LA SPLENDIDA VILLA ROMANA DI “ROBORETUS” NEL CREMASCO STRANAMENTE SCOMPARSA DALLA STORIA. GEMELLA DELLA DOMUS DI PALAZZO

2 Settembre 2021 Di Renato Crotti

In dialetto cremasco si chiama “luvrìt”, ossia Rovereto, oggi frazione di Credera Rubbiano. La fondazione di Rovereto risale all’epoca romana. A quei tempi era un piccolo borgo agricolo chiamato Roboretus. Poi venne attraversato da un’importante strada romana, la via Regina. Divenne così uno snodo di notevole importanza per il commercio via strada e via fiume che alimentavano la Gallia Transpadana.

Il nome Roboretus è frequentemente usato prima del Mille per indicare una località già occupata da selva di roveri. Nel nostro caso l’appellativo trova conferma nel fatto che pure la vicina Moscazzano era caratterizzata dalle boscaglie di roveri che coprivano questa zona, come coprivano, al dire di Polibio (II,15), gran parte della Gallia Traspadana.

Rovereto, anche grazie alla passaggio della via Regina, ospitò un significativo villaggio, ma anche una villa romana, che pare fosse simile per bellezza, ricchezza, lusso ed estensione a quella di Palazzo Pignano (a ridosso dell’antica Pieve). (Vedi link a fondo pagina per articolo sulla Chiesa rotonda nell’area archeologica di Palazzo Pignano).

Della villa, stranamente e misteriosamente non vi è traccia. Forse quando iniziò l’urbanizzazione e la costruzione di nuovi edifici e servizi, i resti vennero distrutti o non rilevati. Era, d’altronde, l’epoca in cui la sensibilità archeologica non era ancora matura e attenta.

I ricchi proprietari terrieri romani che fecero costruire villaggi e ville in epoca tardoantica non scelsero questi luoghi casualmente: la fertilità della terra adatta anche all’allevamento dei cavalli, la vicinanza di zone paludose adatte alla caccia ed alla pesca, la presenza di corsi d’acqua navigabili e dell’importante strada Regina che congiungeva Milano con Cremona, rendevano questa zona particolarmente prediletta dai ricchi romani.

Mediolanum, (l’odierna Milano), infatti, verso la fine dell’Impero Romano, era diventata capitale. I nobili romani vi costruirono pertanto le loro importanti abitazioni, simili per lusso e comfort a quelle possedute a Roma o in altre parti dell’Impero. I Romani iniziarono così a frequentare il territorio cremasco dal III secolo a.C.  Nel IV secolo d.C.  e con il cambiamento dell’organizzazione terriera si presuppone che costruirono le due ville di Palazzo Pignano e Rovereto di Credera.

Mentre a Palazzo Pignano sono stati rinvenuti numerose e significative tracce della domus romana, non si può dire lo stesso per Rovereto, anche per lo sviluppo urbanistico intercorso in epoca moderna. Ci limiteremo, quindi, ad esaminare alcune ipotesi.

Durante il III secolo d.C. le campagne si spopolarono a causa delle epidemie e delle guerre e le piccole aziende agricole furono sostituite da grandi ville. Erano formate dalla lussuosa casa del padrone, da magazzini, stalle ed altri edifici necessari per coltivare i campi ed allevare il bestiame.

Le ville di campagna dei ricchi romani diventavano nel tempo sempre più luoghi di divertimento e di svago, dotati di tutti i lussi ed i comfort.

Le ville maggiormente prestigiose e di proprietà delle famiglie assai ricche erano dotate di una zona di rappresentanza con riscaldamento ad aria calda, solitamente addobbata con splendidi mosaici per ospiti di riguardo. Proprio il rinvenimento casuale nella zona di Rovereto di frammenti di laterizi per rivestimento parietale, probabile utilizzato per la realizzazione di condotti verticali per la distribuzione di aria calda, con decorazioni a bande orizzontali e diagonali incrociate sono l’ulteriore conferma che la domus scomparsa doveva essere, come supposto dagli storici, bella e maestosa tanto quanto la “gemella” di Palazzo Pignano.

La presenza di mosaici indica la raffinatezza degli ambienti, riscontrabile in altre residenze di potentissimi proprietari dell’Impero Romano nella fase tardo antica. Alcuni frammenti di mosaici e di piatti in sigillata chiara con la tipica decorazione a palmette disposte radialmente e cerchietti ritrovati a Rovereto, rimandano come tipologia alla villa che sorgeva a ridosso della Pieve di Palazzo.

Probabilmente, la villa di Roboretus aveva pavimenti con mosaici colorati, pareti dipinte con vari colori, riscaldamento ad aria calda e vetri alle finestre, mentre il grande giardino ottagonale era probabilmente decorato con statue in marmo, alcune databili all’età imperiale.

La zona residenziale, lusso e comfort per i proprietari probabilmente era sviluppata su due piani ed anche in questa zona era presente l’impianto di riscaldamento ad aria calda.

Numerose saranno state anche le terre attorno alla villa coltivate dagli schiavi, come lascerebbe supporre il rinvenimento casuale di parte di olpe con ansa a nastro bicostolato, frammenti di vasetto/bicchiere con decorazioni, colli d’anfora, bordi di tegame, olle e recipienti.

A quell’epoca, le vaste estensioni di terreni che appartenevano ai proprietari era chiamata “saltus” ed era formata da una parte coltivata a cereali (frumento, orzo, farro), legumi (fave, lenticchie, piselli), viti, alberi da frutto (meli, peri, melograni, peschi, noci, susini, cotogne) ed una parte lasciata incolta ed utilizzata come pascolo per l’allevamento dei cavalli o per la caccia e la pesca.

Stante la conferma delle ipotesi da parte degli studiosi che la villa di Roboretus potesse essere assai simile a quella di Palazzo Pignano, il patrimonio andato perduto (o non riportato alla luce) sarebbe immenso, poiché la domus di Palazzo può essere confrontata con le più ricche e lussuose ville dell’Impero Romano, in particolare la più simile ed affine è la villa di Rabaçal in Portogallo.

Secondo alcune tesi, ad oggi prive di oggettivi riscontri derivanti dalla carenza di scavi archeologici o rinvenimenti, l’attuale villa Ottaviani a Rovereto potrebbe avere un collegamento con precedenti edifici.

La villa presenta una configurazione planimetrica ad “L”, con l’ala maggiore orientata verso mezzogiorno e affacciata sull’antistante giardino: configurazione imposta non solo dalla presenza della torre, che ha costituito il caposaldo architettonico attorno a cui si è aggregata la villa, ma forse anche dalle strutture di un più esteso fortilizio antecedente, di cui è possibile siano state utilizzate le fondazioni.

L’epoca di costruzione della villa, infatti, posteriore e risale tra la fine sec. XIV – inizio sec. XV. L’affaccio sul fiume del paese giustifica la presenza in luogo di una torre, forse innalzata alla fine del Trecento o agli inizi del Quattrocento nel quadro del sistema difensivo esterno della città egemone. La torre è stata poi inglobata nella settecentesca villa Ottavini, di cui da allora ha fatto parte. Per taluni è anche espressamente documentata l’esistenza di un castrum che si può ritenere venutosi ad affiancare alle abitazioni preesistenti.

Secondo altri, oppure ad integrazione della precedente ipotesi, il riferimento alla presenza di una domus e di un villaggio romano potrebbe essere riscontrabile con l’insediamento della Cascina San Donato, oggi frazione di Moscazzano.

San Donato è noto come già esistente dal 1361. In data antecedente non si hanno elementi attendibili. Viene citato a proposito di una via Sancti Donati presente in loco collegando da una parte, verso nord, a Crema e dall’altra, verso sud, a Rovereto. In seguito, San Donato appare rappresentato nel ben noto «Desegnio de Crema et del Cremascho», realizzato nella seconda metà del XV secolo e oggi conservato presso il Museo Correr di Venezia.

Al di là delle ipotesi, purtroppo prive di oggettivi riscontri per individuare l’esatta collocazione della villa, dimensioni e caratteristiche ed i suoi resti, rimane il mistero sul perché una simile pregevole bellezza e tesoro storico sia scomparso dalla storia di Rovereto. E del territorio cremasco.