L’INCREDIBILE VITA DA FILM DEL CREMASCO LEONARDO BONZI: ATLETA OLIMPICO, SCALATORE DA RECORD, TENNISTA A WIMBLEDON, CINEASTA (SPOSÒ CLARA CALAMAI) E TRASVOLATORE DA PRIMATO

15 Luglio 2021 Di Renato Crotti

La sua è stata una vita da film. Primati sportivi, cinema, mondanità, record aerei e imprese militari. Un’esistenza tanto eclatante quanto spericolata da consentire l’allestimento di un museo e la scrittura di un libro. È il cremasco Leonardo Bonzi, “L’uomo che partiva sempre”, scelto come titolo del volume curato dalla figlia Emilia.

Esponente di spicco del nobile casato dei Bonzi, fregiato dalla Serenissima nel 1694 del titolo di Conti del Serio, Leonardo nacque il 22 dicembre 1902 da Iro Bonzi e l’inglese Sarina Nathan. I Bonzi, oltre alla villa di Ripalta e la casa di Milano, hanno posseduto importanti palazzi, in via XX Settembre a Crema tra l’attuale via Tensini e vicolo Sala e in via Alemanio Fino. “É stato un personaggio romanzesco dalle imprese impossibili, ha compiuto memorabili imprese. Asso in alcuni sport come il tennis, il bob, l’alpinismo; protagonista di esplorazioni, aviatore, cineasta e medaglia d’oro al valor aeronautico” spiega nella prefazione al libro l’architetto Marco Ermentini, autore anche del “restauro timido” (da lui inventato e applicato) della villa di Ripalta e ideatore del riuscito e coinvolgente museo (www.leonardobonzi.it) allestito nell’ex scuderia della villa, che racchiude una raccolta dei documenti di un personaggio davvero speciale ed evoca con discrezione la vita e le imprese di un uomo non qualunque. “Il sistema migliore per cogliere le esperienze più feconde e le gioie della vita è quello di vivere pericolosamente” recita una sua famosa frase.

Leonardo conseguì una laurea in giurisprudenza presso l’Università Cattolica di Milano e una in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi. Tuttavia, non era tagliato per la vita forense, per lui eccessivamente placida e ritenuta monotona. Fin da giovane si dedicò agli sport tra cui il tennis, l’alpinismo e il bob. Nel 1924 partecipò alle Olimpiadi invernali di Chamonix, dove fu il portabandiera italiano, e gareggiò nella specialità allora denominata Bob a 4-5. La sua vera passione era però l’alpinismo. Durante la sua vita scalò innumerevoli cime sulle Alpi e in ogni parte del mondo e aprì ben 17 nuove vie ferrate per le ascensioni.

Nel 1930 ottenne il brevetto di pilota di aeroplani. Fu protagonista di spedizioni di esplorazione e imprese di diverso tipo Compagno di innumerevoli missioni fu l’aeroplano che egli, agli albori dell’aeronautica, considerava come un pratico mezzo di trasporto da usare tutti i giorni. Nel 1931 per una sfida con gli amici dichiarò che sarebbe riuscito a scalare il Dente del Gigante sul Monte Bianco andando e tornando in giornata da Milano. Partito con il suo aereo di buon mattino tentò di atterrare sul ghiacciaio Rochefort, ma il velivolo si capottò. Seppur ferito Leonardo Bonzi riuscì a scendere a valle con gli sci.

Altra sua grande passione fu il tennis: per quattro volte fu campione italiano e per un decennio fece parte della squadra italiana di Coppa Davis. L’impresa tennistica che meglio esprime il suo carattere fu compiuta nel 1931 quando partì con il suo aereo per una tournée a Tripoli, Algeri, Tangeri, Fez, Casablanca e Rabat portando con sè solo le racchette e lo smoking da indossare la sera negli eventi mondani.

Nel 1933 ebbe inizio la sua vita da esploratore con una spedizione in Iran nella regione di Baktiari. L’anno seguente era in Groenlandia e quello dopo ancora realizzò la prima traversata aerea del Sahara. Una spedizione via terra a bordo di una Lancia Aprilia, da Bombay a Beirut attraversando, l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq e la Siria fu, nel 1937, il viaggio di nozze con la sposa Elisa Lentati.

Durante la Seconda Guerra Mondiale fu arruolato nei Servizi Speciali Aerei. Nel 1941 raggiunse con un aereo da trasporto le truppe italiane circondate dai nemici a Gimma per portare rifornimenti. Durante il ritorno fu catturato e imprigionato dagli Inglesi in Arabia Saudita, ma dopo aver corrotto i carcerieri arabi riuscì a fuggire col suo aereo e a tornare in Italia dove fu premiato con la medaglia d’oro. In una lettera di risposta a Mussolini che gli chiedeva parere sull’andamento della guerra in Africa, pare risposte: “l’abbiamo preso in quel posto”. Il Duce lo fece arrestare “per disfattismo”. Venne scarcerato solo grazie all’interessamento di Edda Ciano che lo stimava. Dopo questo “contrattempo” fu rispedito di nuovo sul fronte albanese.

Dopo l’8 settembre compì missioni per conto degli Alleati e anche da questi ottenne decorazioni militari.

Nel 1945 dopo aver divorziato dalla prima moglie, sposò la celebre attrice Clara Calamai. Segnò il suo debutto nel jet set cinematografico, anche grazie all’amicizia col produttore Carlo Ponti, marito di Sofia Loren.

Con il compagno di avventure Maner Lualdi, con cui nel 1948 aveva già compiuto un volo da Udine a Massaua, nel 1949 attraversa l’Atlantico da Milano a Buenos Aires per raccogliere fondi a favore dei mutilatini di don Gnocchi. L’impresa fu un successo e venne seguita in diretta dalla “Gazzetta dello Sport”. La rosea organizzò una sottoscrizione che fruttò la cifra di mezzo miliardo di lire. I due protagonisti furono ricevuti dal presidente della repubblica Luigi Einaudi. Memorabile la copertina della “Domenica del Corriere” con l’illustrazione di Walter Molino.

Nel settembre e nel dicembre dello stesso anno ottenne due record di velocità, ancora imbattuti, su apparecchi leggeri. Con Lauldi volerà anche da Fiumicino a Mosca a bordo dell’aerauto, veicolo che fondeva un’automobile e un aereo.

A partire dagli anni Cinquanta, complice il matrimonio con Clara Calamai, si dedicò alla produzione di film-documentari che ricevettero numerosi premi a Cannes e nei principali festival cinematografici, tra cui “Lettera dall’Africa” girato durante il viaggio da Tripoli a Mogadiscio nel 1951; “Magia verde” girato in Amazzonia nel 1952; “Continente perduto” girato nel sud-est asiatico nel 1954; “Muraglia cinese”, girato nella Repubblica popolare nel 1957. Nel 1966 fu la volta di un documentario girato per conto della Nestlé sul problema della fame nel mondo.

Si risposò una terza volta con la francese Jacqueline con cui condivideva la passione per la caccia. Trascorse la vecchiaia nella villa di San Michele e nella tenuta di caccia da lui allestita lungo il fiume Serio. Morì il 29 dicembre 1977.