QUANDO LE CAMPANE SCANDIVANO LA VITA: DALL’ARRIVO DELLA GRANDINE AL TEMPORALE, DAL MEDICO IN PAESE, ALLA NASCITA DI UN BIMBO, DALL’ESATTORE AGLI AVVISI AI LAVORATORI NEI CAMPI. FINO ALL’AVE

11 Agosto 2021 Di Renato Crotti

DI PIERLUIGI CANTONI

Il suono delle campane ha scandito per secoli il ritmo delle giornate. In città, ma soprattutto in campagna e nei borghi rurali. Alla funzione di “orologio” a distanza, i rintocchi assumevano, oltre a quelli religiosi, numerosi significati per la vita nei campi e del paese. Un libro particolarmente piacevole e ricco di curiosità è stato scritto anni fa da don Pierluigi Ferrari per il Gruppo Antropologico Cremasco dal titolo “Campane e Campaner” e racchiude la storia locale (ma non solo) riferita alle funzioni che le campane aveva nella nostra comunità alcuni decenni orsono.

Tra gli usi civili, ad esempio, il suono a martello. Accadeva quando c’era pericolo imminente dovuto a calamità: un incendio, un crollo, un’esondazione del fiume. Era, al contempo, un avvertimento alla popolazione e l’esortazione agli uomini validi di lasciare il lavoro dei campi o le case e raggiungere velocemente la piazza del paese. Il suono a martello aveva una durata lunghissima e in effetti finiva solo a risultato raggiunto. Questo modo di dire deriva dal fatto che la campana doveva emettere rintocchi rapidi e secchi a brevi intervalli regolari di tempo, come fa il martello del fabbro sull’incudine. In certi campanili non era facile suonare la campana a martello usando la fune e allora il parroco o il campanaro salivano in cima al campanile, nella nicchia delle campane, e azionavano il batacchio a mano.

Tra gli altri suoni di “avvertimento” c’era il “suono a malacqua  altrimen ti detto “sunà dal temp” che era in uso fino a qualche decennio fa. All’approssimarsi di un forte temporale o di una possibile grandinata, veniva suonata in continuazione una campana per allontanare la tempesta e i fulmini. Almeno questa era la credenza popolare. La caduta di un fulmine, oltre alle vittime, poteva provocare un incendio ai pagliai dove le saette, causa la lunghezza dello stollo (il palo lunghissimo attorno al quale veniva costruito il pagliaio), cadevano preferibilmente.

Avere un pagliaio bruciato dal fulmine, oltre al gran danno, era considerato quasi come una “maledizione”, ed è per questo che la vetta dello stollo terminava spesso a croce. Fra l’altro, nei tempi passati, un religioso romano dedito allo studio della meteorologia aveva elaborato una tesi scientifica su come il suono delle campane potesse allontanare le nubi temporalesche. 

Durante un forte temporale mentre la campana suonava, nelle case si accendeva la ”candela benedetta della candelora” e si bruciavano alcune foglie secche di ulivo benedetto recitando la preghiera a Santa Barbara

Nei piccoli borghi dove non c’era l’ambulatorio del medico, un particolare suono della campana avvisava i cittadini che il medico era giunto in paese. Coloro che necessitavano delle sue cure o di una visita potevano così recarsi nel luogo dove riceveva i pazienti quanto era nella tal località.

La campana scandiva anche i momenti gioiosi e tristi della Comunità. Un particolare suono festoso e di gioia segnava la nascita di un bambino o di festa era detto “ciòca legrèsa”. Lo stesso dicasi per il suono prolungato e piacevole che indicava l’imminente svolgimento di un matrimonio, da sempre considerato momento di convivialità e di ritrovo. Molto spesso i matrimoni erano tra appartenenti a famiglie del medesimo paese o della frazione vicina e gli invitati, di fatto, erano quasi l’intera Comunità.

Il rintocco “a morto”, al contrario, indicava il decesso di un compaesano. Nei piccoli paesi grazie al passaparola si sapeva coloro che versavano in situazioni di salute critiche. Il rintocco lugubre lasciava già presumere ai residenti chi potesse essere la persona passata a miglior vita. L’inizio dell’agonia di un compaesano era reso noto dal suono detto “le anguanée” anche per invocare preghiere per colui che stava passando a miglior vita.

Il prolungato rintocco a morto era riservato alla morte del Pontefice.

Il suono che giungeva dal campanile poteva anche indicare, come per il medico, altri avvenimenti o ricorrenze della vita civile, dalla convocazione del Consiglio Comunale a lutti di personalità eminenti, piuttosto che anniversari nazionali (4 novembre, 25 aprile, primo maggio, 2 giugno e altri). Nelle località dove le cascine ed i casolari erano molto distanti dalla scuola, la campana indicava anche l’inizio delle lezioni. In alcuni comuni lombardi veniva suonato il “campanone” per l’arrivo dell’esattore delle tasse (fino agli anni Ottanta). I rintocchi poi scandivano il trascorrere della giornata: ore, ribattuta, mezzore, quarti (ciascun modo di segnare le ore variava da paese a paese). La vita civile e religiosa s’intrecciavano nel suono che annunciava la festa del Santo Patrono. In quell’occasione (ma non solo) si poteva udire la “scampanada”, cioè il suono solenne e a tempo di tutte le campane.

Assai numerosi sono i significati dei differenti rintocchi delle campane in ambito religioso. La principale era “chiamare” i fedeli a partecipare alla Messa, indicando loro quanto mancava all’inizio della celebrazione. Un’ora prima dell’inizio della funzione religiosa venivano suonate due campane con il suono chiamato “doppio”. Mezz’ora dopo un altro suono era chiamato “Ave Maria” e, dopo un quarto d’ora, la stessa campana suonava nuovamente il “Cenno”. Infine, qualche minuto prima dell’inizio della celebrazione religiosa suonava ancora la stessa campana e, quando terminava, si intrometteva una campana più piccola, detta anche campanino, chiamato “ultimo”, durante il quale i fedeli dovevano già trovarsi in chiesa. Questa consuetudine, vecchia di secoli, viene ancora oggi osservata solo dove le campane sono mosse dall’energia elettrica e magari anche da un apposito programma automatico.

Nei giorni delle feste pasquali, quando le campane non si possono suonare e la gente le chiamava “legate” (il parroco il Venerdì Santo era solito legare insieme tutte le funi in modo da non poterle usare). In taluni borghi, il suono delle campane  era sostituito  dal rumore assordante  di un antichissimo ingegnoso marchingegno di legno chiamato “Raganella

Questo insieme di cose era tale che sia il mezzadro, il bracciante e il montanaro lavoravano generalmente in terreni abbastanza distanti dall’abitazione e, senza nessun orologio, la posizione del sole e il suono delle campane era l’unico segnale che poteva dare una cognizione dell’ora

La vita quotidiana di tutti i paesi veniva regolata, nel corso dell’anno, dal levare del sole e dal calare delle tenebre. Con la fine della notte e l’arrivo della luce, in montagna come in qualsiasi altro villaggio, riprendevano i rumori, la gente si dirigeva verso i campi, suonavano le campane delle chiese; ed è proprio sul suono delle campane che i contadini e i montanari aprivano e chiudevano poi la giornata lavorativa.

Il suono delle campane aveva diversi significati, in genere doveva arrivare su tutto il territorio parrocchiale in quanto era considerato come una sorta di protezione. E’ per questo che si costruivano campanili svettanti e alcune chiese erano costruite in posizione dominante; in effetti il suono delle campane rappresentava la voce del popolo  in quanto aveva un proprio linguaggio e segnava il tempo della comunità.

Attenzione particolare era riservata ai lavoratori dei campi che, privi di orologio, potevano comprendere l’ora del giorno solo guardando il sole o ascoltando i rintocchi delle campane. Sino alla fine del secolo XIX, sul fare del giorno subito dopo l’alba, suonava una campana al mattino chiamata “campana mattutina”. In effetti questa campana dava la sveglia e ricordava ai fedeli di recitare l’Angelus Domini che è una preghiera mariana per eccellenza nata nel 1269. 

Per quanto riguarda il suono indicante “mezzogiorno” sappiamo che era una pratica risalente al Medioevo, ma non osservata da tutti e serviva, oltre alla pausa nel lavoro dei campi, a far recitare ai contadini l’Angelus Domini per ringraziare il Signore e la cui recita tre volte al giorno (mattina, mezzogiorno e sera).

Alla fine della giornata lavorativa, una campana squillava a lungo tre volte con un rintocco ogni ora.  Il suono delle campane variava anche in base all’avanzare delle stagioni. Un’ora prima del tramonto il suono era chiamato “Ave Maria delle ventitré” e indicava di lasciare il lavoro e mettersi in cammino verso casa in quanto il sole cominciava a calare. Spesso le persone   molto anziane mentre guardavano il sole declinare a fine giornata sussurravano il proverbio: “Per l’Ave Maria, o a casa o per la via”.  A questo suono di campana era legata anche una regola religiosa, in quanto si doveva recitare una preghiera per i malati e i moribondi del paese.

Il secondo suono della campana era chiamato “Ave Maria delle ventiquattro” e indicava l’inizio della oscurità e la fine ufficiale del giorno. Questo suono era riservato a coloro che ancora si trovavano in cammino perché si affrettassero verso casa. Il terzo suono della campana era detto “Ave Maria di un’ora di notte” o semplificato “l’ura da nòt” che indicava altresì l’ingresso nella notte fonda.  Al suono dell’”Ave Maria di un’ora di notte” si doveva recitare il Requiem Aeternam, per cui questo suono era chiamata anche “Ave Maria dei morti”. Sempre nell’ambito della funzione religiosa, c’era il suono detto “sunà i pater”: le ore 15 di ogni venerdì, a ricordare la morte del Signore. I fedeli all’udire tale suono recitavano cinque Pater Noster.

Tradizioni in parte perdute, in parte superate dalla modernità, ma il suono delle campane era e resta un simbolo attorno al cui suono si identifica e ritrova una Comunità.