QUANDO CREMA ED I PAESI DEL CREMASCO FURONO DEVASTATI DAL PIÙ VIOLENTO TERREMOTO DELLA STORIA LOCALE: GRAVI DANNI AL DUOMO E SANTA MARIA. CROLLATE CASE E PALAZZI. FAGLIE NEL TERRENO CON GETTI D’ACQUA E FIAMME. UN INFERNO

14 Settembre 2021 Di Renato Crotti

Era il 12 maggio 1802. Alle 9,30 le campane del Duomo suonarono la mezz’ora. Passarono alcuni secondi poi la terra iniziò a tremare, a sussultare, si udirono forti boati e calcinacci cadevano a terra dalle abitazioni. Animali imbizzarriti, gente terrorizzata che correva fuori dalle abitazioni che crollavano come pedine del domino. Una dopo l’altra.

Palazzi, abitazioni e chiese crollavano e si aprivano vistose crepe nelle facciate. Le campane emettevano rintocchi stonati e casuali. Crema ed il cremasco erano colpite dal terremoto. Le forti scosse ebbero una durata di circa 8 secondi. Un’eternità.

Crema veniva colpita da uno dei terremoti più violenti della sua storia, con un’intensità stimata tra 8 e 9 gradi della scala Mercalli (settimo grado della scala Richter). Nel volgere di poche ore altre due violente scosse devastarono la città ed il territorio fino a Cremona ed oltre. Fortunatamente, si registrarono numerosi ferite, ma non vittime.

L’epicentro venne in tempi moderni individuato nella media valle dell’Oglio nei dintorni della città di Soncino, tra i centri maggiormente colpiti, interessando una ventina di paesi. La scossa fu avvertita distintamente anche a Lodi e Brescia.

A Crema si crearono profonde fenditure e crepe nella Cattedrale, nell’Arco del Torrazzo, nella chiesa di San Bernardino degli Osservanti e Santa Caterina. Crolli al campanile del santuario di Santa Maria delle Grazie. Le cappelle della basilica di Santa Maria della Croce furono scoperchiate. Furono lesionate le mura cittadine, da cui molti cittadini cercarono di calarsi ed il palazzo comunale. La torre della Cattedrale era pericolante, perché le 22 colonnette di marmo che sostenevano gli archi della guglia furono infrante per la caduta degli archi posti sopra il volto delle campane.

A Romanengo crollò la chiesa parrocchiale, tanto che venne ricostruita ex novo dopo pochi anni. Una fenditura nel terreno si aprì nel territorio di Credera Rubbiano e Rovereto con fuoriuscita di abbondante acqua a zampilli, sfogo delle risorgive e della falda sottostante. Le fontane d’acqua di tanto in tanto si colorarono di un giallo rossastro e sparirono dopo 24 ore.

Così Gian Battista Della Volta descriverà l’evento: «Abbiamo sofferto un terremoto violentissimo con nell’aria lampi e fuoco. Tutti evasero dalle mura, i più calandosi da quelle, per non passare sulle crollate volte dei fradici portoni. La terra si fessurò tutta e si alzò globo a globo, lasciando una densa nebbia di polvere. Il fiume Oglio si prosciugò come per incanto ed alcuni cavi si inaridirono mentre si vide da altri sbalzar fuori le acque; si sentirono inoltre dei rumori sotterranei che assomigliavano a colpi di cannone. La popolazione intera fu allo scoperto sotto una pioggia direttissima!»

Molti infermi ricoverati all’Ospedale maggiore (l’attuale istituto geriatrico di via Kennedy) fuggirono e si videro smarriti, girare per le contrade. Tutte le case in Crema andarono incontro a fenditure multiple.

A Orzinuovi si ebbero i danni maggiori con danni su 400 degli oltre 500 edifici del centro abitato. Si ebbero crolli nelle chiese di San Domenico, di San Francesco, nella chiesa della Madonna, nell’ospedale dei Poveri e nel convento di Santa Chiara.

A Soncino si rilevarono danni alla chiesa parrocchiale, alla chiesa di San Giacomo, alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il crollo di un’arcata, alla chiesa di San Bernardo, cui danni ad una parte del campanile. Non vi è certezza, ma parrebbe che anche due persone nei crolli persero la vita. Danni furono rilevati anche nella frazione di Gallignano e nel comune di Ticengo.

A Sergnano al momento della scossa molte persone videro alzarsi dal terreno una vampata di fuoco, che si divise in piccoli globi.  

Le scosse di assestamento proseguirono anche mercoledì 13 maggio e pure la notte del 14 maggio i cremaschi non chiusero occhio per il sordo sommovimento del sottosuolo.

Venerdì 15 maggio 1802, alle ore 10 di mattina si udì l’ultima violenta scossa. Altre scosse si susseguirono fino al 24 giugno dello stesso anno.

Le avvisaglie del possibile terremoto Madre Natura le aveva date, ma all’epoca nessuno era in grado di interpretarle.

Una prima scossa fu avvertita il giorno precedente, l’11 maggio verso le 1e e poi alle 18, vi furono i primi tremori e l’abbassamento del livello delle acque nei pozzi e presenza di odore di zolfo. Nel libro “Memorie contemporanee” di Eugenio Bolio, trascritte nel1859, l’autore segnala due scosse a Crema, alle 10,30 antimeridiane del 12 Maggio 1802, con varie fenditure nel suolo. Segnala l’emissione di “arena fetosa di zolfo” ed “acqua abbondante” da tali fenditure.

Il governo della Repubblica Italiana decise di destinare ai vari comuni dell’area danneggiata lire milanesi 150.000 complessive, che furono affidate a Gian Battista Della Volta. A Crema un sussidio di lire milanesi 30.000 fu utilizzato per il restauro

degli edifici pubblici e lire milanesi 12.000 furono impiegate per restaurare la chiesa di Santa Maria delle Croce. Altre 8.000 lire milanesi furono distribuite, in proporzione ai danni sofferti, a famiglie prive di mezzi. Il palazzo comunale venne in ogni sua parte sconnesso e un’alta torre risultò pericolante. La riparazione costò 20 mila lire di Milano. 

Crema ed il cremasco si rialzavano faticosamente da una delle prove più dure della loro storia.

Fonte fotografie:

web, Luigi Dossena,