LA CACCIA ALLE STREGHE, LEVATRICI, GUARITRICI E NEGROMANTI NEL CREMASCO E CREMONESE. ECCO CHI ERANO, I PROCESSI DELL’INQUISIZIONE ED I ROGHI

2 Agosto 2021 Di Renato Crotti

(seconda parte)

Processi per stregoneria avvennero anche nel Cremonese. Famoso quello celebrato a Pizzighettone. Avvenne nel 1149, all’interno delle mura del castello.

Una delle figlie del castellano, dopo aver consumato un abbondante pasto, accusò forti dolori. I medici non riuscirono a capire il motivo di tali spasmi così violenti. A questo punto, la suocera del castellano fece bere alla ragazza un decotto, per aiutarla a liberarsi.

La giovane iniziò a vomitare ma, con grande stupore dei presenti, pare che la ragazza vomitò chiodi, aghi, pietruzze, peli di animali, pezzi di stoffa.  I medici, tra l’invidia e lo stupore, gridarono alla magia ed alla stregoneria. La povera vecchia venne portata in carcere ed i suoi beni confiscati.

Un’altra attività a rischio di accusa di stregoneria era quello della “levatrice, ossia colei che aiutava a far nascere i neonati. I parti nella quasi totalità dei casi non avevano un lieto fine per l’incapacità medica della levatrice, l’assenza di ogni minima attenzione igienico sanitaria, le precarie condizioni fisiche delle madri. Era però più comodo dare la colpa alle levatrici, trovando in loro il capro espiatorio e, di conseguenza, accusarle di stregoneria. Fortunatamente successivamente la Chiesa si fece carico di dare una formazione “medica” e religiosa alle levatrici.

La Santa Inquisizione guardava con sospetto anche alle cosiddette “guaritrici”.

Ne pagò le conseguenze Bernardina Cesona detta la “comare Zavatina”, considerata una strega. Abitava ad Ombriano dove, nel 1623, si levarono molte voci contro di lei. Il console di Ombriano, Cristoforo del Miglio, decise di presentare contro di lei un rapporto al Sant’Uffizio. Quasi sempre, chi era considerata strega viveva nel villaggio o nel quartiere delle presunte “vittime”

La comare Zavatina” scrive nel suo studio la ricercatrice cremasca, “s’irritava sempre con coloro che portavano i propri figlia a far “signare” dal curato di San Michele, non comprendendo come mai tanta gente andasse da quel prete, che le sottraraeva “clienti” e guadagni. Essendo andata a trovare una donna che aveva da poco partorito non ad Ombriano ma a Ripalta Arpina, in casa di suo padre, la comare, preso il neonato in braccio, esclamò: “O che bello putello son questo a L avete pur fatto bello et non lo avete voluto fare a casa vostra per non darne guadagno a me, ma non importa, ma pure lo avete fatto bello”. Quando, subito dopo, lo restituì alla madre, il bambino iniziò a piangere e poichè non smetteva, la comare lo unse e così si quietò”.

Era un chiaro “conflitto” tra la guaritrice ed il sacerdote. Non sono stati trovati gli atti conclusivi del processo e, quindi, non è noto se venne condannata o meno.

Accuse d’esser fatticchiera, maga o strega interessava anche coloro che facevano “esperimenti ad amorem” praticati da chi era ritenuta strega: venivano utilizzati i materiali più diversi che per lo più dovevano essere messi addosso alla persona di cui si era innamorati. Sembra che la fantasia umana non abbia avuto limiti nell’utilizzare

per fini malefici elementi naturali, di per se stessi innocui, sottoposti però ad opportuni trattamenti. Per esempio, un materiale insolito usato a tal fine era la polvere d’osso di un uomo morto: messa addosso.ad una persona, avrebbe avuto il potere di spingerla ad amare chi gliela aveva data.

L’intera Lombardia in quegli anni fu interessata dalla “caccia alle streghe”. A Milano si ha notizia di uno dei più antichi roghi di streghe lombarde: nel 1390, in piazza della Vetra vennero arse Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, originarie del Verziere. Piazza Vetra e il Verziere, zone centralissime di Milano, sono anche tra i luoghi più “neri” della città.

Poco lontano da Milano, a Monza, ci sono notizie di una donna, tal Caterina de Pilli di Bergamo, soprannominata, per motivi non noti, Ruggiera da Monza, condannata per stregoneria e ospite delle carceri monzesi dal 1470. La condanna a morte sul rogo venne eseguita solo nel gennaio del 1471, cioè solo quando il duca Galeazzo Maria Sforza poté recarsi in loco per assistere allo spettacolo con tutta la corte.

Da non dimenticare le “celebri” streghe di Valle Camonica, che furono perseguitate tra il 1505 e il 1521. Il 23 giugno 1505 a Cemmo furono bruciati un uomo e sette donne. Nel 1510 ad Edolo vi fu un rogo di sessanta streghe, condannate dal vescovo di Brescia Paolo Zane per aver causato la siccità con i loro sortilegi.  O il processo a Benvegnuda Pincinella, che venne celebrato a Brescia nel 1518.

Nel Lecchese si dice che la prima strega bruciata sul rogo fu tale Stefania da Badia e sempre nella cittadina nel 1568 si verificano atti di stregoneria, che portarono alla condanna di Caterina Galoppa reputata una fattucchiera.

Gli uomini, invece, non erano accusati di stregoneria ma, per quanto emerge, in tre casi su sette, vennero processati per aver posto in essere esperimenti di negromanzia: possedevano libri contenenti i segreti di quest’arte, libri che consultavano a loro piacere per provocare fenomeni meteorologici o di tipo soprannaturale. Tipico maleficio legato al clima era quello di creare brutto tempo facendo piovere, tempestare, nevicare, ecc.

Un discorso a parte meritano i malefìci, perchè erano azioni dirette ad un fine negativo: recar danno a persone, animali e piante. Potevano essere causati dai materiali più diversi (grani, semi, ossa, capelli, penne di uccelli, unghie, ecc.), accomunati dal fatto che si presentavano come residui di cicli vitali, cose poste al confine tra la vita e la morte. Tutti questi materiali, presi in sè stessi, erano considerati innocui. Si credeva che intervenisse il demonio a conferirvi poteri negativi.

Uno dei materiali molto ricorrenti era costituito dalle fave. Potevano essere utilizzate per indovinare la sorte amorosa delle persone. Tuttavia, dai processi avvenuti a Crema si deduce che venissero adoperate per recare danno a qualcuno: usate in un determinato modo, potevano portare una persona alla morte.

É quanto sarebbe potuto succedere a Scipio de Moranzanni da Casale Monferrato, ma residente a Crema come soldato, il quale, quaranta giorni prima della

denuncia sporta da lui stesso il 6 aprile 1596, trovò un fazzoletto sulla strada pubblica di fronte al Monte di Pietà e, non sapendo di chi fosse, se lo tenne. In seguito si recò a casa sua a reclamarlo come proprio un certo tessitore, Valerio, sostenendo come prova la presenza di una macchia di ruggine sul fazzoletto. Non trovando conferma di questo, Scipio si rifiutò di restituirlo.

Il 2 aprile andarono a casa sua due donne, entrambe con un passato di pubbliche meretrici, ma al momento “convertite al ben fare”, dicendogli “che Barbara lodesana ti manda a dire che tu devi portar quel fazolo che tu hai trovato a colui di chi

è, altrimente che lei vole metter o butar alcune fave nella lampada della Madonna“.

Avendo Scipio chiesto cosa ciò significasse, risposero “che siccome quelle fave si anderiano consumando et crepando in quella lampada, così che anch’io in tanti giorni sarei consumato et crepato se trateneva quel fazolo“.

Grazie ad una magia si veniva a creare un nesso tra il consumo delle fave nel fuoco e il deperimento del corpo di una persona. Ciò che balza all’ occhio è che il motivo di un simile maleficio potesse essere così futile. Il mondo della magia pareva essere costituito in generale da tante isole indipendenti, che però si conoscevano.

Gli appartenenti a questo mondo operavano individualmente e spesso in segreto, però

erano accomunati dal fine che si proponevano: combattere il potere della religione, usando sì le sue stesse «armi», ma cercando di ottenere risultati immediatamente evidenti e pratici.

La prima parte dell’articolo è disponibile al link:  https://www.renatocrotti.it/2021/07/31/medioevo-i-processi-alle-streghe-cremasche-tra-inquisizione-superstizioni-guarigioni-e-magie/