LA PRIGIONIA E LIBERAZIONE DEL MISSIONARIO CREMASCO PADRE GIGI DIVENTERÁ UN LIBRO. “CATENE DI LIBERTÁ” IL TITOLO. ECCO L’ANTEPRIMA

10 Agosto 2021 Di Renato Crotti

DI STEFANO MAURI

La prigionia di padre Gigi Maccalli, il missionario cremasco di Madignano rapito e poi liberato, diventerà un libro. La pubblicazione del libro “Catene di libertà. I miei due anni di prigionia nel Sahel” è a cura dell’Editrice Missionaria Italiana, EMI. Sarà nelle librerie ad ottobre.

L’annuncio è stato dato via social nei giorni scorsi dalla Società Missioni Africane (SMA) italiana, l’ente religioso di Genova a cui appartiene padre Gigi. Padre Pier Luigi Maccalli aveva parlato del suo rapimento e della lunga prigionia nel deserto a cielo aperto, della liberazione in una video intervista pubblicata da SMA e da Avvenire.it. “Il loro obiettivo era convertirmi all’Islam”, disse parlando dei rapitori “esercitavano soprattutto una pressione a livello psicologico”.

Maccalli è stato rapito alla fine di “un giorno tranquillo, stavo preparando la Messa per la mattina del giorno dopo, mi sono messo il pigiama”. Poi i rumori fuori dalla missione nel villaggio del Niger dove si trovava. “Ho un servizio di farmacia per la popolazione e ho pensato qualcuno ne avesse bisogno. Sono uscito e ho trovato uomini armati che mi hanno circondato, legato le mani e portato via” dopo avergli chiesto tutti i soldi che aveva a casa. I rapitori non parlavano il gurmancè, la lingua locale, “c’era uno solo che comprendeva qualcosa, erano mandriani fulani”.

Poi le pressioni per la conversione: “Mi dicevano cose come: ‘Stai per morire, andrai all’inferno, devi diventare musulmano”, nonostante un certo rispetto per il fatto che fosse l’ostaggio anziano. “Non ho rancore contro i miei rapitori perché non sanno quello che stanno facendo. Ci sono giovani che sono rimasti intrappolati in questa rete, sono indottrinati”.

Padre Maccalli ancora si commuove quando parla della sua prigionia nel deserto. “In mezzo al nulla, senza punti di riferimento”. Giornate lunghe le cui uniche occupazioni era prepararsi qualcosa da mangiare e pregare “il Rosario che mi ero costruito con una piccola corda”. “Ho pianto”, ammette, “mi sono sentito perduto, ho chiesto al Signore ‘Dove sei?’. Mi sono arrabbiato con Dio, ma sentivo che Lui era con me”.

Dal 20 maggio avevamo una piccola radio, che ci venne offerta e abbiamo ascoltato i notiziari a Rfi, Radio Vaticana, Bbc per sentire altri, per vedere come il mondo andava avanti, perché la cosa più difficile era non avere contatti con il mondo

Esterno”.

Poi la liberazione, un lungo cammino con il cambio di mezzi, e anche “un piatto di spaghetti” la sera alla fine di una giornata in viaggio. Infine, l’aereo militare che li ha portati a Bamako la capitale del Mali, e poi successivamente il ritorno a Roma accolti dalle autorità italiane.

Continuiamo a pregare perché ci sono altri ostaggi, ho condiviso con loro le sofferenze, è dura, è lunga, è davvero difficile. Dobbiamo pregare Dio – conclude – perché siano forti, perché vada tutto bene”.

Fotografie: fonte EMI, web,