MEDIOEVO: I PROCESSI ALLE STREGHE CREMASCHE, TRA INQUISIZIONE, SUPERSTIZIONI, GUARIGIONI E MAGIE

31 Luglio 2021 Di Renato Crotti

(Prima parte)

                                                                     A Crema, nel Medioevo, ne sono state processate sicuramente almeno quattro. La più famosa fu Lucia Rancionina. Le altre, Lucia Bianchi, Caterina Moratti, Caterina Setteguaiti pare fossero sue “allieve”. Tutte furono processate dall’Inquisizione. Il reato: stregoneria, riti magici e malefici. Erano, in parole povere, accusate di essere streghe.

Il mito delle streghe è l’antichissimo frutto di mescolanze tra le credenze cattoliche di immortalità dell’anima e dell’esistenza di Satana con superstizioni pagane. Già Plinio il Vecchio parla di “striges”, donne trasformate in uccelli, che presero fattezze umane solo nel Medioevo. Ma chi erano davvero le fattucchiere? Erano spesso delle donne povere e furbe, oppure convinte di avere poteri malefici o benefici di vario tipo, ma ancora più spesso erano un comodo capro espiatorio per insabbiare i problemi reali.

La Lombardia è una delle regioni ove il fenomeno stregonesco è più documentato attraverso il furore inquisitorio e la conseguente persecuzione nei confronti delle “strie”.

Le cause di questo violento attacco sono davvero molteplici, da una parte tutta la regione era intrisa dai ricordi delle antiche credenze popolari sopravvissute all’era del paganesimo, che dovevano essere cancellati. Reminiscenze di antichi culti ove le divinità si sposavano con le forme naturali generando la credenza in spiriti, folletti ed altri esseri fatati, gèni locali che dimoravano monti, boschi, fonti e fiumi.

Dall’altra la forte persecuzione religiosa posta in essere da preti, papi ed inquisitori, aveva il fine di cancellare tracce di ogni tipo di “pensiero distorto” e dell’eresia della Riforma Luterana geograficamente davvero molto vicina. Così Milano e la Lombardia diventavano rifugio di ogni specie di eretici. Ancora oggi magisti e uomini dall’oscuro destino abitano la città.

Dal punto di vista strettamente numerico, le streghe lombarde erano maggiormente presenti nelle valli alpine, cioè in zone in cui la religione cattolica “ufficiale” aveva attecchito spesso in maniera solo superficiale, innestandosi su culti spesso antichissimi, primi fra tutti quelli divinatori.

In un qualificato studio di Marina Regazzi dal titoloSopravvivenze d’idee riformate, superstizioni e comportamenti devianti: i processi inquisitoriali a Crema dal 1582 al 1630”, pubblicato nel 1977 sulla rivista “Insula Fulcheria”, si dà ampio resoconto dei processi alle “streghe cremasche”.

I casi che tennero maggiormente occupati gli inquisitori di Crema furono quelli di stregoneria, di magia e di superstizione” scrive Regazzi, “Anche per questa tipologia delittuale si devono ridimensionare le accuse: solo in un caso si fa menzione esplicita di un eventuale patto con il diavolo. Tutti gli altri non sono che esempi di superstizione popolare, a cui si ricorreva per avere risultati pratici ed immediati intorno a problemi che più preoccupavano gli interessati, di salute e di cuore”.

Una funzione che dava adito ad accuse di stregoneria era quella della guaritrice, come testimonia il processo contro Lucia Rancionina di Guardamiglio. Giunta a Crema cambiò Il suo nome in “Chatterina lodesana“.

Nel Medioevo, dove solo i signori avevano accesso alle cure mediche, il ruolo della guaritrice appariva eroico. E magico. Era (o, quantomeno, appariva) capace di vincere le malattie che affliggevano la plebe “Nella mentalità popolare, e non solo in essa, la malattia ha sempre una connotazione oscura e appare provocata da maligne forze occulte”.

Tutto ciò che non era spiegabile o guaribile dalla medicina diventata terra incontrastata o delle “praticone” (da cui discesero, in tempi successivi, le meno inquietanti figure del medègot o setìmina) che, appartenendo alla stessa plebe sapeva come “curarli” e interagire con loro.

Ciò era però molto rischioso. Per costoro era assai facile finire per essere accusati di essere streghe, stregoni, maghi o fattucchiere.    

Il processo contro Lucia Rancionina, alias “Chatterina lodesana” prese avvio a seguito della denuncia del Cappuccino padre Paolo. Il frate riferì agli inquisitori di essersi recato a trovare una donna malata, che gli raccontò come Lucia avesse cercato di guarirla con delle erbe e di averle impartito una benedizione per cercare di alleviarle i dolori. Il Cappuccino aggiunse che, mentre compiva tale gesto, la guaritrice “cangiò colore“.

La testimonianza della donna malata fece ulteriore luce su quanto era accaduto. Scrive nel suo studio la Regazzi: “Narra che, poichè “non si riusciva a trovare rimedio” per la sua malattia, fu consigliata di chiamare Lucia Rancionina, la quale appena giunta in casa sua, preparò. alcune “ballottine” di erbe, con cui unse il corpo della malata tracciando diverse Croci e pronunciando intanto determinate orazioni. É importante sottolineare che la guaritrice era stata chiamata solo dopo che” non si riusciva a trovare rimedio”, testimoniando che, probabilmente, prima erano state battute tutte le strade ufficiali e lecite e solo in seguito al fallimento di queste, si era ricorsi a quelle illecite. D’altra parte, però, ricorrere come ultimo, per curare le malattie, alla donna del popolo, pare averle conferito un grande potere”.

L’efficacia delle erbe, infatti, si pensava fosse dovuta non tanto alla presenza in esse di sostanze attive, quanto ad una loro virtù magica. A ciò si aggiunga che, per il buon esito delle sue operazioni, Lucia recitasse le orazioni, quasi a dimostrare l’appoggio di Dio per ciò che compiva, tant’è vero che aveva sempre successo nell’opera di risanamento, mettendo così in evidenza la commistione tra magia e religione, molto facile a verificarsi in quel tempo.

Il 22 luglio 1593 l’imputata viene dichiarata colpevole di molti atti superstiziosi. Le vennero così imposte le seguenti penitenze: “stare il sabato successivo per tre ore, dalle 12 alle 15, incatenata al collo ad una colonna di marmo della piazza maggiore della città con un breve appeso avente scritto: “per haver fate molte attioni supersticiose”; stare la domenica successiva inginocchiata nella chiesa di S, Domenico per tutto il tempo della messa principale, con una candela accesa in mano e con lo stesso breve appeso sia sul davanti che sul dietro; confessarsi e comunicarsi per i sei mesi successivi una volta al mese; recitare ogni venerdì di questi sei mesi, la corona del rosario

Le penitenze inflitte ai colpevoli di pratiche superstiziose avevano pure una funzione pubblica: dovevano servire da ammonimento al popolo, in modo da farlo desistere dal compiere gli stessi atti incriminati.

Dal processo subìto, Lucia non trasse insegnamento, anzi probabilmente non ebbe nessuna influenza sulla sua condotta. Quattro anni dopo, dall’aprile all’agosto del 1587, si susseguirono diverse denunce contro di lei. Questa volta, però, la sentenza del 27 settembre 1597 non fu clemente come la precedente: Lucia Rancionina venne giudicata “relapsa superstiziosa” e quindi bandita per sempre da Crema e dalla sua diocesi.

Lucia Rancionina comparve indirettamente, come guaritrice d’infermi, anche nel processo contro tre donne: Lucia Bianchi, Caterina Moratti, Caterina Setteguaiti, accusate di praticare incantesimi. “Sembrava essere la più esperta in questo campo, una sorta di maestra, anche se una vera e propria scuola non esisteva, A lei si rivolgevano le altre nei casi più gravi, per sapere come operare, Emergeva da ciò un mondo di pratiche superstiziose in cui le varie maghe si conoscevano e apprendevano le une dalle altre nuovi esperimenti: mondo alternativo a quello religioso

(fine prima parte)