SULLE TRACCE DEL DRAGO TARANTASIO, DAL DUOMO DI MILANO A PIZZIGHETTONE, DAI VISCONTI A SAN CRISTOFORO, DALL’AGIP ALL’ALFA ROMEO. ALCUNI ANNI FA, SCAVANDO A OMBRIANELLO…..

20 Luglio 2021 Di Renato Crotti

Secondo un’antica leggenda popolare cremasca (ma non solo) un drago avrebbe infestato le acque del Lago Gerundo dell’Insula Fulcheria, alias l’odierna Crema. Come noto, nell’antichità l’insediamento abitativo era circondato da paludi, corsi d’acqua, acquitrini, frutto della vasta presenza di fontanili, risorgive e marcite di cui il Cremasco e l’area bergamasca confinante sono assai ricchi. La mostruosa creatura venne chiamata Tarànto, poi detto Tarantasio. Pur essendo difficile tracciare dei confini precisi, nel momento della sua massima ampiezza il Gerundo si estendeva da Brembate (BG) a nord fino a Pizzighettone a sud, lambendo con le sue acque la città di Lodi a ovest e Grumello Cremonese a est. Al suo interno, il lago conteneva una lunga striscia di terreno, detta isola della Mosa prima e Fulcheria poi, sulla quale in un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C. fu edificata Crema.

La leggenda vuole che il drago terrorizzasse gli abitanti della zona e, in particolare, si ritiene divorasse i malcapitati che si avventuravano nelle acque dove abitava e fracassasse le barche dei pescatori e dei trasportatori. Pare fosse addirittura capace di emettere vigorose fiammate. Numerose ricostruzioni, più o meno attendibili, sono nate intorno a questo drago e la sua uccisione sarebbe concomitante con il contestuale prosciugamento del Lago Gerundo.

Il poeta lodigiano Filiberto Villani (1709) nel poema, “Federigo ovvero Lodi riedificata” (composto verso il 1650, ma edito solo nel 1828) nel quale, per amore della sua Lodi, esalta Federico Barbarossa distruttore di Milano, così descrive il nostro drago: “Ove col fiato o con la spoglia tocca/Secca piante, erbe aduggia il serpe infame/Ne la vorace e cavernosa bocca/Regna di larga strage ingorda fame/Triplice lingua infra gran denti scocca/Di sangue uman con sitibonde brame/E qual re de’ portenti, in su la testa/Ha fra due lunghe corna aurata cresta”.

Secondo alcuni, Tarantasio sarebbe diventato il “biscione visconteo” dello stemma della casata, perché una delle versioni vuole che il drago sia la dantesca “vipera che il milanese accampa”, ucciso proprio da Umberto Visconti. A Milano c’è un affresco nella chiesa di San Marco raffigurante l’immagine di un uomo vicino ad un grosso rettile simile ad una lucertola gigante che fuoriesce dall’acqua. L’emblema visconteo è stato poi ripreso e riprodotto poi dal Comune di Milano e, successivamente, dall’Alfa Romeo, dall’Inter e da Mediaset

Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe un aspetto sorprendente. Quasi incredibile per la collocazione: il Duomo di Milano. Osservando a destra del portale centrale della Cattedrale (foto), vedrete mergere dalla foresta di sculture il profilo inconfondibile di una piccola creatura mostruosa. Ebbene, secondo la tradizione popolare, altri non è che il drago Tarantasio, incontrastato dominatore del Lago Gerundo tra XII e XIII secolo.  Questo sarebbe il suggello dell’avvenuta uccisione della creatura lacustre da parte del Visconti e, come detto, da questo eroico gesto sarebbe nato lo stemma della nobile famiglia raffigurante il celebre “biscione” che divora un fanciullo.

A contendersi il merito dell’uccisione del Tarantasio con il Visconti è nientemeno che San Cristoforo in persona, che, sempre secondo una leggenda locale, sarebbe stato invocato dal vescovo di Lodi Bernardo Tolentino e avrebbe fatto prosciugare il Lago Gerundo provocando così la morte del suo “fastidioso inquilino”. Da qui il voto di far restaurare la chiesa di San Cristoforo a Lodi, effettivamente ristrutturata nel 1300. Le ossa della creatura furono conservate nella chiesa sino all’arrivo dell’armata Napoleonica, che trasformarono l’edificio in caserma.   

La popolarità dell’animale cremasco non finisce certo qui. L’alito fetido di Tarantasio è annotato anche dal frate padre Sabbio, che nel 1110 ne fornì la descrizione. Secondo alcuni, proprio la leggenda del drago, il suo alito gassoso, l’emanazione di potenti fiammate, spinsero nel dopoguerra il fondatore dell’Agip e dell’Eni, Enrico Mattei ad adottare come simbolo il “cane a sei zampe”, ossia una trasposizione immaginaria del drago cremasco. Dopotutto il pozzo numero uno dell’Eni venne attivato proprio nella campagna della bassa tra Crema e Lodi dove si trovava il Lago Gerundo, casa di Tarantasio. In realtà. la leggenda del drago del Lago Gerundo fu fonte di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini, che prese a modello Tarantasio per ideare l’immagine del cane a sei zampe, simbolo dell’Eni.

Per chi non si accontentasse di leggende, carteggi, poemi e dipinti, ci sarebbero pure delle “prove” riferite alla presenza del gigante del lago Gerundo. A Pizzighettone, nella chiesa di San Bassiano, è ancora oggi penzolante dal soffitto della sagrestia una “costola” di un animale preistorico lunga 170 centimetri. Sono di Tarantasio? Pare improbabile. Una costola di un animale gigante estinto si vedeva anche nella chiesa di San Cristoforo, sempre a Lodi, appesa alla volta fino all’inizio delle campagne napoleoniche in Italia nell’Ottocento. Inoltre, tra Cassano d’Adda e Treviglio c’è una cascina chiamata Taranta. In altre chiese del bergamasco sono esposti reperti similari. A detta degli esperti si potrebbe trattare di frammenti di Mammut primigenius ritrovati nelle zone di Crema, Castelleone, Pizzighettone e Cremona.

Oppure, il mostruoso essere poteva essere un Regaleco, conosciuto come Re delle Aringhe, un pesce abissale di grosse dimensioni che ha ispirato anche la leggenda di Giona. Oppure poteva essere uno Zeuglodonte, o Basiliosauro, una balena primitiva estinta di cui si ritiene che in quel periodo potessero esserne sopravvissuti alcuni esemplari. L’animale avrebbe potuto risalire il Po e trovare un ottimo habitat nelle acque paludose del Lago Gerundo. La diceria popolare, la leggenda, le trasformarono ben presto i resti di animali preistorici di imponenti dimensioni in ossa del drago Tarantasio.

Tarantasio però è come i gatti: ha sette vite. Pochi anni fa, in zona podere Ombrianello a Crema, dove sorge il campo da golf, fu rinvenuto un enorme scheletro, ad oggi non ancora definitivamente decifrato.

Vuoi vedere che il buon Tarantasio, in barba a condottieri, re e santi si è estinto per morte naturale tra le acque del lago Gerundo?