DON CARLO MANZIANA, DAL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI DACHAU (CHE LASCIÒ PER ULTIMO) A VESCOVO DI CREMA. REGALÒ LA NUOVA CHIESA AL QUARITERE SAN CARLO. L’AMICIZIA CON PAPA MONTINI, CHE LO VOLLE AL CONCILIO VATICANO II

27 Luglio 2021 Di Renato Crotti

Il 26 luglio 1902 nasceva mons. Carlo Manziana. Con questo articolo, mons. Emilio Lingiardi, già parroco della Cattedrale di Crema, ricorda l’uomo ed il pastore.

DI MONS. EMILIO LINGIARDI

                                                                            “Ad commoriendum et convivendum” (per morire e vivere insieme, preso dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinti) è stato lo stemma ed il motto episcopale del vescovo di Crema, mons. Carlo Manziana (Brescia, 26 luglio 1902 – Brescia, 2 giugno 1997), che ha guidato la nostra Chiesa di Crema dal 1964 al 1981.

Di solida formazione Cristologica, garantita all’Oratorio della Pace di Brescia da maestri noti nel panorama europeo, come i padri Caresana e Bevilacqua e Montini, ha maturato la sua fede nella Liturgia che attua, nei segni sacramentali, il Mistero della salvezza vissuta da Gesù nella sua Pasqua di morte e resurrezione. Consegnato alla Chiesa perché ne renda partecipi gli uomini di ogni tempo e luogo.

Una vita di Cristo operante anche nei fratelli non in piena comunione con la Chiesa cattolica romana, ma aperti a collaborare al sogno dell’unità secondo il desiderio del maestro: che tutti siano una cosa sola.

Ecco i binari dell’episcopato di mons. Manziana: la cura della liturgia e l’ecumenismo, soprattutto con i protestanti conosciuti nel campo di concentramento di Dachau in cui era stato internato in quanto antifascista, e ritrovati in convegni sia in Polonia come a Taizè.

Don Manziana, matricola 64762, riuscì a sopravvivere all’inferno dei lager nazisti. Venne liberato il 29 aprile del 1945 dalle truppe americane. In Italia rientrerà solo il 13 luglio seguente, poiché volle rimanere nel campo per assistere i moribondi. Le difficili esperienze vissute lo portarono spesso a ripetere: “Le idee valgono per quello che costano, e non per quello che rendono”.

Avendo partecipato a due sessioni del Concilio Vaticano II (1964/65), ha sempre sentito vivo il dovere di attuare i decreti conciliari per la liturgia, curata nella sistemazione dei presbiteri della chiesa parrocchiale e delle varie Cappelle aperte al culto pubblico, in primis la sua Cattedrale.  Proprio al Duomo ha donato l’altare maggiore, realizzato con maestria dell’artista di Mozzanica, Mario Toffetti, sia nella costruzione completa della chiesa e delle strutture parrocchiali nel quartiere cittadino di San Carlo, ricordando così anche il suo patrono: san Carlo Borromeo.

Ma accanto a pur importanti opere ed edifici di culto e parrocchiali, la sua preoccupazione era mirata alla formazione permanente del clero, in quanto i sacerdoti sono i primi operatori liturgici e alla partecipazione dei fedeli con la preghiera, il canto e la preparazione ai vari servizi che la liturgia comprende (lettori, ministranti, cantori, ecc.).

Per due anni ho avuto, con i miei compagni di studio in Teologia, la gioia di seguire il vescovo Carlo in lezioni tenute nel secondo semestre dell’anno scolastico. Assai importane per la nostra diocesi è stato altresì l’approfondimento assicurato al problema ecumenico. Ogni anno ha curato la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” (18-25 gennaio), sia con veglie, sia con incontri, molto apprezzati, con esponenti delle varie confessioni cristiane da lui conosciuti ed invitati a tenere conferenze nel salone dell’Episcopio.

Ricordo con ammirazione le stupende lezioni e testimonianze di Frère Roger e Max Thurian, fondatore e teologo della comunità francese di Taizè, dove ha sempre indirizzato i giovani nei vari campi estivi.

A lui si deve la struttura della diocesi divisa in zone pastorali, con i vari Consigli parrocchiali, zonali, diocesani, sia per il clero come per i laici, che voleva tutti partecipi del cammino della Chiesa con la ricchezza dei carismi donati dallo Spirito Santo per l’edificazione comune.

Nonostante la significativa disponibilità economica della sua famiglia, il vescovo Carlo è stato sempre distaccato dal denaro e dal potere connesso, essendo al contrario molto generoso verso il Seminario diocesano, la Cattedrale e servizi sorti per i molteplici bisogni della Comunità (Centro di aiuto alla vita, luoghi di lavoro, ecc.) segno di un cuore attento e aperto all’uomo concreto, ad imitazione dell’amico vescovo di Roma, il papa bresciano Giovan Battista Montini, santo Paolo VI.