I LAVORI DI UNA VOLTA, DAI MURATORI AI GESSISTI, DAI LAVANDAI AI CARIOLANTI AGLI IMPAGLIATORI. ECCO I PRINCIPALI “MESTЀR CREMASCH”

9 Agosto 2021 Di Renato Crotti

Sino ad oggi nessuno è stato in grado di spiegare il perché a taluni lavori non perfettamente riusciti fatti dai Cremaschi sia dato l’appellativo diMestér cremàsch”. Con una declinazione dal significato certo non positivo. Secondo una spiegazione ipotizzata da alcuni, il motivo potrebbe essere collegato al fatto che Crema fosse una piccola città circondata da grandi centri. All’epoca, ancora più di oggi. Cremona, Lodi, Bergamo, Brescia, Pavia, Piacenza, Lodi e la metropoli milanese la “circondano”.

Gli abitanti della città guardavano ai cremaschi forse, con ironia campanilistica, considerandoli forse paesani un poco pasticcioni. Sia come sia, il detto popolare resiste ancora oggi tra i cremaschi. Ma non solo. Eppure, negli anni passati, gli abitanti dell’intero circondario cremasco erano considerati esperti in diversi settori. Dai lavori più umili a quelli che richiedevano esperienza, creatività, capacità. Il mistero resta irrisolto. Sugli antichi lavori c’è un interessante e, come sempre, molto accurato studio realizzato anni fa dal Gruppo Antropologico Cremasco.

Nel campo dell’edilizia, per esempio, la bravura cremasca era nota. Basti ricordare i muratori di Trescore Cremasco i “tapa magut”.  Il paese cremasco non aveva un signore o una famiglia nobile proprietaria terriera che affidasse i propri campi da lavorare agli agricoltor. Ecco perché, parrebbe, dovettero inventarsi un altro lavoro. I muratori di Trescore lasciavano in paese la famiglia e, con la loro squadra, si spostavano in altre regioni. Tra le mete maggiormente richieste, il Trentino e l’Italia meridionale. Restavano lontano da casa per lunghi mesi e ricevevano, di tanto in tanto, la visita dei familiari

A Crema, nel quartiere di Santa Maria della Croce primeggiavano i gessisti. Gli elementi che compongono questo particolare impasto sono soltanto due: gesso in povere e acqua. La seconda, come noto, abbondava a Crema e nel Cremasco.

Nella porzione appenninica dell’Oltrepò pavese esisteva la ben nota “vena del gesso“, compresa nella formazione Gessoso-solfifera di età messiniana (Miocene superiore) che borda tutto il margine esterno dell’Appennino e, localmente, tra la valle della Stàffora e la Val Tidone. I depositi di rocce gessose sono stati oggetto di un intenso sfruttamento fino a tutto il XIX secolo. Oggi non sono più utilizzati e le relative cave risultano quindi abbandonate.

Forse la vicinanza geografica tra Crema e l’Oltrepò pavese può essere una delle spiegazioni della fiorente presenza di gessisti. Se a ciò uniamo l’intesa attività come muratori, da Trescore ad altri paesi del territorio, l’ipotesi parrebbe maggiormente credibile.

Per molti ragazzi, la prima occupazione era quella del “picòl”. Fosse in cantiere o in un’officina, oppure a bottega. Per quanto concerne i lavori edili, il compito principale era quello di svolgere mansioni come lavare i ferri, passare gli attrezzi, trasportare materiale da costruzione. Dopo un certo periodo il ragazzo veniva promosso a manovale (manüal) e aveva diritto a comprarsi una cazzuola (casóla), lo scalpello (scalpèl), e una tavola di legno quadrato con il manico sul lato inferiore detta in italiano frattazzo e in dialetto fratas.

Se il manovale non aveva particolari doti come muratore, oppure era indisciplinato o svogliato, il suo compito era preparare la “malta”. A volte diventava il loro lavoro in via definitiva, anche quando crescevano d’età. La decisione dei compiti era prerogativa del “cap mastèr, il capocantiere.  Se, al contrario, il manovale oltre che bravo era anche intraprendente e se aveva messo da parte qualche soldo, si metteva in proprio e tentava di avviare una sua impresa edile.  

In origine il lavoro di cantiere veniva sospeso tra novembre e marzo, in quanto nei mesi più freddi cemento e altri materiali da trattare con l’aggiunta di acqua gelavano. Spesso in questi mesi si svolgeva il taglio delle piante (proprie o altrui), la macellazione del maiale e alcuni lavoretti edili per i quali non era necessario ricorrere al cantiere. Si cominciava tra i nove e i quattordici anni, età in cui ogni apprendista era detto picol e spesso si legava ad uno o più muratori.

In parte connesso all’attività edile c’era il lavoro del cavatore di ghiaia. “Quella del cavatore di ghiaia è ricordata da coloro che l’hanno esercitata come una professione pesante e faticosa” scriveva il giornalista Cesare Mauri in un suo scritto, “I lavori cominciavano alle quattro del mattino, quando si risaliva i fiumi Serio e Adda alla ricerca dei depositi sassosi che la corrente aveva accumulato durante la notte; poi, una volta trovata, la ghiaia veniva caricata dalla barca con l’aiuto di un badile fatto di rete metallica oppure dall’acqua pescando con il setaccio. Il ritorno era abbastanza pericoloso perché si trattava di evitare tronchi d’alberi affioranti e ‘morte’ – dove la corrente del fiume si arrestava – che avrebbero finito per rovesciare o affondare la barca. Si procedeva poi a scaricare il materiale raccolto. Per il trasporto di due metri cubi di materiale, carico medio di ogni viaggio, era necessario il lavoro di due persone per quattro o cinque ore. D’estate venivano effettuati fino a tre viaggi al giorno mentre d’inverno due, uno al mattino e uno al pomeriggio”.

Nei mesi invernali spesso i cavatori risalivano il fiume alla ricerca di qualche tronco d’albero o relitto di torba da estrarre: erano questi i momenti detti del recupero. Oltre ai cavatori che operavano su piccole imbarcazioni ve n’erano che utilizzavano delle carriole.

 Questi cariolanti raggiungevano i depositi di ghiaia più consistenti per mezzo di passerelle in legno che potevano essere smontate e rimontate” prosegue Cesare Mauri, “Erano solitamente in numero ridotto (quattro, cinque uomini) e uno di loro si occupava di riscuotere pagamenti e stipulare contratti. Il gruppo era organizzato secondo il modello a catena: i primi due raccoglievano la ghiaia con dei badili a punta e la lanciavano nel setaccio di un terzo, che aveva il compito di selezionare il prodotto mentre gli ultimi due con l’aiuto delle carriole trasportavano la ghiaia sulle sponde del fiume”.

Un altro mestiere molto diffuso nel secolo scorso a Crema e nel cremasco, e ancora di più in quello precedente, è quello dell’impagliatore di sedie. Si trattava di una professione stagionale: durante il bel tempo (primavera, estate, autunno), il lavoratore girava per le vie raccogliendo le sedie da aggiustare. Arrivato a questo punto decideva se ripararle per strada o nella propria bottega (se l’aveva) in base agli impegni della giornata. Come materiale da impagliatura venivano impiegate le piante palustri: canna e carice. Si potevano raccogliere lungo le rive delle rogge o acquistare presso aziende produttrici. E nel Cremasco, fossi e rogge certo non mancavano.

Per quanto riguarda la raccolta si procedeva con l’aiuto di una piccola falce e si ottenevano dei covoni che avrebbero dovuto riposare per tre, quattro mesi prima di essere utilizzati nel processo di fabbricazione delle sedie.Due giorni prima del loro impiego tali covoni venivano bagnati affinché fossero più morbidi in vista della successiva fase di intreccio. Le singole piante venivano unite fra loro da un sapiente movimento delle mani che creavano un’unica corda, la quale non si interrompeva mai fino a lavoro ultimato.

Gli impagliatori facevano i loro migliori affari coi parroci e con gli osti. Nel primo caso il lavoro veniva svolto nei mesi invernali, quando scarseggiavano le uscite per i paesi, mentre nel secondo si preferiva la stagione estiva, nella quale i portici delle osterie fornivano il luogo ideale per una piacevole compagnia.

Santa Maria della Croce a Crema non era nota sono per i “gessisti”, ma anche perlavandai.Da metà del Settecento a metà del Novecento hanno lavorato ininterrottamente. E con successo. Il lavoro cominciava il lunedì quando, alle sei del mattino, iniziava l’operazione di raccolta dei panni, attività destinata a durare tutta la giornata, impiegando l’intera famiglia. I lavandai si recavano agli angoli delle porte delle case, dove li attendevano sacchi di biancheria e clienti con la paga della settimana.

Il giorno seguente, dopo aver contrassegnato allo stesso modo tutti i capi del medesimo cliente, si procedeva alla suddivisione del bucato a seconda della tipologia. Gli indumenti venivano posti a bagno nell’acqua corrente del fosso e in seguito messi in alcuni mastelli (soi), dov’erano sistemati a strati a seconda del materiale di fabbricazione e del colore. Dell’acqua bollente veniva prelevata da una grossa caldaia (culdera) riscaldata dalla combustione di legna da ardere e versata sui panni.

Subito dopo nella caldaia si metteva una particolare sostanza chimica ad azione sbiancante, la liscivia. Il miscuglio di acqua e liscivia veniva messo nel mastello fino a riempirlo completamente. Dopo un quarto d’ora si apriva il rubinetto sul fondo della tinozza: l’acqua raccolta veniva ributtata nella caldaia. L’operazione era ripetuta diverse volte: ogni volta all’acqua sporca era aggiunta altra liscivia. Allafine il mastello con un telo e la biancheria restava per tutta la notte a macerare. Il mercoledì i panni venivano portati al fosso per il risciacquo. Il capo di biancheria era immerso per l’ennesima volta nella liscivia e posto su un tavolo fatto da un mezzo tronco d’albero sospeso sulla superficie dell’acqua. Lì si spazzolava energicamente fino a quando era completamente pulito.

Dopo il risciacquo nel fosso gli indumenti ad asciugare. Se mercoledì c’era bel tempo, il giovedì era impiegato per la raccolta e la suddivisione dei panni nei sacchi forniti dai clienti. In caso contrario, tutta la giornata era impiegata nel recupero di quella precedente: il materiale andava steso di nuovo e bisognava attendere che si asciugasse. Il venerdì e il sabato i capi venivano riconsegnati: la paga arrivava subito oppure il lunedì successivo (in questo caso il cliente trovava nel sacco della biancheria un biglietto con il conto).

Lavori che richiedevano impegno, fatica e capacità. Ingeneroso l’appellativo, nella sua accezione negativa, di “Mestèr cremasch”.

Fonte e Foto: Gruppo Antropologico Cremasco; Insula Fulcheria, Web,