I SONCINESI CHE COSTRUIRONO IL ROSONE DEL DUOMO DI TRIESTE. CHIAMATI DAL VESCOVO ROBECCHESE PEDRAZZANI

13 Agosto 2021 Di Renato Crotti

Il legame esistente tra Soncino e Trieste è più stretto di quanto si potrebbe pensare. Consultando la documentazione storica, infatti pare che proprio numerosi soncinesi vennero richiesti per terminare la cattedrale di San Giusto a Trieste. E non per una parte secondaria.

La basilica di si trova sulla sommità dell’omonimo colle che domina la città friulana. Come viene riferito dalla maggior parte degli storici triestini, l’aspetto attuale della chiesa deriva dall’unificazione delle due preesistenti chiese di Santa Maria e di quella dedicata al martire san Giusto, che vennero inglobate sotto uno stesso tetto dal vescovo Rodolfo Pedrazzani da Robecco d’Oglio tra gli anni 1302 e 1320 per provvedere la città di una cattedrale imponente.

I soncinesi erano noti e stimati per la loro abilità nel lavorare la pietra. Sarebbero stati proprio loro a realizzare il grande rosone della cattedrale triestina, seguendo il modello rappresentato da quello del duomo di Cremona, realizzato nel 1274. Proprio gli anni in cui Pedrazzani era canonico nella principale chiesa della città del Torrazzo.

La prima notizia riguardante la cattedrale risale all’anno 1337, quando il campanile dell’ex chiesa di Santa Maria venne rivestito con uno spesso muro per poter sostenere il nuovo edificio. I lavori al campanile si conclusero nel 1343, ma quelli alla chiesa si protrassero praticamente fino alla fine del secolo. Il campanile in origine era più elevato, ma nel 1422 venne colpito da un fulmine e venne ridotto all’altezza attuale.

Esiste anche un documento del 1330 che parla di un pagamento di 24 soldi patriarcali per aver fornito quattromila pietre al comune triestino a favore un certo Morandino da Robecco, evidentemente chiamato a Trieste dal vescovo compaesano per sopperire alla carenza di “picapreda” (tra cui numerosi soncinesi) necessari a portare a termine la grandiosa ricostruzione del duomo.

Sia i soncinesi che i robecchesi esperti nella lavorazione di pietra e marmo non dovevano essere in numero esiguo in quegli anni a Trieste. Anzi, la loro presenza doveva essere abbastanza radicata nel quartiere triestino che, ancora oggi, si chiama Servola, visto che tra i cognomi dei loro attuali discendenti sono frequenti i “Soncin”, “Sancin” o “Sanzin”.

L’ulteriore conferma di una presenza operativa, corposa, abile. E soncinese.