QUANDO CREMA ED IL CREMASCO ERANO TERRA D’ORAFI E ARGENTIERI. ECCELLENTI. ECCO CHI ERANO, DOVE AVEVANO BOTTEGA E LE LORO OPERE

10 Settembre 2021 Di Renato Crotti

DI PIERLUIGI CANTONI

Nel censimento per l’estimo delle case cremasche dell’anno 1685 emerge l’esistenza a Crema di una “Stretta degli Orefici” o Ghetto di una piccola comunità ebraica. E ancora, il 20 febbraio 1824 la Congregazione Municipale della città propose al Consiglio Comunale l’acquisto di alcune case private da demolire al fine di poter ampliare il “Vicolo degli Orefici” per costruire un tratto di strada che collegasse la contrada di Porta Ombriano e di Porta Serio. Solo dopo l’allargamento avvenuto nel 1825, il nuovo tratto assuse la denominazione odierna di via Manzoni.

Secondo lo storico Perolini, la precedente dedicazione farebbe supporre l’esistenza di un quartiere espressamente “adibito all’industria dei metalli preziosi”. Il nome di un rione e di una via denotano un certo potere urbano esercitato da questi artigiani e indirettamente confermano la necessaria esistenza di un paratico espressamente costituito da argentieri e orefici” scriveva lo storico Walter Venchiarutti nel suo saggio “Appunti per una Storia Antropologica degli Argentieri e Orafi cremaschi”,

Tuttavia, la soppressione delle corporazioni, gli incendi dolosi, le requisizioni degli archivi nel periodo della Rivoluzione francese e le seguenti confische napoleoniche hanno reso difficile il censimento degli arredi artistici e problematico il recupero dei relativi documenti. (vedi a fondo pagina il link all’articolo su Napoleone a Crema),

Effettuare il percorso a ritroso, dal committente all’artigiano, se è risultato fattibile per quanto concerne le preziose suppellettili d’uso liturgico e religioso, in quanto più

accessibili, rimane arduo e difficoltoso risalire a quei pregevoli manufatti destinati a famiglie nobili private. Dalla famiglia dei conti Benvenuti, per esempio, si è appreso che, a partire dalla metà del sec. XVIII vennero commissionate opere in loco a Carlo e Marcantonio Arrigoni, Livio Galimberti di Crema e a Novarino di Montodine.

Nel Medioevo, con l’appellativo di “faber” (artefice, artigiano) erano indistintamente qualificati gli orafi, gli argentari e i fabbri in quadratura riuniti nella stessa corporazione di mestiere” spiega Venchiarutti. “In città, tra le antiche contrade, nella Vicinìa dei Fabbri sorge l’attuale chiesa dedicata a S. Antonio Abate. Nel 1579 risulta operativa la corporazione dei “fabri ferrari” dotata di regolare statuto. Nella chiesa di S. Bernardino i “Fabbri Ferrari”, per onorare la loro cappella, commissionarono al Barbelli una grande pala d’altare dedicata a S. Eligio vescovo di Noyon, mentre Giovanni Brunelli, sul principiare del XVIII sec., esegue una grande tela e sei piccoli riquadri laterali, dedicati alla vita del santo”.

Solitamente, da un certo periodo, le opere degli argentieri e degli orafi erano “firmate” con una “punzonatura” che permetteva di identificare il periodo, il luogo, l’autore del manufatto e, sovente, anche la tecnica operativa utilizzata.

I primi nomi di orefici cremaschi compaiono attivi in città limitrofe. Nell’adunanza del 1310 presso la Schola di Mantova figura tale “Guido, quondam domini Guidonis de Crema”. Nel settore della cesellatura dei metalli preziosi è presente Fondulino Fondulo, padre di Giovanni e nonno del famoso scultore in terracotta Agostino.

A cavallo del Cinquecento e Seicento, con la disponibilità di metalli nobili provenienti dal nuovo mondo e la sempre maggiore diffusione delle tecniche a sbalzo, le nuove potenzialità offerte dalle mode concorrono a intensificare

la produzione degli oggetti in oro e argento. Dalla nota spese delle confraternite religiose, dettagliatamente indagate dai ricercatori locali emerge il quadro quanto mai variegato dell’intensa attività svolta da orafi argentieri che operano nel Cremasco

Durante l’annata del 1776 nelle botteghe aperte in Crema compaiono

le seguenti maestranze” spiega Venchiarutti, “Bottega all’insegna del Cazulo (mestolo): Giovan Battista Casularo Novarino (Patron), Carlo Rossi e Antonio Lorenzoni (Lavoranti). Bottega all’insegna della Stella: Giovan Battista Bortolotti (Patron). Bottega all’insegna del Leone: Antonio Cotti (Patron), Paolo Pigolo e Bartolomeo Erba (Garzon). Bottega all’insegna del Gallo: Giovanni Galimberti (Patron), Carlo Pietro Pigola (Garzon). Bottega all’insegna della Corona: Paolo Pilmagrani (Patron). Bottega all’insegna della Rosa: Marc’Antonio Arrigoni (Patron), Giovan Battista Menodini (Lavorante), Francesco e Giovanni Foglia (Garzon)”.

Dal 1776 al 1800, il punzone dei Cremaschi reca San Pantaleone e vede incorporate ai lati le iniziali del toccatore della Fraglia degli Orefici di Crema.

La produzione di Bergamo e di Crema sottoposta nel ‘700 alla Repubblica Veneta pur documentata dalle fonti archivistiche non ha trovato riscontri concreti in alcun manufatto e tuttavia la posizione geografica di Crema pone la città a metà strada tra Milano e Brescia, considerate tra i due maggiori centri lombardi dell’arte orafa.

Il numero delle botteghe di orefici e orologiai a metà dell’800 è al di sotto della decina. Dalle notizie documentarie localmente consultate, la distribuzione urbana delle botteghe orafe cremasche tra ‘700 e ‘800 risulta essere quasi esclusivamente

concentrata nel centro storico: tra Piazza Maggiore (tre botteghe in Piazza Duomo), Contrada degli Orefici (due in Via Manzoni), Contrada Serio (due in Via Mazzini).

Negli almanacchi dell’epoca, dal 1834 al 1855, particolarmente presente in qualità di “stimatore degli effetti preziosi d’oro e d’argento” ricorre il nome dell’orefice Angelo Gervasoni, deputato ad eseguire perizie per la Masseria all’Impegnata del Monte di Pietà cittadino.

La dislocazione di orafi e orefici cremaschi ai primi decenni del 1900 non subisce alterazioni rilevanti” conclude Venchiarutti, “nella pubblicazione Cremona express, curata da Andrea Mariani, basata sull’anagrafe commerciale del Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa, edita da Cremona Nuova nel 1933, alla voce Oreficeria (fabbriche e laboratori) sono presenti:

– Bertasi Romeo in via Garibaldi 8,

– Bacchetta Lida in via Manzoni (già Stretta degli Orefici),

– Casalini Pietro in via Mazzini 13 (già Contrada di Serio),

– Daverio Federico in via Mazzini,

– Bettino De-Carli in via Manzoni 4,

– Ghessola Enrico in via Mazzini 27,

– Gravedi Gino in via Mazzini 2,

– Raimondi Cleto in via Civerchi 26.

Nella stessa pubblicazione alla voce Oreficeria Orologeria sono presenti:

– Alghisio Camillo orologiaio,

– Aurea Francesco riparazione orologi,

– Bacchetta Lida oreficeria,

– Bertasi Romeo orologiaio ambulante,

– Casalini Pietro oreficeria,

– Daverio fratelli orologeria,

– Bettino De Carli (in via Mazzini 32) orologeria, riparazioni e articoli da regalo,

– Ghezzola Enrico (in via Mazzini) oreficeria orologeria, laboratorio, riparazioni,

– Gravedi Gino oreficeria,

– Raimondi Secondo orologiaio,

– Raimondi Cleto (in via Pozzi 5) orologiaio, riparazioni, cronometri, pendole, contachilometri.

Nonostante le comprensibili difficoltà per ricostruire questo mosaico, tanto complicato quanto prezioso, ciò che emerge dal pregevole studio non lascia dubbi sul fatto che Crema e Cremasco fossero, nell’antichità, città di orafi e argentieri. Eccelsi.

L’articolo su Napoleone a Crema al link:

https://www.renatocrotti.it/2021/09/09/napoleone-a-crema-il-racconto-della-giornata-grazie-al-manoscritto-nascosto-da-un-parroco-dallincontro-col-podesta-alla-tisana-al-mirtillo/

Bibliografia: Walter Venchiarutti “Appunti per una Storia Antropologica

degli Argentieri e Orafi cremaschi”, Insula Fulcheria (2016).

Fotografie: Insula Fulcheria.