DOPO IL TESORO SEPOLTO DEL MARZALE, ECCO QUALI SONO GLI ALTRI TESORI DA SCOPRIRE NEI PAESI DEL CREMASCO E CREMONESE CITATI DALLA STORIA E DALLE LEGGENDE CHE NASCONDONO RICCHEZZE DA FAVOLA

19 Luglio 2021 Di Renato Crotti

Nei giorni scorsi ci siamo occupati del mistero del tesoro dei Templari ancora sepolto al Marzale, oggetto di due missioni (comprovate dai documenti) di cercatori di ricchezze nascoste (articolo al link: https://www.renatocrotti.it/2021/07/16/il-favoloso-tesoro-sepolto-al-marzale-i-documenti-confermano-due-spedizioni-per-cercarlo-seguendo-le-tracce-dei-templari-locali-del-priorato-di-madignano-e-dei-manoscritti-dellabbazia-di-cl/  Secondo un suggerimento giunto da un amico a seguito della pubblicazione, l’ipotetico tesoro potrebbe essere stato nascosto anche per l’arrivo delle armate Napoleoniche, oppure dagli stessi soldati di Bonaparte. Talvolta, le fonti storiche si accavallano e sovrappongono e, non di rado, si contraddicono. Il santuario a cavallo tra Ripalta e Madignano e le aree circostanti, non sono le sole dove, tra mito e leggenda, sarebbero sepolti tesori che attenderebbero di essere riportati alla luce. Tra questi, due tesori che sarebbero sepolti a Bagnolo Cremasco (Crema). 

Nella zona retrostante la chiesa parrocchiale del paese, vi sarebbe sepolto il tesoro nascosto nel ‘700 dal brigante Giuseppe Barganzi, molto noto all’epoca per le sue ruberie e per l’efferatezza delle sue azioni. A rendere credibile tale ipotesi, vi è una lettera ritrovata e giacente pare presso gli archivi, di una lettera scritta in punto di morte dallo stesso Barganzi, nella quale accennerebbe alle ricchezze da lui possedute e al luogo dove le avrebbe nascoste. Non fidandosi di nessuno (tantomeno dei suoi “colleghi”) pensò bene di affidare la missiva al sacerdote del paese, forse in un estremo tentativo di ripulirsi la coscienza prima di presentarsi al cospetto dell’Altissimo. Secondo un’altra versione, il furbo brigante non avrebbe detto nulla al prete, ma avrebbe individuato nella zona di pertinenza della chiesa parrocchiale l’area più sicura, dove nessuno sarebbe andato a cercare il suo tesoro. A quanto è dato sapere, non vennero eseguite negli anni ricerche in tal senso.

Al di là della lettera, l’ipotesi è credibile e il sotterramento delle proprie ricchezze da parte dei briganti era tutt’altro che inusuale. Inoltre, il nostro territorio, zona di confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, era uno dei rifugi preferiti dai malviventi che, con l’occasione, davano il peggio di sé nel territorio cremasco e cremonese, lungo l’Adda e il Serio.

C’è poi, sempre a Bagnolo, un altro tesoro che non sarebbe sepolto, ma forse semplicemente riposto e nascosto – non si sa dove – in attesa di tempi migliori. Si tratta del tesoro di Francesco Bernardino Visconti, detto l’Innominato. Francesco Bernardino Visconti, figlio della cremasca Paola Benzoni, rampollo, insieme al fratello, del potente casato cittadino dei Benzoni, gli unici autorizzati a coniare moneta (l’articolo sui briganti cremaschi al link: https://www.renatocrotti.it/2021/07/18/i-briganti-del-seicento-a-crema-e-nel-cremasco-chi-erano-e-in-quali-paesi-colpivano-uno-su-tutti-linnominato/  Tra lui ed il fratello, che viveva nel palazzo di Brignano Gera d’Adda conducendo una vita assai diversa da quella di Francesco Bernardino, non correva buon sangue. Anzi. La mamma Benzoni, ad un certo punto della sua vita, rimasta vedova e dopo un amore contrastato dai figli, si fece monaca. Quando non era a Milano o Brignano, l’Innominato viveva nel palazzo avito, che si trova nell’attuale piazza Trento e Trieste a Crema. La casa di campagna, invece, era a Bagnolo Cremasco, nel quartiere Caetta, dove spadroneggiava indisturbato. Le cronache dell’epoca raccontano di omicidi, rapimenti, rapine, fughe continue dal Ducato di Milano, dove era ricercato, a Bagnolo Cremasco e Crema. Le rapide fughe nel Cremasco avevano un motivo ben preciso: la roggia Benzona segnava il confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, di cui Crema era alleata. Giungendo nel territorio della Serenissima, l’Innominato era al riparo dagli editti contro di lui del Gran Cancelliere spagnolo Giovanni Ferrer.  Secondo alcuni ricercatori, il tesoro sarebbe nascosto nel castello di Brignano. Un’altra versione asserisce che, dopo la sua conversione, il nobile penitente avrebbe donato tutti i suoi averi alla Chiesa. Una terza versione vuole che lasciò ogni bene al cardinale di Milano, Carlo Borromeo, che aveva provocato la sua conversione e pentimento. Da ultimo – e secondo alcuni è la più attendibile, Francesco Bernardino Visconti avrebbe scelto il luogo a lui più caro e ritenuto più sicuro: il palazzo di Bagnolo Cremasco alla Caetta. Ci sarebbe anche un indizio: già da convertito, l’Innominato si trovava alla Caetta. Nell’archivio della chiesa che sorgeva a ridosso del palazzo è stata trovata una lettera a firma di Francesco Bernardino Visconti nella quale emerge una generosa donazione al vescovo di Crema, mons. Alberto Badoer, con l’impegno a far celebrare messe a cadenza regolare in onore della Madonna. Questo, da un lato proverebbe che dopo la conversione l’Innominato disponeva ancora delle sue ricchezze (quindi non le aveva donate alla Chiesa o al cardinal Borromeo), l’altra che le deteneva con sé mentre si trovava a Bagnolo Cremasco. Quell’abitazione fu demolita nel corso degli anni. Del tesoro, nessuna notizia.

Da Bagnolo Cremasco alla splendida rocca di Soncino. L’architetto Luca Beltrami la restaurò secondo la teoria del ripristino architettonico storico, cioè sulla base della documentazione d’archivio (1886-1895). II ponte di soccorso sulla campagna fu realizzato nel 1912 e il levatoio nel 1957. Particolarità della Rocca di Soncino è la torre cilindrica posta nella zona a sud della medesima. L’arch. Beltrami individuò al piano terra della caratteristica torre cilindrica la stanza del tesoro, anche se la leggenda soncinese in realtà parla di un vano tra il piano terra e gli spalti. Possiamo dividere la torre in sette sezioni: l’osservatorio nella parte più alta della torre, il piano della merlatura appena sottostante, il piano degli spalti e la stanza del tesoro a seguire, fino ad arrivare al piano terra. Nelle ultime due sezioni i sotterranei: il primo sotterraneo, reale e tutt’oggi accessibile; non certi invece dell’esistenza del secondo sotterraneo.

Nel luglio 2016, i volontari “Amici della Rocca” hanno cercato di far luce sulla nuova misteriosa camera del tesoro che sarebbe nascosta nella torre cilindrica. I volontari degli ‘Amici della rocca’ stanno studiando gli archivi per svelare il mistero. Secondo lo storico locale, Ermete Rossi, invece, la stanza nell’antico torrione potrebbe nascondere armi, reperti o passaggi segreti. Ad oggi, non si è ancora giunti alla precisa e certa individuazione della stanza. Lo stesso dicasi, quindi, per il suo contenuto. Armi o tesoro?

Traggono invece origine da una sanguinosa e storica battaglia le tracce del tesoro di Agnadello. Come noto, il 14 maggio 1509 il territorio del piccolo comune fu teatro di una turbolenta e sanguinosa battaglia. L’esercito francese di Luigi XII sbaragliò le truppe veneziane. Nel cremasco, fra Crema e Chieve, c’è il piccolo sacrario detto “I morti delle tre bocche”. Leggenda vuole che, dopo la sanguinosa battaglia, numerosi corpi di soldati morti furono portati dalla corrente della roggia sino al punto dove oggi sorge il sacrario e dove sono sepolti.

Il ricordo della terribile battaglia vive ancora oggi nelle leggende locali. Pare infatti che la Madonna, invocata dai francesi, fece nevicare benché fosse il mese di maggio. Così facendo le manovre dei Veneziani furono ostacolate e i francesi vinsero lo scontro. Si racconta che Re Luigi XII, sconcertato e titubante sull’esito della battaglia, promise di costruire un santuario alla Madonna e di interrare nel luogo della battaglia un cannone con la bocca piena di monete d’oro, quale gesto riconoscente alla Santa Madre e a testimoniare la sua volontà di non utilizzare oltre i cannoni per il fine bellico. Da qui il gesto di porre le monete d’oro nella bocca del cannone. Molti ricercatori amatoriali (attenzione, che ci sono precise leggi in materia) hanno fatto ricerche col metal detector, ma la zona è vasta e nel sottosuolo vi sono centinaia di migliaia di reperti ferrosi.

Dal Cremasco, al Cremonese. Un personaggio realmente esistito è stato narrato dal collega Fabrizio Loffi sul suo blog, dove ripercorre la vita e le gesta di Giuseppe Bodini, nato a Grontardo il 23 giugno 1821, numismatico, bibliofilo, maestro elementare, arrotino e violinista, ma anche occultista e vagabondo. Quando morì a Pescarolo, il 26 dicembre 1889, lasciò un breve manoscritto “Dei tesori nascosti” dove in una quarantina di fitte pagine dissertava di leggende plutoniche e magia naturale, dà consigli sui modi per scoprire e per “levare” tesori e ne segnala addirittura la presenza di ben ventotto, sparsi qua e là lungo la riva sinistra del Po cremonese e casalasco. Il manoscritto dovrebbe essere posteriore al 1845, l’anno più recente in cui da quelle parti, secondo Bodini, sarebbe stato interrato un tesoro.

Sempre nel Cremonese, sulle rive del Po, tra Pomponesco e Guastalla, verso la metà dell’Ottocento si raccontava di un vecchio che, in punto di morte, avrebbe rivelato ai suoi cinque figli scapestrati che, nell’unico appezzamento di terreno che lasciava loro in eredità, era nascosto un grande tesoro. Per tre anni i figli vangarono senza sosta quel terreno senza trovarvi nulla.

Dai tesori nascosti e ancora da scoprire alle ricchezze già venute alla luce. Per casualità o a seguito di apposite ricerche. L’anno senza dubbio maggiormente proficuo è stato il 2018.  

Erano mille e sono tornate a brillare alla luce del sole le antiche monete d’oro ritrovate durante lavori di scavo in via Diaz, nel centro storico di Como, nel settembre 2018. All’interno di un recipiente in pietra ollare all’interno di quello che doveva essere il ‘ripostiglio’ dell’abitazione romana, è stato rinvenuto il tesoro. Il tesoro era composto esattamente da 1.000 solidi (monete d’oro del peso teorico di circa 4,5 grammi). Confermata la datazione delle ultime emissioni al 472-474 d.C. e la presenza di pezzi a nome di Onorio, Arcadio, Teodosio, Valentiniano III, Maggioriano, Libio Severo, Antemio e Leone I. Oltre alle monete erano stati inseriti nel vaso alcuni oggetti in oro: un frammento di barretta, tre orecchini e tre anelli con castone.

Dopo la scoperta del “tesoro” di Como, è stata la volta di un’anfora contenente 300 monete d’oro di tarda epoca romana rinvenuta ai primi di settembre durante gli scavi sotto l’ex teatro della città di epoca romana di Bedriacum, nei pressi di Calvatone, in provincia di Cremona. Il team di archeologi dell’Università degli Studi di Milano guidati dalla professoressa Maria Teresa Grassi, del Dipartimento di Beni culturali e ambientali, ha scoperto un ripostiglio di monete databili all’età di Gallieno, imperatore tra il 253 e il 268 d.C. Le circa 140 monete che compongono il nuovo “tesoro” erano state nascoste sul fondo di un vaso in ceramica, e mai più recuperate dal suo proprietario, in un momento di gravissima crisi, politica e militare, dell’Impero Romano. Il tesoro, dall’alto valore storico e archeologico, consisteva, in particolare, in un gruzzolo di “antoniniani”, moneta introdotta dall’imperatore Caracalla, all’inizio del III sec. d.C., del valore di un doppio denario, ufficialmente moneta d’argento, ma spesso soltanto rivestita del metallo prezioso.

La riprova che tesori sepolti, veri o leggendari, esistono davvero?