QUANDO IL CREMASCO PRODUCEVA VINO DI QUALITÁ. ECCO DOVE SI COLTIVAVA, COME SI CHIAMAVA E COME FINÌ A PARIGI AL BANCHETTO PRESIDENZIALE

30 Agosto 2021 Di Renato Crotti

Oggi l’uva cremasca da vinificazione non si coltiva più. I pochi pergolati dei giardini, dei frutteti o degli orti hanno la cosiddetta “Uva americana”, più resistente alle malattie, ma utilizzabile, di fatto, per fare la Bertolina o pochi altri usi. (Per la ricetta della Bertolina vedi link a fondo pagina con l’articolo di Antonio Bonetti).

Sulle uve cremasche di un tempo, fa testo lo scritto sul folklore cremasco di mons. Francesco Piantelli: una fonte storica insostituibile.

Le nostre uve erano di svariate specie e denominazioni. La più comune e caratteristica era “’l quercià”, dai lunghi grappoli ad acini grossi di un colorito bruno chiaro. C’era poi “’l pignòl” a grappoli grevi e acini piccoli e stipati di colore scuro. La “berghemina”, la “s’ciàa”, la “rusèra”, “l’lambrosch”, le cui viti si facevano salire sui rami delle alte querce. Un’uva primaticcia era la “viàdiga”. Dal Piemonte erqno state importante altre viti, specialmente coltivate nelle grandi tenute: la fresia (freisa), la barbéra (barbera), “’l pinò” e similari”.

Madignano e Casale Cremasco erano i centri della migliore produzione vinicola cremasca. Il vino che proveniva da queste zone era considerato “doc”, pur se all’epoca questa denominazione non era ancora stata inventata.

Si narra”, ci racconta ancora Piantelli, “che il parroco di Casale Cremasco, don Aschedamini (morto nel 1895), famoso cacciatore e abile pescatore di trote nel Serio, avesse due qualità di vino cremasco: il primo “andava alla testa”, l’altro “alle gambe”. Il reverendo si compiaceva di offrire quest’ultimo quando andavano a fargli visita, ai Carabinieri di Camisano, per il gusto ironico di vederli uscire dalla canonica un poco barcollando e dovendo attraversare a piedi l’intero paese”.

Il vino cremasco era comunque un vino leggero, ribattezzato in dialetto cremasco cremaschèlo o pisarèlo, poiché se ne poteva bere in gran quantità senza diventare ubriachi, sapendo che l’abbondante bevuta avrebbe solo avuto un effetto…diuretico.

Nelle osterie c’erano vini per tutte le tasche. Dai 60-80 centesimi della bottiglia di “spumante”, al “quinto” da 10 centesimi, dal litro da 50, forte e vigoroso, al “mezzo di Crispi”, un vinello cavato dopo la torchiatura.

Numerosi erano anche i vini rossi e spumeggianti provenienti dall’Oltrepo Pavese, che gli osti “allungavano” con acqua o spacciavano per vini locali. Tra questi i più noti erano il “Barbarcarlo”, il “Buttafuoco” e il “Sangue di Giuda”. Nelle cascine qualcuno conservava anche preziose bottiglie di “Rosolio”.

Legata al vino cremasco c’è pure un aneddoto, che in realtà parrebbe rispondere a verità. A garantirlo è mons. Piantelli. “Il senatore Luigi Griffini, che lo storico Melzi ricorda come un benemerito per i suoi studi contro la peronospera e la filossera della vite, recatosi a Parigi con una Commissione parlamentare italiana, partecipò ad un pranzo ufficiale all’Eliseo. Nella lista dei vini serviti a tavola ebbe la grata sorpresa di vedere bottiglie con tanto di etichetta “vino Cremasco di Madignano. Un gesto di ospitalità verso il madignanese senatore Griffini, che nelle sue terre coltivava la vita e produceva ottimo vino.

La ricetta dello chef Antonio Bonetti sulla Bertolina al link: