LA COLTIVAZIONE DEL BACO DA SETA NEL CREMASCO. DALL’INTUIZIONE DI LUDOVICO SFORZA ALLA FILANDA MERONI. PRONTA LA NUOVA GUIDA DEL MUSEO DELLA SETA DI SONCINO CHE RIVELA LE NOVITA (UNICHE IN ITALIA) CHE RACCHIUDE

20 Luglio 2021 Di Renato Crotti

L’acqua e stata da sempre fonte d’energia e strumento di lavoro per la Comunità soncinese. A maggior ragione quando operava nel Borgo la Filanda Meroni, forte della storica coltivazione in queste zone del baco da seta. Per comprendere la genesi storica della coltivazione del baco da seta e la portata economica che ebbe nei secoli, è necessario fare un passo indietro.

In Lombardia la seta si produceva fin dal XIV secolo e già Ludovico il Moro, tra il Quattrocento e il Cinquecento, ne aveva intuito i vantaggi. Il nipote di Ludovico, il duca Galeazzo Maria Sforza, aveva imposto con decreto che i proprietari terrieri piantassero cinque gelsi ogni cento pertiche di terreno (l’unità di misura del tempo). Grazie all’introduzione delle piantagioni di gelsi bianchi originari dell’Asia, i territori governati dagli Sforza si trasformarono velocemente. Non era certo una scelta paesaggistica, ma prettamente economica: i bachi da seta si nutrono solo di foglie del gelso. E non sarà un caso se, come Ludovico, anche il gelso nel dialetto lombardo è detto “Moron”.

La Rocca Sforzesca di Soncino, eretta tra il 1473 e il 1475, ebbe un ruolo fondamentale nella difesa dell’area sino al 1536. Quando la pace di Lodi del 1454 stabilì definitivamente i confini tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, Soncino e la rocca passarono agli Sforza. Dal 1499 la rocca passò ai veneziani ai quali rimase sino al 1509 per poi passare ai francesi e nuovamente agli Sforza. Dal 1535, il ducato di Milano diverrà dominio spagnolo e con esso anche la Rocca di Soncino. Quando gli iberici estesero il loro dominio, la coltivazione del baco da seta era già una realtà consolidata, anche grazie al “Moròn

In seguito, quando nel Seicento l’Italia continuava a perdere posizioni nei commerci internazionali a favore dei porti del nord Europa, i gelsi aumentarono e l’allevamento dei bachi, così come la produzione e la lavorazione della seta, diventarono un’importante fonte di reddito integrativo per la popolazione rurale. Fu poi con la rivoluzione industriale e le prime filande che la seta si trasformò in un settore economico organizzato. E arriviamo alla nostra Filanda Meroni, che nacque come complesso industriale nell’Ottocento e proseguì fino al 1961. Per comprendere la portata di tale attività nel mondo, basti dire che perfino la grande poetessa americana dell’Ottocento, Emily Dickinson, fu ispirata dal baco per una sua poesia: “Così dal Bozzolo | più di un Baco | balza così misteriosamente gaio, | che i campagnoli come me – | i campagnoli come Te | fissano perplessi!”.

Nel 2002, il Comune di Soncino, con grande lungimiranza, rispetto per la storia e la tradizione locale, diede vita al progetto di recupero dell’ex Filanda per costruirvi il Museo della Seta. La tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel mantenere viva una fiamma. Oggi, quella fiammella sta prepotentemente acquistando sempre maggior vigore.

Alcune settimane fa, per ricordare i dieci anni del Museo della Seta Soncino, l’Amministrazione Comunale ha promosso la stampa della Guida del Museo a cura di Cristina Ravara Montebelli, storica della seta riminese e responsabile della pagina Facebook “Seta, silk, serico”, e Enzo Corbani. L’introduzione è a cura del consigliere comunale con delega alla Cultura del Comune, Roberta Tosetti. Insegnante e giornalista, Roberta è una delle instancabili animatrici dell’attività culturale soncinese. Anni di intenso lavoro, unendo tutte le forze vive della realtà locale, coinvolgendo sponsor, promuovendo il Borgo e tutte le sue eccellenze, dalla Rocca agli stampatori ebraici, sino all’odierna Guida. Conservare i valori e le tradizioni è un dovere della cultura italiana. E non si comprende a pieno una tradizione se non viene posta in relazione alle altre.

Nella sua introduzione ricorda che il museo “costruito e curato da Enzo Corbani, rappresenta un vero gioiello di cui l’amministrazione va fiera. Per i soncinesi è un luogo del cuore che nonne e bisnonne hanno raccontato ai nipotini attraverso storie di vita lavorativa vissuta all’interno delle stesse filande”.

Questo è senz’altro uno degli obiettivi del Museo della seta: ricordare ad una comunità, la sua storia, ma soprattutto farla conoscere alle nuove generazioni. Il museo è meta di numerose classi scolastiche, non solo del territorio. Cultura e promozione turistica. Il recente report sul turismo in provincia di Cremona assegna un lusinghiero risultato in termini di visitatori al polo culturale soncinese.

Il Museo però non è noto solo nella provincia, bensì a livello nazionale, perché costituisce un unicum rispetto a tutti gli altri Musei della Seta, essendo specializzato in materiali e documenti relativi agli Istituti Bacologici. Solo di recente, infatti si è aggiunta la nuova sezione Bacologica del Museo, dove hanno trovato posto numerosi nuovi documenti, manifesti, oggetti relativi a ditte bacologiche di tutta Italia.

Come sosteneva Ígor Stravinskji, “Una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente.”