A DUE PASSI DAL CREMASCO I “MORTI MIRACOLOSI DELL’ARCA”. IL MISTERO SULLA SCOMPARSA DEL VILLAGGIO E DELLA CHIESA

21 Agosto 2021 Di Renato Crotti

DI MARISA UBERTI

A pochi chilometri dal cremasco, in comune di Cologno al Serio aleggia un enigma da secoli irrisolto. Il mistero del villaggio scomparso di Massano (o Mazano, Mazzano o Magiano per altri autori), un fiorente borgo sorto in epoca alto-medievale e del quale non resta più nulla. Ma non solo. Sorge altresì la chiesetta dei “Miracolosi morti dell’Arca”.

Il nome della località è familiare anche ai cremaschi. Il Terni, nella sua “Historia de Crema” parla a più riprese del territorio di “Masano”, tra Camisano e Ricengo.

L’area è attualmente ubicata in aperta campagna, prossima alla zona dei Fontanili del Conzacolo (situati nel comune di Spirano, ma a ridosso del comune di Cologno). Ѐ caratterizzata da grandi appezzamenti di terreni privati coltivati tra i quali emerge, solitaria, una piccola chiesa (più che altro una cappelletta) denominata “Morti dell’Arca”. L’edificio è apparentemente privo di importanza architettonica, ma riveste una grande memoria storica. Misteriosa.

La chiesetta è meta di discreta devozione sia per i colognesi che per gli spiranesi, e costituisce anche una meta escursionistica a piedi o in bicicletta, soprattutto nella bella stagione. Dalla Sp 123 che collega Cologno e Spirano, si stacca un sentiero (segnalato da un piccolo cartello indicativo) contrassegnato dalla presenza – sulla destra – di una stele, chiamata “Stele dei Morti dell’Arca” su cui si trova un’iscrizione: “Requiem Aeternam a voi o cari miracolosi morti dell’Arca. Proteggeteci”.

L’epigrafe può risalire all’epoca dell’erezione della chiesina (fine XIX secolo) mentre la fattura della stele (incassata in una muratura moderna) sembra tutt’altro che recente e potrebbe appartenere al periodo tardo-antico.

Ma chi sono i Morti dell’Arca e perchè vengono appellati miracolosi? Che relazione hanno con il villaggio scomparso? Perché non vi è più alcuna traccia dell’antichissima chiesa di Santo Stefano che serviva l’abitato?

La Cappelletta, costruita nel caratteristico mattoncino rosso alla fine del XIX secolo dagli abitanti di Cologno al Serio, è costituita da un portichetto aperto verso oriente e coperto da una volta intonacata. Ai piedi della scalinata vi è un chiusino che copre un deposito di ossa umane. A chi appartengono quelle ossa? Come mai si trovano qui?

Si potrebbe rispondere che –come sovente accade – si tratta dei morti di peste che ha imperversato in questi luoghi a più riprese e di cui la più famosa è certo quella del 1630. In realtà non è così.

Vi è qualcosa di molto più antico e misterioso sepolto sotto questa piccola chiesa: un’arca (sarcofago) di marmo bianco che è tutto ciò che resta di un intero villaggio che si chiamava Massano (o, come detto, altri nomi similari), dotato di una chiesa intitolata a Santo Stefano, che era già del tutto scomparsa nella prima metà del 1500, insieme al borgo.  

La denominazione “Campo dell’Arca” compare nella prima metà del XIX secolo e si lega alla presenza di un sarcofago o arca che, in epoca imprecisata, giaceva in abbandono sul margine del campo, finchè sarebbe stato portato a casa da un contadino con l’intento di farne un abbeveratoio per i suoi animali.

Leggenda narra che il pesante avello tornasse misteriosamente nel suo luogo originario, lasciando sbigottito l’agricoltore che, da parte sua, riprovò a trasferire nuovamente il sarcofago nella propria abitazione. Non ci fu verso: riprovò diverse volte e sempre l’arca tornava nel campo. Si decise quindi che si trattava di un prodigio e si pensò di costruire, tempo dopo, la Chiesa dei Morti dell’Arca a ricordo di quel fatto miracoloso. Così riporta la tradizione locale.

Altri interrogativi restano ad oggi senza domanda e riguardano l’antico villaggio. Quando, come e perchè gli abitanti sono scomparsi? Quando era sorto il villaggio? L’abitato, stando agli esigui scavi condotti, potrebbe essere sorto addirittura su una villa rustica di epoca romana. Eppure, quasi nessuno ne ha sentito parlare, se non chi è strettamente addetto ai lavori o abita nei dintorni.

Nessuno ricordava, a quel tempo, né l’esistenza di un villaggio né di un’antica chiesa, essendo già scomparsi da molti secoli, ma nella tradizione orale si vociferava che qualcosa vi fosse sottoterra perché durante i lavori agricoli venivano in superficie frammenti di laterizi, cocci, ossa. E la narrazione del miracolo proseguiva ad essere riportata.

I campi dove sorgeva la chiesa si chiamavano di S. Stefano di Massano e in quel sito si diceva essere esistita una chiesa con tal nome di cui a quell’epoca (1520-’30) non rimaneva più alcuna traccia. Tutto ciò che restava erano mucchi di sassi e spinai dove oggi sorge la Chiesa dei Morti dell’Arca che, al tempo della memoria di mons. Capitanio (sacerdote di Spirano incaricato di fare una relazione al riguardo), non era ancora stata costruita.

Dai documenti d’archivio diocesani, invece, emergeva l’esistenza di una chiesa di S. Stefano de Mazano. Quindi, si doveva pure trovare qualche riferimento alla località di Mazano in cui la chiesa si trovava.

A sud e a ovest dell’attuale Cappella dei Morti dell’Arca (che a quel tempo non esisteva) puntarono in particolare gli scavi del sacerdote orobico don Polliani, che volevastabilire se la tradizione popolare che insisteva nel sostenere la presenza, in epoche antiche, di molti abitanti nel villaggio scomparso e una chiesa con un convento di frati avesse un fondo di verità o meno. 

Don Polliani rinvenne moltissimi cadaveri sepolti, in maggior parte fanciulli e giovani. In particolare scoprì un reperto archeologico degno di attenzione: un sarcofago di granito bianco con coperchio letterato, cioè con iscrizione. Vi erano riportati i nomi di sei individui, che secondo lui erano stati sepolti insieme in un comune tumulo. In origine, le arche pare fossero quattro. Mistero nel mistero.

Bibliografia: I “Morti dell’Arca” e il mistero del villaggio scomparso di Mazano

tra Spirano e Cologno al Serio (BG) a cura di Marisa Uberti.

Le immagini sono state realizzate da A. Marchetti, M. Uberti