LE PIANTE ED ERBE GUARITRICI CHE CRESCONO NEL CREMASCO PER CURARE MALATTIE E DOLORI. ECCO QUALI SONO, COME USARLE E COME UTILIZZARLE

15 Settembre 2021 Di Renato Crotti

Risale alla preistoria la pratica che prevede l’utilizzo di piante o estratti di vegetali per la cura delle malattie e/o per il mantenimento del benessere. Nei primi decenni del secolo scorso non era una scelta, ma una necessità. Non si trattava, quindi, di preferire l’omeopatia alle cure mediche ed ai farmaci.

Semplicemente, i contadini non potevano permettersi di ricorrere spesso al medico o di comperare le medicine dal farmacista. Per alleviare disturbi lievi e passeggeri, ci si rivolgeva a persone esperte nell’uso delle erbe, si seguivano i consigli della vicina, magari della signora ‘del segno’, (i medegòt) o di altre figure carismatiche. La tisana o la pappina, unite ad alte dosi di suggestione, risultavano assai spesso efficaci. Le piante utilizzate a scopi terapeutici o come rimedio a piccoli problemi erano poche, poiché si attingeva prevalentemente alla comune flora spontanea delle nostre campagne e le credenze erano consolidate nella tradizione contadina” scrive Maurizio Vecchia (medico farmacista, appassionato di piante insolite e rare e stimato botanico, fotografo naturalista), nella sua interessante e piacevole ricerca “Le piante medicinali nella tradizione popolare cremasca” di cui di seguito riportiamo ampi stralci.

Proprio da questa accattivante ricerca possiamo apprendere quali erano (e sono) le erbe dotate di proprietà curative o lenitive. Un viaggio appassionante guidati da un esperto in materia (che ringraziamo) per riscoprire i doni della natura.

La camomilla (Matricaria chamomilla L., fam. Compositae)

Ѐ una delle più popolari erbe ‘medicamentose’. Per millenni è stato rimedio indiscusso per affrontare i disturbi dello stomaco. Fu da sempre utilizzata per il suo effetto antispasmodico, come sedativo di dolori e blando sonnifero.

Studi recenti hanno dimostrato che i suoi principi attivi (camazulene, matricarina e bisabololo) hanno spiccate proprietà antiflogistiche. Alcuni dei suoi componenti (flavonoidi, umbelliferone, apigenina, apiina, ecc.) hanno azione antiallergica, perché inibiscono la liberazione di istamina nei tessuti. Inoltre, questo miracoloso fiore bianco e giallo agisce come antispasmodico nelle affezioni del tubo digerente e delle vie urinarie, ed è efficace come blando sedativo nervino e leggero antinevralgico.

Questa pianta, quindi, concilia la tradizione con la scienza ed è veramente un’erba preziosa e salutare.

La Chelidonia a (Chelidonium majus L., fam. Papaveraceae).

Il nome del genere deriva dal greco ‘chelidòn’ (rondine), poiché la fioritura di questa pianta coincide con il ritorno delle rondini. Cresce abbondante nei luoghi ombrosi e freschi vicino ai muri e fiorisce in primavera.

La chelidonia è una pianta tossica. Si diceva in campagna, e le contadine lo consigliavano sempre, che era rimedio sovrano per eliminare porri e verruche.

I principi attivi presenti nella pianta, in parte simili a quelli del papavero, sono la chelidonina, la sanguinarina e la chellerina.

A dosi elevate svolgono un’azione stricninosimile e producono paralisi dei muscoli respiratori. Se ingerita può causare irritazione delle mucose e lesioni al tubo digerente. A dosi appropriate potrebbe essere utilizzata come spasmolitico,

tuttavia, è sconsigliabile ricorrervi, giacché è assai difficoltoso dosarne i principi attivi. Sembra invece che abbia interessanti proprietà nella sfera dermatologica

Il Tarassaco (Taraxacum officinale Web., fam. Compositae).

Chi di noi non ha giocato a soffiare nell’aria i semi del soffione?  Sono stupefacenti la perfezione e l’astuzia di questi piccoli ‘paracaduti’ che volano nel vento portando appeso un piccolo seme. Il risultato è che i campi ne sono pieni, tanto da essere considerata un’erba infestante.

Fiorisce in giallo con un fiore grande, pieno di intenso colore e dalla geometria perfetta. Nonostante la sua oggettiva bellezza non è un’erba amata. In dialetto la chiamavamo ‘fiore del diavolo’ quasi a bollare la sua irritante ubiquità. Si faceva credere ai bambini che non dovevano mai coglierla, altrimenti avrebbero fatto la pipì a letto: era chiamata anche ‘piscialetto’.

Ai capolini fanno seguito questi vaporosi pappi che scompaiono nell’aria quando il vento si muove. Questa erba è dotata di una rosetta basale di foglie profondamente dentate (‘Dente di Leone’) al cui centro sorgono uno o più steli fiorali. Un robusto fittone la ancora al terreno.

Pur avendo le foglie dal gusto amarognolo, veniva consumata in insalata dai contadini nei periodi di maggiore povertà. La sua radice, tostata, diventava un economico succedaneo del caffè. Le donne la raccoglievano in campagna per preparare pastoni per il pollame.

Raramente era utilizzata per scopi medicinali, anche se le veniva attribuita la proprietà di ‘purificare il sangue’ e a questo scopo consigliata. Sappiamo che la radice di tarassaco, specialmente raccolta in autunno, è dotata di una marcata proprietà stimolatrice della secrezione biliare, perciò benefica per il fegato grazie alla presenza di inulina, fitosteroli e soprattutto di taraxasterolo.

Il Trifoglio (Trifolium pratense L. fam. Leguminosae)

Il suo nome deriva dalla disposizione digitata delle tre foglioline ed è comunissima nella coltivazione tradizionale delle nostre campagne. Fin dall’antichità sono state attribuite ad essa proprietà terapeutiche a volte miracolose. Nella nostra tradizione, trovare in un campo di trifoglio steli con quattro foglioline (quadrifoglio) è segno di fortuna imminente.  Questa erba perenne racchiude un significato religioso per il richiamo alla SS. Trinità. I fiori di trifoglio di colore rossastro e raccolti in piccole ombrelle globose sono preziosi per la produzione di miele di buona qualità.

Nell’uso popolare veniva consigliata da donne anziane per impacchi al seno nei casi di turgore doloroso. L’efficacia di questo rimedio non è poi tanto fantasiosa, se si considera che il trifoglio, come altre leguminose simili, contiene flavonoidi che hanno una debole attività estrogenica per la loro capacità di legarsi ai recettori degli estrogeni stessi.

Veniva anche considerato rimedio efficace per stimolare il mestruo in caso di ritardo.Tuttavia, oltre a queste proprietà utili per alleviare i disturbi femminili, al trifoglio è riconosciuto dell’altro: cura dell’eczema dei bambini, azione espettorante e curativa nelle bronchiti con tosse irritativa, regolatore delle secrezioni ghiandolari, azione quest’ultima dovuta alla presenza di furfurolo, pratolo e pratensolo.

La Malva (Malva silvestris L. fam. Malvaceae)

La denominazione deriva dal greco malaché, che significa molle. Il riferimento è alle mucillagini contenute che le attribuiscono proprietà emollienti. Era utilizzata nei decotti per guarire le forme catarrali e le infiammazioni della mucosa gastrica e del tubo digerente. Bollita serviva nella preparazione di clisteri e come colluttorio per le infiammazioni del cavo orale.

Impacchi di malva erano rimedio per molte forme dermatologiche. Era di uso molto comune e in ogni casa non mancavano mai le foglie di malva raccolte nei campi e fatte seccare. Ancora oggi il suo utilizzo non è stato abbandonato.

La Gramigna (Agropyrum repens L. (Beavois) e Cynodon dactylon Pers., fam. Graminaceae)

Questa erba davvero molto infestante non è affatto amata dai contadini. Essa esplica tuttavia notevoli proprietà medicinali e cura numerosi disturbi.Veniva usata per le infezioni alle vie urinarie grazie alla sua marcata azione antisettica, dovuta alla presenza di agropirene abbinata all’azione diuretica dovuta alla tricitina, un derivato del fruttosio. Un’associazione perfetta di due principi attivi complementari nella loro azione terapeutica.

Si preparavano decotti mettendo un cucchiaio di gramigna tagliata e pulita per tazza che venivano assunti due o tre volte al dì fino a scomparsa dei disturbi.

L’ortica (Urtica dioica L., fam. Urticaceae)

La sua denominazione deriva dal latino ‘urere’ (bruciare) per la presenza in tutta la pianta di peli silicizzati ed acuminati contenenti un liquido irritante.  È una pianta commestibile e dotata di ottime proprietà nutrienti, ricca di proteine, vitamine, enzimi e sali minerali. Grazie alla presenza di acido tannico, era utilizzata per trattare diarree catarrali ed enterocoliti. È efficace nella cura di emorragie, ed epistassi avendo un buon contenuto di vit. K e di vit. C. I suoi glucosidi flavonoidi agiscono nel reumatismo e nella gotta.

Associata a cicoria radice, tarassaco radice, parietaria e betulla diventava una potente pozione depurativa. L’ortica è sempre stata rimedio sovrano nella prevenzione della calvizie e della forfora. Vi sono tutt’ora in commercio shampoo e lozioni a base di ortica.

L’aglio (Allium sativum L., fam. Liliaceae)

Intenso e terribile per molti il suo odore, ma indispensabile in cucina poiché arricchisce di sapore i cibi più di qualsiasi altra verdura. L’aglio è stata sempre considerata una pianta magica. Non solo allontanava le streghe e gli spiriti cattivi, ma serviva e liberarsi dei vermi intestinali a far uscire dal corpo tutto ciò che poteva

causare malattie. D’altra parte, l’intensità del suo aroma giustifica tutta questa fama.

È ritenuta rimedio sovrano nell’ipertensione. Si dovevano ingerire alcuni spicchi interi con la conseguenza che forse la pressione scendeva, ma altrettanto spariva il prossimo dalle proprie vicinanze.

L’aglio esercita un’importante azione cardiovascolare, cardiocinetica ed ipotensiva dovuta alla presenza di solfuri di allile. Grazie all’allicina possiede una spiccata azione antibatterica ed antisettica sulla flora patogena intestinale ed i suoi componenti altamente volatili agiscono sull’apparato respiratorio come espettoranti.

Quando un bambino soffriva di vomito, si prendevano due spicchi d’aglio, si pestavano e si mettevano in un sacchetto di tela che veniva appeso al collo del bambino stesso. Il ‘tapino’ doveva girare tutto il giorno, mortificato e deriso, con questo fastidioso ed ingombrante oggetto.

L’ippocastano (Aesculus hippocastanum L. fam. Sapindaceae)

Si tratta di un comune ed apprezzato albero con chioma tondeggiate e corteccia ruvida. Lo si vede frequentemente nei giardini e nelle alberature di viali cittadini.

La sua denominazione botanica deriva dall’utilizzo nella cura della tosse dei cavalli: era chiamato anche ‘castagna cavallina’. I semi contengono una sostanza importante ed ancora utilizzata in preparazioni farmaceutiche: l’escina.

La si trova presente in conosciute pomate antiedematose, utili per la cura delle emorroidi, delle contusioni e degli strappi muscolari. L’ippocastano è una tipica pianta che agisce con efficacia anche sulla circolazione sanguigna periferica. Quindi, associata alla terapia delle varici, presenti particolarmente nelle donne anziane,

veniva utilizzata nella cura di flebiti e tromboflebiti.

I più anziani usavano tenere in tasca una ‘castagna amara’ perché si riteneva proteggesse dal raffreddore. Vi erano persone che non se ne separavano mai e che in essa riponevano la sicurezza di non ammalarsi.

La bardana (Arctium lappa L. fam. Compositae)

I frutti della bardana sono dotati di uncini ricurvi. Ѐ chiamata anche erba elefantina.

Era tra le erbe più usate nella medicina popolare per guarire dermatosi, eczemi, foruncoli e perfino l’herpes.

Per via interna poi era consolidata nella cura delle epatiti e come depurativo e diuretico. Ma veniva utilizzata anche come rimedio ai morsi di animali velenosi. La sua grande radice era ricercatissima per rendere candida la pelle delle donne. Contiene fitosteroli, utili per abbassare il tasso di colesterolo nel sangue,

insieme a vitamine del gruppo B.

Il sambuco (Sambucus nigra L. fam. Caprifoliaceae)

I greci antichi costruivano strumenti musicali, detti sambiké, proprio con questa pianta. Ed ecco spiegata l’origine del nome. Erano utilizzati i fiori per preparare pozioni diaforetiche e diuretiche, nelle affezioni reumatiche, nelle malattie da raffreddamento, bronchiti comprese.

I frutti di sambuco, contenenti succhi colorati in nero-violaceo, servivano per aromatizzare il vino e per preparare marmellate ricche di vitamina C e ad azione lassativa. I frutti immaturi sono invece velenosi e non devono essere utilizzati.

Il biancospino (Crategus oxyacantha L. fam. Rosaceae).

Questo spinoso cespuglio non passa inosservato perché fiorisce in bianco all’inizio della primavera, quando ancora la maggior parte delle piante è priva di foglie.

Al biancospino, preso in piccole dosi, si attribuiscono tradizionalmente proprietà sedative generali. Veniva utilizzato per preparare infusi e viene associato a camomilla, melissa, valeriana e passiflora negli sciroppi utilizzati per i bambini irrequieti.

Sono state recentemente scoperte notevoli ed interessanti attività sul muscolo cardiaco ed è studiato per ricavarne farmaci cardioattivi più maneggevoli e di impiego più sicuro rispetto a quelli derivati dalla digitale. Esercita perfino un’azione ipotensiva.

La dulcamara (Solanum dulcamara L. fam. Solanaceae)

È comune lungo i fossi di campagna. Infatti, questo piccolo frutice, dal portamento strisciante o rampicante, era apprezzato dai ragazzi che lo raccoglievano per succhiarne gli stipiti. Era considerato un povero succedaneo della liquirizia in legno.

Effettivamente è vero, la dulcamara è una pianta velenosa, almeno in dosi eccessive e può provocare vomito, nausea, vertigini e addirittura convulsioni.

La sua applicazione principale, nella nostra tradizione, era nella cura della gotta, oltre che come ottimo depurativo generale. Sicuramente questa pianta possiede attività diaforetica: provoca intensa sudorazione, responsabile dell’effetto depurativo e della eliminazione degli acidi urici che sono la causa principale proprio di questa malattia.

Lo Stramonio (Datura stramonium L. fam Solanaceae)

Si tratta di una pianta particolarmente velenosa, tanto che nella tradizione popolare veniva chiamata ‘Erba del diavolo’. La sua stessa denominazione, derivata dal sanscrito significa ‘mela della morte’.

Si dice che i veleni utilizzati nell’antichità fossero derivati dallo stramonio. Mescolata al vino veniva data ai condannati a morte per togliere loro la sensibilità.

Come tutti i veleni, lo stramonio diventa una potente pianta medicinale se assunta a dosi corrette. Gli alcaloidi in essa contenuti sono la josciamina e la scopolamina ed hanno potente effetto narcotico e miorilassante. Prima dall’avvento dei moderni antiasmatici, gli attacchi di asma venivano curati fumando sigarette fatte con foglie di stramonio ed erano entrate nell’uso popolare proprio a questo scopo.

Oltre a quelle qui citate, il mio viaggio potrebbe continuare perché numerose altre erbe e piante della nostra campagna, ascritte alla flora autoctona, sono patrimonio della nostra tradizione popolare. Si potrebbe continuare, ad esempio, con melissa, l’acetosella, la rosa canina, la ruta, la borraggine, l’orzo, il tiglio, l’equiseto, la valeriana, la verbena, la viola, l’iperico, ecc.

La saggezza contadina aveva intuito in esse proprietà terapeutiche, confermate poi dalla identificazione chimica e dallo studio dei principi attivi in esse contenute. Il loro utilizzo era consolidato anche nei dosaggi necessari e nelle modalità di preparazione degli infusi e dei decotti.

Fonte e bibliografia:

Maurizio Vecchia

LE PIANTE MEDICINALI

NELLA TRADIZIONE POPOLARE

CREMASCA