog. La soglia di attenzione dei fruitori della rete, si sa, è quella di un pesce rosso e a questo punto probabilmente arriveranno solo i Clivius, magari l’amico Kristian Monti, con cui discuto sempre di musica su Facebook, che poi tira in mezzo quel precisino di Umberto Bellodi e finiamo per discutere per ore di nulla (magari bullizzando il povero Paolo Cella). Insomma, dicevo magari solo loro per sentirsi ancora al centro della mia attenzione dopo 25 anni.

Ma è uscito un altro nome che fa parte a buon motivo della storia della musica cremasca. Quello di Umberto Bellodi, adesso se ne sta nel suo buen ritiro di Castelleone e fa cose da quello che se la tira tanto con la musica e a gestire Alice nella Città. Ma venti e passa anni fa, beh, faceva lo stesso. Mi ricordo per dire dei Krosmos, collettivo in cui sono passati tremila musicisti diversi, gente che oggi fa magari altri, come il regista indipendente Michelangelo Severgnini, come Elena Crotti che dopo la Consulta dei Giovani si è data al mondo del sociale e della comunicazione. O ancora Denis Guerini che ci suonava la batteria, ma che poi è diventato un cantautore di quelli un po’ sghembi. Con lui abbiamo anche fatto uno spettacolo di teatro canzone, abbiamo intendo io e lui, dal titolo “È facile smettere di essere ottimisti (se sai come farlo)”. Ma volevo parlare di Bellodi, che aveva messo su una band stranissima che si chiamava Dicono di Mal di Schiena, che faceva una roba che non saprei definire ancora oggi. Un progressive demenziale alla Elio? Insomma, avrete capito che è difficile mettere in fila delle storie lineari avendone vissute tante, ed essendo anche un po’ ricnoglionito come tanti vecchi.

Quando ho cominciato a scrivere seriamente per dire, nel 1997 su Mondo Padano, quello diretto da Floriano Soldi, avevo realizzato uno specialone uscito a inizio anno, dedicato al rock cremasco. Proprio nei giorni in cui ci lasciava Paolo Panigada, a cui erano dedicate le 4 pagine di speciale. Una roba diventata epica, allora i giornali erano solo cartacei e la musica locale mica se la filavano. Al massimo c’erano le fanzine, le cose fotocopiate, come Forever Underground dell’amico Andrea Ruggeri, sempre da Castelleone dove sono tutti matti, o la mia Casello 21. Ma divago. Ancora. Dicevo quello special entrò nella storia. Aveva la pretesa di riprendere il discorso dove un paio di anni prima lo aveva interrotto Maurizio Dell’Olio che aveva prodotto un volumetto bellissimo intitolato In nome del rock, che raccontava la musica cremasca dagli anni ‘50 agli anni ‘80.

Da lì partivo infatti, citando un paio di band che erano porta alla fine del percorso narrativo di quel libro, ponendole all’inizio del percorso narrativo del mio special. I Chiamata Urgente e i Deissi. Dei primi, formazione epica che vedeva tra le loro fila nomi che magari dopo vi farò, ero un hard fan. Che coraggio: erano stati i primi ad arrivare a pubblicare qualcosa per davvero. Un 45 giri editato dalla Toast record di Torino, cioè la casa discografica dei primi dischi degli Statuto. Insomma li vedevamo come arrivati rispetto a noi che non avevamo neppure i soldi per pagare la corrente elettrica ella sala prove di Capergnanica. La storia di Capergnanica e della mia prima band tra paretesi l’ho poi messa al centro di un romanzo, Medalllo (con tre elle si) e uno spettacolo teatrale, fatto con l’amico Dimitri Simonetti, anch’esso interprete della scena musicale degli anni 80.

Io sfido chi è arrivato qua a riuscire ad aver tenuto il filo di sto pseudo articolo. L’ho perso io che lo sto scrivendo. Dicevamo dello sbarco del racconto del rock cremasco sulla carta stampata. Una cosa che inevitabilmente dovrebbe portarmi a raccontare di Rockacrema. Una esperienza che ancora al solo citarla fa tramare i polsi e so che c’è gente già pronta a chiamarmi per lamentarsi. E allora, per ora, non ne parlerò. Intanto però recentemente ho scoperto che in un armadio dell’Orientagiovani giacciono una marea di magliette abbandonate di quella esperienza. Sarebbe quasi bello inventarsi qualcosa. L’Orientagiovani mi riporta a Maurizio Dell’Olio, che era autore del libro citato sopra, ma anche soprattutto bassista di un’altra band che credevamo arrivata, i Cafewien, loro addirittura avevano fatto un cd, per la Mellows record di Genova. E suonavano questa fusion che ci pareva una cosa esageratamente bella e tecnica. In fondo però dei musicisti cremaschi non è arrivato davvero nessuno, fatto salvo per quel paio di nomi che tutti conosciamo, il già citato Paolo Feiez Panigada, o Lucio Violino Fabbri, qui sarebbe bello parlare del Santaranocchio e dei Piazza delle Erbe, ed entrerebbero in scena anche altri personaggi come Giorgio Bettinelli. Ma davvero non finiremmo più.

Stiamo agli anni 90. In quel periodo pareva che ad arrivare potessero essere soprattutto gli Sos, che di cremasco cremasco avevano solo il povero Marco Manai, gli altri erano di Treviglio. Ma anche loro non sono andati oltre ad un successo underground legato ai dischi di allora, come il bellissimo Negli occhi, o alle partecipazioni a manifestazioni come Rock targato Italia, con la presenza di un pezzo sulla compilation della manifestazione a fianco di mostri sacri come Ligabue. In quel periodo era diventato relativamente più facile prodursi delle cose che sarebbero rimaste. I Contezero per dire furono forse gli ultimi a produrre un vinile, prima dell’avvento del cd in massa. Un disco oggi supercult e ricercatissimo dai collezionisti. I Contezero facevano un hardcore punk di notevole impatto e dentro c’erano il mitico Memo Gazzoletti e altri personaggi epici. Ognuno dei personaggi citati, ed altri mille, meriterebbero un approfondimento a se stante. Non è detto che nelle prossime settimane non ci torni su divagando ancora un po’ nella storia del rock cremasco. Che ne dite?