LA PRIMA FABBRICA DI CREMA E LA PIU GRANDE TESSITURA IN ITALIA: ERA IL “LINIFICIO”. DIEDE LAVORO A MIGLIAIA DI PERSONE. COLTIVATO NEL CREMASCO IL MIGLIOR LINO D’ITALIA

8 Settembre 2021 Di Renato Crotti

Nel 1843 l’agronomo Faustino Sanseverino scriveva che “il lino coltivato nel Cremasco è uno dei più ricchi prodotti della nostra terra, essendo quello che ha maggiore credito economico. Infatti, il nostro lino veniva largamente esportato non solo nel bresciano, ma anche nel bergamasco, milanese sino a Genova”.

Roberto Provana, su Insula Fulcheria, afferma che “la capitale del lino era considerata la zona di Madignano, benché altre sei località Bolzone, Capergnanica, Passarera, Campisico, Capralba e Sergnano la seguissero per quantità e qualità. All’inizio del Novecento la coltivazione del lino nel Cremasco andò tuttavia scomparendo

L’aspetto esile della pianta ne rivela il carattere timido e non competitivo, che soccombe a quelle più rustiche e vigorose. Ecco perché occorre seminarla alternandola ogni anno con la coltivazione dell’erba medica o del trifoglio, che impediscono alle infestanti di installarsi, mentre nutrono il terreno quando sono a dimora e il bestiame quando vengono tagliate

In quegli anni anche nel cremonese la coltivazione era presente, sia pur in modo minoritario rispetto alle altre coltivazioni agricole. In passato i campi fioriti d’azzurro a maggio erano lo spettacolo che offriva la campagna intorno a Pescarolo, dove il lino era coltivato e lavorato.

In quegli anni (e ancora oggi) fuori da porta Ombriano scorreva il Cresmiero. Per i cremaschi “al Treacù”. Il termine popolare Treacù pare derivare da “extravacuare”, ossia buttar fuori, perfettamente attinente all’intento di svuotare qualcosa, quale le acque della palude del Moso. Al riguardo, però, le scuole di pensiero sono numerose e discordanti.

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Nel 1860 a Crema, fuori da Porta Ombriano, tra il Cresmiero e la Strada postale di Brescia (odierna via Carlo Urbino) iniziarono i lavori per la costruzione del “linificio”, come venne comunemente ribattezzato. Il “Treacù” influenzò in maniera determinante la scelta per l’ubicazione della prima fabbrica di Crema. Un enorme e maestoso edificio per la filatura del lino, della canapa e per la produzione della carta su iniziativa della ditta Giuseppe Maggioni & C. di Milano.

L’energia motrice era fornita dalle acque del Cresmiero stesso in cambio di un canone annuo: i motori idraulici venivano dalla Fonderia dell’Elvetica nei Corpi Santi di Milano ed erano applicati a macchine inglesi.

Il 5 dicembre 1860, i1 giornale “L’Amico del Popolo scriveva: “La maestranza si comporrà di circa 300 operai per la più parte ragazzi dai 10 ai 15 anni e fanciulle dai 12 ai 20. La loro giornaliera mercede sarà di centesimi dai 40 ai 80, a seconda della loro attitudine ed abilità, la disciplina e moralità saranno conservate scrupolosamente nello stabilimento…gli assistenti tecnici saranno scelti in paese…sarà fatto l’acquisto della materia prima concedendo sempre preferenza ai prodotti del paese”.

 Lo stabilimento aprì l’anno successivo, il 1862, ma dopo tredici anni, nel 1875, fallì e venne rilevato dal “Linificio e Canapificio Nazionale” del dottor Andrea Ponti, già presente a Fara e Cassano d’Adda.

Nel 1913 la fabbrica esistente venne ampliata con l’annessione di un nuovo complesso costruito sul lato nord-ovest del “Campo di Marte” estendendosi così su un’area complessiva di undicimila metri quadrati, fino all’attuale via Francesco Crispi.  

Il numero dei telai venne elevato sino a 500 macchine e fu costruito un moderno impianto di aerazione ed umidificazione per creare un ambiente ottimale alla lavorazione delle fibre tessili.

La produzione a Crema era vastissima ed aveva due grandi e fondamentali clienti: le Ferrovie dello Stato e le Forze Armate. L’Esercito richiedeva tende, zaini, divise, ghette, tascapani, copri-brande, teloni impermeabili per i camion.

Le Ferrovie, invece, ordinavano sacchi, tovaglie damascate e lenzuola di lino per la prima classe e teloni impermeabili per coprire le carrozze merci.

I prodotti del linificio cremasco erano anche altri: finimenti per cavalli, sacchi postali (anche per l’estero), sacchi per monete, tela olona per le vele, tessuti operati, tubi antincendio. Era a pieno titolo la tessitura più grande d’Italia.

Nel dopoguerra l’azienda entrò in crisi finanziaria, sia per la forte concorrenza con le ditte più piccole, sia per la sempre maggior richiesta di materiale di tipo sintetico al posto delle fibre naturali. Fu l’inizio della fine.

Il linificio venne chiuso nel 1955. Dal 1957, data dell’ultima corrispondenza, il Consorzio di gestione del Cresmiero fu definitivamente privato di un’importante fonte economica.

La fabbrica a monte del corso d’acqua venne totalmente demolita e la sua area adibita a zona residenziale. La Casa del Direttore è l’unica struttura superstite. Gli edifici ae a meridione del Cresmiero ed alcune abitazioni (ex magazzini) sono invece in gran parte ancora esistenti, così come l’ex convitto per il personale femminile proveniente dai paesi: oggi ospita il Commissariato di Pubblica sicurezza e la Polizia stradale.

Stesso destino negli anni Ottanta seguirono le torciture di Pandino e Monte Cremasco operative sin dagli anni Venti del Novecento. A Soncino la storica filanda Meroni, che lavorava la seta.

Oggi il Linificio e Canapificio Nazionale è solo un marchio che ha delocalizzato i propri stabilimenti in Tunisia e Lituania.

Fonti: Mester Cremasch, Gruppo antropologico cremasco, 1993.