LE CASE DI TOLLERANZA A CREMA E DINTORNI: DOVE SORGEVANO, CHI LE GESTIVA E COSA ACCADDE DOPO LA LEGGE MERLIN SULLE “CASE CHIUSE”

4 Agosto 2021 Di Renato Crotti

Il 20 settembre 1958, in esecuzione a quanto previsto dalla nuova legge Merlin, dal nome della parlamentare che ne fu la convinta promotrice, le forze dell’ordine iniziarono l’effettiva chiusura delle “case di tolleranza” o “bordelli”. La presenza di questi postriboli in Lombardia era notevole. La provincia di Cremona non fu da meno.

A Crema, il quartiere “a luci rosse” era Borgo san Pietro. Alcune informazioni toponomastiche, soprattutto dei secoli passati, forniscono informazioni interessanti sulle attività che si svolgevano nel borgo e sulle istituzioni presenti, utili a comprendere perché si concentrarono in questa area le “case chiuse”.

Via Borgo San Pietro era la via principale. In un manifesto del 1797 è indicata come Contrada San Pietro e dal 1802 viene identificata col nome attuale. Tra le altre vie che componevano e compongono oggi il Borgo, via Castello, che si trova in posizione elevata lungo gli spalti delle Mura venete ed era nota anticamente come Baluardi San Pietro e anche Strada delle ghiacciaie e dei molini per via delle infrastrutture che sorgevano lungo la roggia Fontana. È parallela a via Luigi Griffini, un tempo denominata Strada rimpetto ai molini verso il castello (1736) o più semplicemente Strada ai molini, sempre con riferimento agli impianti molitori che sorgevano lungo la roggia Fontana. L’attuale denominazione risale a una delibera podestarile del 1931. Seguendo il percorso della roggia Crema (interrata nel 1946), si giunge a via Ponte della Crema e via San Bernardo. Il nome di quest’ultima via è la traccia toponomastica dell’esistenza dell’omonimo convento. L’abbazia dava il nome anche alla piazzetta di San Bernardo, venduta a un privato nel 1875.

All’altro capo del borgo troviamo via Santa Chiara, che prende il nome dall’omonima chiesa, che era già identificata come Contrada Santa Chiara nel 1585. Venne chiamata in seguito anche con i nomi di Contrada di Porta Pianengo o Corso di Porta Stoppa nel corso del XIX secolo. Dal 1871 al 1959 era considerata semplicemente come la continuazione di via Cavour. Da ultime, via Venezia, indicata così da secoli: nello stato d’anime del 1585, infatti, era la Contrada Venezia e via della Ruota, denominazione che ricorda l’esistenza dell’Ospedale degli Esposti e l’adiacente chiesa di Santa Maria Stella con, appunto, la ruota dove venivano abbandonati i neonati dalle famiglie che non potevano provvedere al loro sostentamento.

Questo excursus storico è fondamentale per comprendere la natura della zona, dove convivevano, quasi dividendo il quartiere in due parti, sacro e profano. Inoltre, sorgendo Borgo san Pietro prima fuori la cinta muraria della città e, solo in seguito, all’interno estremo della cinta stessa, era altresì il luogo di ritrovi, arrivo di viandanti, passaggio di viaggiatori, sede di ostelli e osterie.

Venendo alla prima metà del Novecento, Borgo San Pietro era il quartiere con la più alta concentrazione di “case di tolleranza”.

Una casa di piacere era sita in vicolo Sala, considerata dalla classificazione come appartenente alla “terza categoria”. Era condotta dalla signora Fidelma. Come per gli alberghi, a contare erano le “stelle” attribuite al postribolo: si andava dalle pregiatissime case chiuse a “quattro stelle”, al servizio low cost di due. E più scendeva la categoria, maggiore era la stazza fisica e l’età delle “signorine”.

La regolamentazione del sesso a pagamento in Italia è durata parecchi decenni. Cavour nel 1859 autorizzò l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione in Lombardia. L’anno successivo il decreto diventò legge.

Nacquero le “case di tolleranza” (perché tollerate dallo Stato) di tre categorie: prima, seconda e terza.

Furono fissate le tariffe, la necessità di una licenza per aprire una casa, le tasse da pagare e istituiti controlli medici sulle prostitute per contenere le malattie veneree. Nel 1888, secondo la legge Crispi, all’interno delle case di tolleranza era vietato vendere cibo e bevande, fare feste, balli e canti. Non si potevano aprire case di tolleranza in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole. Le persiane dovevano restare chiuse (da qui il nome “case chiuse”).

In una bella intervista realizzata nel 1999 dal collega cremasco Piergiorgio Ruggeri allo storico vigile urbano di Crema, Enzo Conturba, emerge vivido il ricordo di quegli anni e dei doveri di vigilanza imposti dalla legge e che lo zelante vigile faceva rispettare. “Ogni mattina con il medico, dottor Urbano, che abitava nei pressi del comune, si andava a fare il giro di controllo delle case di tolleranza, così come disponeva la legge. Alle 5 del mattino si iniziava da vicolo Sala. Il medico eseguiva visite e prelievi e poi faceva sapere se la persona visitata poteva “lavorare” o doveva sospendere per qualche tempo”.

Nel ventennio fascista, gli agenti, messi dal partito a vigiliare, avevano il compito di verificare l’età degli avventori, che per legge dovevano avere almeno 18 anni. Nello scantinato si trovavano la cucina, la lavanderia e la sala da pranzo. Ai piani superiori invece c’erano le camere da letto e la sala d’aspetto, con affisse alle pareti le regole di prevenzione sanitaria, i regolamenti e le cartoline sexy per accendere le fantasie dei clienti.

Le stanze “da lavoro” avevano un letto, un lavandino, un bidet e un armadietto in cui si custodivano profilattici e creme per la profilassi. A portata di mano c’era spesso anche il dentifricio, il borotalco e un sapone di lisoformio. Il riscaldamento era a legna: in ogni camera c’era una stufa che riscaldava anche una pentola piena d’acqua per umidificare l’ambiente.

Un secondo bordello sorgeva in via Ponte della Crema. Quest’ultima era maggiormente di lusso, con ragazze giovani e attraenti. Chi entrava in queste case chiuse, raccontate nel Dopoguerra anche dalla penna di Piero Chiara e dalla cinepresa di Federico Fellini, si trovava in una grande stanza da cui si accedeva allo studiolo della direttrice o al locale della polizia.

Terminato il controllo in vicolo sala, si passava in via Ponte della Crema, casa di seconda categoria condotta dalla signora Pina” ricorda il vigile Conturba, “Stesse operazioni anche lì. Il dottore preparava un vetrino che consegnava all’ufficio di igiene per controllare lo stato di salute delle ragazze e poi faceva loro sapere il responso”.

Anche per le case chiuse c’erano i momenti, i periodi o le occasioni che portavano un maggior numero di clienti. Le case di tolleranza lavoravano di più quando c’erano i mercati e arrivavano a Crema gli agricoltori che abitavano nei paesi. C’era il mercato della paglia e del fieno in piazzale Rimembranze e quello dell’ortofrutta. Prima del mercato non pochi passavano dalle due case per una visita”.

Ogni due settimane c’era la “quindicina”. Il bordello accoglieva nuove fanciulle che arrivavano in città su camioncini scoperti, sfilando per avvertire gli abitanti della nuove reclute della casa. Nei bordelli andavano uomini di tutti i tipi: gerarchi, ufficiali, mariti, ragazzini alle prime esperienze e curiosi dal braccio corto, i cosiddetti “flanellisti” che bighellonavano per lustrarsi la vista, senza mai investire un soldo. “Su, su giovinotti… o commercio, o libera la sala”, ripeteva spesso la maîtresse per tenere il ritmo dei guadagni.

A Cremona erano ben sette le case dove esercitavano le prostitute. Lo ricorda il collega cremonese Fabrizio Loffi, autore di un dettagliato articolo sul tema. “Nelle case chiuse di Cremona erano presenti una settantina di prostituite distribuite in sette case di tolleranza. Le case chiuse cremonesi erano in via Bardellona, in via De Stauris, in via dei Dossi, in via Cavitelli, in via Fogarole e in via Castore Polluce. I peggiori lupanari si trovavano in via Bardellona, all’angolo con via Aselli, e in via Vacchina, una laterale di via Bissolati. Il “Vacchina” era uno dei noti casini che esistevano nella zona di porta Po, l’altro era in vicolo Dei Dossi. Il “Vacchinaera diretto dalla signora Maria, una corpulenta matrona sulla cinquantina dalle labbra rosso corallo. Anche l’altro bordello di via Dei Dossi era abbastanza declassato”.

Non mancava all’appello nemmeno Casalmaggiore, dove una casa di piacere era attiva in via Centauro.

Enzo Conturba terminava l’intervista ricordando la notte del 19 settembre 1958Andai insieme ad altri a chiudere per sempre le case di tolleranza. Allora ero un giovane vigile urbano ventenne, da poco assunto. Ricordo che ricevemmo l’ordine dal Ministero. A mezzanotte avremmo dovuto andare a ritirare le chiavi. Nelle case chiuse di Crema venimmo accolti dalle tenutarie che ci consegnarono le chiavi e se ne andarono senza battere ciglio. Era finita un’epoca”.