I CREMONESI CHE INVENTARONO LA LAMPADINA “OSRAM”. MA IL BREVETTO SE LO PRESERO I TEDESCHI

12 Agosto 2021 Di Renato Crotti

Il Morbasco è un corso d’acqua di origine sorgiva che attraversa la città di Cremona e parte della sua provincia. Nell’antichità creava una zona paludosa, poi bonificata. I cremonesi chiamavano quella zona paludosa ai piedi dell’odierna via Massarotti col termine dialettale “Marso”. Leggendo il nome al contrario, alla maniera di Leonardo da Vinci, si otterrà la parola “Osram”. Dice niente? Se vi si accende una “lampadina”, avete indovinato.

Nei primi del Novecento, infatti, in una vetreria di via Massarotti a Cremona veniva inventata e realizzata la prima lampadina della storia moderna.

Un gruppo di geniali imprenditori cremonesi, il vetrario F.R., (purtroppo sono note le sole iniziali), il farmacista Francesco Cavana, l’industriale Fortunato Arvedi, furono i geniali padri dell’invenzione. Non tutto, però andò in modo trasparente e chiaro. I tedeschi ci misero lo zampino. La vicenda è un vero e proprio esempio di spionaggio industriale. Da romanzo giallo.

Per oltre un secolo l’invenzione della lampadina Osram è stata attribuita ai tedeschi, ma non è così” spiega il collega Fabrizio Loffi, autore di una approfondito articolo sul tema, “Dobbiamo ringraziare un cocciuto cremonese, Gabriele Lazzari, che ha ricostruito la vicenda nei minimi particolari in oltre quattro anni di ricerche. Ha raccolto un faldone di quattrocento pagine, con documenti, fotografie, riproduzioni, partendo da quella lampadina, rintracciata fortunosamente in una vecchia cassetta di legno, adagiata sopra una pila di giornali e vecchie riviste in una soffitta di via Carlo Speranza”.

La ricostruzione che Loffi ha tratto dalle ricerche di Lazzari è dettagliata e precisa: la lampadina rinvenuta è del tipo a incandescenza a filamento metallico, con bulbo in vetro e impresso in trasparenza a smeriglio il marchio Osram. Sopra il contrassegno spicca lo stemma del Comune di Cremona con il motto della città “Fortitudo mea est in bracchio”. Scritte a mano libera con una penna sono le iniziali del costruttore, F.R., e la data di fabbricazione: 12 novembre 1900. Tenete a mente questa data.

All’interno del bulbo, sul fondo circolare del vetro, sono scritti a mano con una penna dotata di pennino altri numeri. La virola è del tipo “Helios”, tedesco, ma mai adottato dalla Osram ufficiale fin dai suoi inizi. Sono elementi che hanno indotto Lazzari a ritenere la nostra lampadina incompatibile con il marchio “Osram” nella sua accezione classica.

Secondo la ricostruzione ufficiale, il marchio Osram sarebbe nato ufficialmente in Germania nel 1906 ad opera del barone austriaco Auer von Welsbach, divenuto celebre per aver brevettato la prima lampadina moderna con filamento in tungsteno. Ma, facendo bene i conti degli anni, Auer aveva registrato il marchio solo il 17 aprile 1906 a Berlino. Quindi, non poteva esserne il vero autore, ma solo colui che, anni dopo l’invenzione cremonese, l’aveva registrata a suo nome.

Non solo: il termine Osram non poteva essere l’acronimo di osmio e welframio, che nel 1900 ancora non erano nè conosciuti nè sperimentati con assiduità.

La “nostra” lampadina, inoltre, era dotata di una soluzione tecnica come l’arcolaio che aveva permesso di soppiantare il filamento a carbone con quello metallico, introducendo il tungsteno e facendo fare alla lampadina quel salto di qualità che la farà resistere al tempo. Allora c’era solo una persona in grado di fare questo: Fortunato Arvedi.

Gabriele Lazzari, nella sua ricerca si è imbattuto in un’anziana signora che ricorda come “lampadine di quel tipo venivano date dal Comune di Cremona in dotazione alle antiche latterie comunali dall’inizio del ‘900, ed alle farmacie comunali poi”. Una di queste lampadine, fabbricata qualche anno dopo, è conservata al Museo civico di storia naturale a Cremona

Sulla sponda sinistra del Morbasco” scrive Lazzari nella sua ricerca, “si erigeva il fabbricato della Vetreria Cremonese soprannominato Marso, affacciato sulla via Morbasco adiacente ai bastioni di porta Po. Pertanto, dovendo indicare graficamente a qualcuno su che sponda del Morbasco si trovi la via Morbasco, quindi davanti al Marso, chi lo fa dovrà leggerlo sulla piantina topografica al contrario, da destra verso sinistra, cioè OSRAM. Così effettivamente doveva apparire a chi transitava sulla via Morbasco, o al postino addetto alla consegna postale destinata alla vetreria, che cercava quell’ubicazione sulla cartina. Come se dovesse leggere un’insegna esposta sul tetto esterno della vetreria, rivolta verso l’interno del cortile, da dove, una volta entrati nel vialetto di passaggio verso l’ingresso, bastava girarsi per leggere Marso, quello che all’esterno appariva Osram”.

Erano gli anni in cui in Comune si iniziava a studiare la possibilità di produrre energia elettrica in proprio. L’ingegnere Giuseppe Vacchelli, ad esempio, intendeva applicare una dinamo ad una ruota di mulino posta in mezzo a due grosse barche ancorate nel corso di un fiume. Nel 1900 progettò una centrale elettrica a Mirabello Ciria, con cui il Comune si assicurò l’acquisto di energia a prezzo conveniente, sperimentando la realizzazione di cabine di trasformazione per ridurre la caduta di tensione provocata dal superamento di lunghe distanze.

La linea elettrica comunale venne completata nel 1903. Nell’amministrazione comunale si fece strada l’idea di un organismo istituzionale di tipo pubblico che potesse sostituirsi al privato nella distribuzione dell’energia elettrica. In breve, la Società Elettrica di Cavana fu liquidata sfruttando una discutibile regola di procedura che prevedeva la possibilità di concludere una transazione senza riunire il consiglio comunale. La società fu acquisita dal Comune per 25.000 lire. Il Cavana, costretto a cedere la propria azienda al Comune, decretò in questo modo anche la fine della vetreria che fabbricava la famosa lampadina FR 900 OSRAM

Le lampadine Osram erano indubbiamente più durature di quelle al carbonio che adottò il Comune di Cremona, ma nell’immediato poco capite ed accettate. “Non si può definire un bell’esordio, quello della nostra prima lampadina a filamento metallico con arcolaio”, conclude Lazzari, “se pur presentando soluzioni e caratteristiche d’avanguardia richiedeva in effetti un diverso tipo di distribuzione più folta e omogenea per potere essere usata e utilizzata al meglio”. I tedeschi la pensarono diversamente.

Fonte fotografie: blog Fabrizio Loffi,