LA BAMBINA CHE RICEVETTE LE STIGMATE. A CREMA PRODIGI, MIRACOLI ED IL SUPPLIZIO MISTICO. ECCO LA STORIA DI UNA SUORA, POI BEATA, DA CONOSCERE, TRAMANDARE E VENERARE

6 Settembre 2021 Di Renato Crotti

DI PIERLUIGI CANTONI

Abitava a Crema, dove avvennero il maggior numero di prodigi inspiegabili dalla ragione, miracoli e manifestazioni mistiche. Certificate. Visioni e apparizioni segnarono tutta la prima parte della sua vita.

Nativa di Quinzano d’Oglio, (5 febbraio 1457) in seguito si trasferì a Orzinuovi. Ma è a Crema che i fenomeni miracolosi e prodigiosi si intensificarono. La diocesi di Crema la ricorda e commemora il 16 giugno. Venne proclamata Santa da papa Benedetto XIV il 14 dicembre 1740. È la beata Stefana Quinzani. Forse poco ricordata e celebrata.

A sette anni, Stefana fece voto di castità e si narra che Gesù, apparendole, le mise al dito un anello prezioso. A 15 anni prese l’abito del Terz’Ordine domenicano. Stando ai racconti biografici, già a Soncino la madre aveva visto entrare una grande croce in casa e udito una voce dichiarare: «questa è la croce di Stefana». La fanciulla stessa, mentre assisteva alla messa nella chiesa principale del borgo, era apparso Sant’Andrea in atto di recare una grande croce e di indicargliela come «via del Paradiso».

Per quarant’anni, infatti, ogni venerdì, sperimentò la sofferenza dell’intera Passione di Gesù e portò impresse nel proprio corpo le sacre Stimmate.

La prima «passione» di Stefana sarebbe avvenuta a Crema, nella casa della famiglia Sabbatini il Venerdì Santo del 1489. I fedeli cremaschi videro anche le croci apparire e scomparire sopra la casa.

Successivamente, fu ospitata della famiglia di Giovan Francesco Verdelli, sita nella via omonima che costeggia piazza San Domenico a Crema, che la accolse nella primavera del 1496. Via Verdelli ricorda ancor oggi nel nome l’antica presenza del casato, poi estinto, in questa parte della città.  

La residenza di Giovan Francesco, ricordato nel 1519 fra i consiglieri della città, si trovava nella parrocchia di San Giacomo, non lontano quindi dalla chiesa di San Pietro Martire (o San Domenico), sede dei predicatori di Crema. È in questa chiesa che Stefana ricevette l’abito di terziaria dalle mani di fra Leonardo da Soncino.

Le narrazioni biografiche vogliono che lo stesso duca Ludovico il Moro si recasse in incognito, travestito da frate francescano, in casa Verdelli e venisse riconosciuto da Stefana.

È interessante ricordare come il culto della Beata sia rimasto vivo nella parrocchia di Zappello, legata alla stessa famiglia Verdelli da proprietà terriere e da una residenza in paese.

L’estasi della beata Quinzani vissuta in casa Verdelli e certificata da illustri testimoni, che non si limitarono a controfirmare l’atto notarile appositamente redatto, ma ne avvalorarono il contenuto con osservazioni personali. Questo rappresenta certamente l’evento centrale nella vicenda della Quinzani e non solo per la straordinarietà del fatto in sé, accolto dagli spettatori con comprensibile emozione, ma anche perché esso permette, insieme alla successiva e analoga esperienza descritta nel rogito di Mantova, di superare il soggettivismo mistico della «legenda» biografica, frutto di rivelazioni ai confessori, e di collegare la fama della «santa viva» a un concreto riscontro da parte dei contemporanei, a fatti in qualche modo sperimentati” scrive nell’accurato e pregevole studio pubblicato nel 2019 da Valerio Guazzoni e pubblicato dalla rivistaInsula Fulcheria”.

Fra le varie testimonianze in calce all’atto, merita rilevare quelle del medico Sabbatini e del Verdelli. Il primo ricordava d’avere visto suor Stefana in estasi già quando abitava presso di lui e d’essere tornato a vederla più e più volte in casa di Giovan Francesco Verdelli, trovandola nella sua camera «ora astratta in estasi e ora nell’atto di subire ciò che si può definire qualcosa di simile alla passione di Cristo».

Era sua convinzione che nulla di ciò avrebbe potuto avvenire senza la partecipazione di Cristo e sarebbe stato impossibile considerare finzione «ciò che

da nessuno se non da Dio può derivare». Il Verdelli dichiarava da parte sua di essere stato varie volte testimone di simili sofferenze nella camera di suor Stefana ed anche di più grandi, affermando in particolare di avere spesso verificato il rossore dei piedi.

Il «caso» di Stefana, clamoroso benché non isolato nei decenni che potremmo definire savonaroliani a cavallo fra i due secoli, nacque dunque in casa Verdelli, prese corpo sotto gli occhi di un’attenta assemblea di contemporanei.

Non tutti però a Crema erano concordi con questo giudizio e, nonostante l’avallo di personaggi istituzionali quali il vicario vescovile Giovanni Antonio da Terno e l’inquisitore fra Domenico da Gargnano” spiega nel suo testo il Guazzoni. “La terziaria fu oggetto di una campagna diffamatoria sostenuta dai francescani12. Il cronista Pietro da Terno ricorda, senza prendere posizione, il partito che si era creato contro di lei («grandissimo numero di nobili et plebei che tali fictioni domandavano, et la tenevano di pocho cervello») e collega la definitiva partenza per Soncino al timore di manifestazioni ostili

La futura beata, infatti, morì a Soncino il 2 gennaio 1530. Il racconto riportato nel verbale del notaio è tristemente e dolorosamente fedele alla realtà. Può apparire a tratti cruento. La Quinzani, infatti, rivive nelle sue ultime ore di vita, la Passione di Cristo.

L’atto, rogato dal notaio soncinese Vincenzo Coletti che lo sottoscrisse con gli altri testimoni, riferisce che il fenomeno della spontanea e autonoma Crocifissione della suora aveva fatto seguito alla flagellazione e alla coronazione di spine quando ormai l’estasi, iniziata all’alba del 2 gennaio, si prolungava da ore.

Ecco alcuni stralci dell’impressionante verbale notarile:

“Durante la flagellazione i testimoni avevano invano tentato, usando la forza, di smuovere le braccia e le mani di Stefana legate a un’invisibile colonna. Alla visione della croce, la veggente aveva esclamato con occhi «fixi et immobili»: «O redemptione grande o redemptione humana o salutifera croce tanto tempo te ho desiderata»; e aveva baciato la croce «cum grandissima devotione e letizia».

Dopo di che i presenti avevano assistito a una violenta accelerazione dei fenomeni: «visibiliter gli è exteso el brazo dextro come se fosse inchiodata la mane realiter et immobilizer. E statim si vedono li nervi tirati et extensi, le vene ingrossate, e le mani se fano nigre. E come li fosse inchiodata la mane cum chiodi materiali fa uno grido terribile cum lamenti lacrimabili e piatosi. Poi gle exteso el brazo sinistro in simile forma e modo come el dextro tamen asai sopra la lungagine sua naturale. Poi li sono extensi li pedi colocando el dextro sopra el sinistro e nel tirar de li pedi tuto el corpo se move in zosa excepto le mane, le quale restano totaliter immobile nel luco dove sono inchiodate como fusseno cum veri chiodi de ferro chiodate sopra un ligno immobiliter. E sopra el piede dextro collocato sopra el sinistro gli appare rosso tanto quanto sia un marcello. E quando è chiodata la mane sinistra, manda uno crido cum lamenti piatosi come nel chiodare de la prima mano e dicto. E simile crido e lamenti fa quando li sono chiodati li piedi. E facto questo resta poi immobiliter extensa in croce in modo de Christo Jesu crucifixo».

L’Ordine Domenicano la ricorda il 3 gennaio, mentre nelle diocesi di Brescia e di Crema la sua memoria si celebra il 16 giugno. La diocesi di Cremona la ricorda il 2 gennaio, giorno della sua morte.

Il ricordo della terziaria sarebbe rimasto talmente rimasto vivo e intenso a Crema suscitando grande emozione religiosa anche nei testimoni al punto da ritenere che una delle statue del gruppo con il Compianto su Cristo morto attualmente conservato nella pieve di Palazzo Pignano sia dedicata alla beata.

Il suo corpo mortale è custodito e venerato nella chiesa di san Giacomo a Soncino.

Bibliografia:

Valerio Guazzoni: “L’immagine di una “santa viva” nel Compianto di Agostino Fonduli a Palazzo Pignano”.