QUANDO IL “CORRIERE DELLA SERA” SI TRASFERÌ SEGRETAMENTE A CREMA PER EVITARE LE BOMBE DELLA GUERRA SGANCIATE SU MILANO. ECCO COSA ACCADDE E DOVE SI INSEDIÒ

27 Luglio 2021 Di Renato Crotti

Nel primo periodo della Seconda Guerra Mondiale, dal 1940 all’ottobre 1942, le incursioni ordinate dal Bomber Command britannico avevano come obiettivi principalmente i siti produttivi delle grandi città. Milano non sfuggì a questa selezione, stante che nel capoluogo lombardo si concentravano alcune delle più importanti industrie italiane, dall’Ansaldo alla Falk, dalla Bianchi all’Alfa Romeo, per non parlare della Pirelli e della Breda. Le incursioni avvenivano principalmente di notte: gli stormi britannici, preceduti da un pathfinder  (aereo che lanciava segnali luminosi per segnalare gli obiettivi) inizialmente non fecero grandi danni.

La musica cambiò dal pomeriggio del 24 ottobre 1942, quando venne deciso di sperimentare anche su Milano la filosofia dell’«area bombing» o «civil bombing», che consisteva nell’abolire la distinzione tra obiettivi militari e civili. Terrorizzare la popolazione con attacchi indiscriminati con l’utilizzo di bombe da 500 libbre e migliaia di spezzoni incendiari aveva lo scopo di spingere la gente a ribellarsi e accelerare la fine della regime fascista. Il bombardamento del 24 ottobre 1942 provocò 132 morti, e tra i tanti danni la distruzione di un muro di cinta del carcere di San Vittore, da cui evasero 118 prigionieri.  

Milano era anche la sede del “Corriere della Sera”, che aveva le rotative per la stampa in città. Il 14 febbraio 1943 la sede del Corriere fu bombardata. I danni furono ingenti. Mario Crespi, tra i proprietari del quotidiano, per evitare interruzioni nella stampa decise, in gran segreto, di trasferire il “cuore” del giornale – redazione e parte delle rotative – nella sua villa di Crema: villa Crespi, che inseguito diverrà villa Rossi a Ombriano. L’operazione era di natura “Top secret”, perché nessuno doveva sapere dove si fosse trasferita la parte vitale del Corriere, così da impedire al nemico di bombardare il sito e, al contempo, garantire al giornale di proseguire ad andare in edicola. Soltanto i massimi vertici del regime fascista ne erano al corrente. Pare che nemmeno il Podestà ed i gerarchi locali ne vennero informati.

Villa Rossi era una grande villa immersa nel verde. Insospettabile quale sede di un giornale e di rotative per la stampa. L’edificio fu costruito nel XIX secolo dal conte Vincenzo Toffetti, quindi appartenne alla famiglia Rossi Martini, quindi al senatore Mario Crespi che durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale vi trasferì, appunto, redazione e rotative del Corriere della Sera.

Ma chi era Mario Crespi (1879-1962)? Era figlio di Benigno Crespi, padre di tre figli. Oltre a Mario, Aldo (1885-1978) e Vittorio (1895-1963), chiamati infatti la Trinità.  

Benigno Crespi divenne importante per essere stato comproprietario del “Corriere della Sera“, la fonte più redditizia per l’industriale lombardo. Fu spinto dalla moglie, Giulia Morbio, il cui fratello, Pio Morbio, era fin dalla fondazione uno dei proprietari. Il giornale, che seguiva una politica antigiolittiana, si era trovato in gravi difficoltà finanziarie, così nel 1882 Benigno ne aveva acquistato una piccola parte, accrescendola negli anni successivi, facendo aumentare di tre volte e mezzo la tiratura del giornale.

Nel 1898 entrarono nel “Corriere” altri soci, ma Benigno mantenne la metà del capitale sociale. Dopo la morte di un socio (Torelli), l’industriale raggiunse la maggioranza assoluta del capitale (il 57%). Benigno, pur disponendo del controllo del giornale, non riuscì mai ad influenzarlo politicamente, nemmeno per quanto riguardava l’abolizione del lavoro notturno, della quale era un convinto sostenitore.

I suoi tre figli, al contrario, fecero sentire non poco la loro influenza sullo storico quotidiano.

Con l’avvento del fascismo, Albertino, fratello di Benigno, manifestò la sua opposizione a Mussolini, ma i tre figli di Benigno, non volendo opporsi al duce, diedero allo zio, il quale si ritirò in campagna, la sua quota di proprietà. Il “Corriere” divenne così un giornale fascista, per convenienza e per convinzione.

Dopo l’8 settembre 1943 però i Crespi, pensando ad un eventuale dopoguerra democratico, allacciarono rapporti con le forze della Resistenza; la famiglia così, dopo la Liberazione, continuò ad avere un peso decisivo nella gestione del giornale.

A questo punto ci furono dei cambiamenti nella famiglia e nel quotidiano: Vittorio smise di occuparsi del “Corriere” e del cotonificio di Nembro, poiché attratto dai cavalli. Affidò gli affari al fratello Mario, il quale nel 1962 morì lasciando ai figli della seconda moglie, Fosca Leonardi, la sua quota di comproprietà del giornale. Il “Corriere” diventò così dei Crespi Leonardi.

Nel 1973, dopo la morte di Vittorio, il figlio Mario e i Leonardi cedettero la loro quota di minoranza a Gianni Agnelli e Angelo Moratti. Giulia Maria Crespi, figlia di Aldo, ottenne la piena responsabilità della gestione editoriale. Non andò bene. Nel 1974 fu costretta a vendere la sua quota ad Andrea Rizzoli, che poco dopo acquistò le compartecipazioni degli altri soci. Con il ritiro di Giulia Maria, i Crespi non ebbero più nessuna influenza nel giornale e, già nei primi anni Sessanta, avevano ceduto il cotonificio, mentre l’azienda elettrica veniva nazionalizzata.

I Crespi abbandonarono qualsiasi responsabilità imprenditoriale, tuttavia le loro riserve patrimoniali rimasero abbondanti e non conobbero mai un vero e proprio crollo economico. Restano, per la storia, grandi imprenditori e figure fondamentali nella vita del Corriere.