IL CASTELLO DI CREMA SOTTO ATTACCO PER UN ANNO. LA BASILICA DI S. MARIA TRASFORMATA IN FORTEZZA. TUTTI I PAESI DEL CREMASCO IN GUERRA. MIGIAIA DI MORTI. ECCO L’ASSEDIO DI CREMA E L’EROISMO DEI CREMASCHI TRA FAME, PESTE E BATTAGLIE CRUENTE

21 Settembre 2021 Di Renato Crotti

(seconda parte – Per la prima parte dell’articolo vedi link a fondo pagina)

DI PIERLUIGI CANTONI

Lo storico Ludovico Antonio Muratori scrisse che fu il più clamoroso “fatto d’arme” avvenuto in Italia in quegli anni. Uno scontro militare con l’assedio alla città durato complessivamente oltre un anno. Morti e feriti, soldati e civili, fame per il perdurare dell’assedio e assenza di rifornimenti, miseria, infezioni che facilitarono la diffusione della peste. Un inferno.

Il “fatto d’arme” iniziò nella primavera del 1514. La storia lo ribattezzò “l’assedio di Crema” che riportò alla memoria quanto accaduto secoli prima ad opera del Barbarossa.

La città ed il territorio circostante vennero incredibilmente a trovarsi al centro delle contese italiane ed europee tra Stato Pontificio, Svizzeri, Spagnoli, Milanesi del ducato, Francesi e la Repubblica di Venezia. La posizione baricentrica in Lombardia rendeva la zona cremasca un settore strategico dal punto di vista militare, dell’influenza politica, snodo commerciale primario anche grazie ai corsi d’acqua di vitale importanza.

Massimiliano Sforza figlio primogenito di Ludovico Sforza detto il Moro e di Beatrice d’Este, fu posto alla guida del Ducato di Milano nel 1512 dagli Svizzeri al soldo della Lega Santa, guidati dal cardinale Matteo Schiner. I meneghini dovettero scegliere tra cedere alla volontà dello Schiner o subire l’attacco degli svizzeri. Optarono per la prima soluzione. Fu così che Il duca entrò trionfalmente da Porta Ticinese affiancato dallo stesso Schiner e dal generale spagnolo della Lega Santa Raimondo Folch de Cardona. Della lunga dominazione spagnola su Milano troveremo anni dopo ampio e unico resoconto nelle pagine de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.

Per la Serenissima il nuovo equilibrio politico che andava delineandosi era tutt’altro che positivo. Venezia voleva riappropriarsi dei suoi domini lombardi, da Brescia a Cremona alla Gera d’Adda e dare scacco agli Sforza conquistando Milano. Tentò il tutto per tutto alleandosi con coloro che pochi anni prima erano stati inveterati nemici: i francesi. Fu così allestito un esercito franco-veneziano di 14.000 soldati che cinse d’assedio Milano costringendo Massimiliano Sforza a rifugiarsi a Novara difeso dagli elvetici della Lega Santa. La coalizione franco-veneziana lo inseguì attestandosi a poca distanza della città, ma furono presi di sorpresa, sconfitti nella battaglia di Novara il 6 giugno 1513. I franco-veneti, costretti alla fuga, rinunciarono così ad ogni pretesa su Milano.

In ritirata si rifugiarono nella roccaforte veneziana superstite: Crema.

Renzo da Ceri, condottiero veneziano che nel 1512 aveva strappato la città ai francesi nella “battaglia di Ombriano” (vedi articolo al link a fondo pagina), non avendo forze sufficienti per difendere Brescia, Bergamo e Cremona si ritirò, quindi, di nuovo a Crema. Preparandosi al peggio. I fatti, gli diedero ragione.  

Nella primavera del 1514, il condottiero degli Sforza, Prospero Colonna al comando di tremila fanti spagnoli giunse da Vicenza e si attestò lungo la strada per Offanengo.

Il suo collega, capitano Silvio Savelli, fu posto a capo degli sforzeschi con altrettanti fanti e si posizionò nei dintorni di Ombriano. A questi si aggiunse a supporto un buon numero di soldati e cavalli capeggiato dal comandante militare Cesare Ferramosca, il quale si accampò poco distante da Pianengo. Gli eventi volgevano al peggio. Le scaramucce quotidiane erano solo l’anteprima della lunga tragedia che si sarebbe consumata di lì a poco.

Le scorribande dei militari sul territorio per procurarsi vettovaglie causarono un esodo di contadini che si posizionarono sotto le mura di Crema: le stime riferiscono di circa quarantamila persone, in condizioni igieniche estremamente precarie, provate dalla fame, ammassate in ripari di fortuna. Condizioni ideali per il rapido propagarsi della pestilenza.

I documenti storici riportano la morte di circa sedicimila persone. Una tragedia nella tragedia. Altri fuggirono nei territori vicini, contribuendo così involontariamente alla diffusione della peste.

Il capitano Renzo da Ceri, nel frattempo arroccato nel Castello di Crema (vedi articolo sul Castello di Crema nel link a fondo pagina), si preparò alla difesa facendo abbattere abitazioni e alberi attorno alla città. Vergonzana venne rasa al suolo. Per avere campo libero, fece lo stesso abbattendo tutto ciò che sorgeva tra Crema e la basilica di Santa Maria della Croce.

La chiesa di Santa Maria della Croce fu poi trasformata in una fortezza. Inespugnabile. Tutt’attorno scavò fossati e terrapieni. Fece infilare nella terra pali e travi e posizionò quaranta archibugieri a raggiera sulla sommità della basilica mariana le cui porte furono murate dall’interno.

Cesare Ferramosca e le sue truppe di stanza a Ombriano e Offanengo, tentarono invano di prendere la basilica. Fecero ripetuti assalti, ma furono sempre respinti. Gli assedianti intanto continuarono nelle loro devastanti scorrerie sul territorio cremasco depredando i raccolti ancora nei campi, nelle cascine e nei cascinali e incendiando tutto nel territorio di Montodine e Camisano.

Le truppe sforzesche comandate da Prospero Colonna e Silvio Savello erano pronte alle porte di Crema.

Nell’agosto 1514 la situazione era divenuta estremamente critica: la popolazione della città e del territorio era allo stremo. Sfinita dalla peste, dalla fame, dall’assedio, e dai saccheggi dei militari. Mancava anche denaro per le paghe dei soldati, per cui Renzo da Ceri si impossessò dei tesori del Monte di Pietà e di Santa Maria e con gli argenti di questi bottini fece battere monete da quindici soldi milanesi, dette petacchie, che recavano da un lato l’immagine di San Marco (vedi a fondo pagina il link all’articolo sulla zecca a Crema per battere moneta).

A fine agosto gli eventi parevano destinati verso una resa degli assediati, ma Renzo da Ceri nella notte tra il 25 ed il 26 agosto volle provare un’ultima azione. Divise le milizie in gruppi. Ne collocò due a capo di Antonio Pietrasanta e Baldassarre da Romano fuori Porta Ombriano. Altri cento cavalleggeri guidati da Giacomo Micinello si diressero verso Capergnanica.

Al capitano Andrea Matria fu dato il compito più difficile: aggirare la palude del Moso, transitando per Trescore Cremasco, Scannabue per giungere a Bagnolo con settecento fanti e quattrocento contadini.  Renzo da Ceri e il podestà Bartolomeo Contarini si accamparono fuori Porta Serio per tenere a bada l’eventuale rinforzo delle truppe di Prospero Colonna. Lo scontro era imminente e l’afa non dava tregua.

In piena notte i militari del Matria, riusciti nell’impresa di aggirare le paludi del Moso, attaccarono l’accampamento del Savelli alle spalle sfruttando l’effetto sorpresa. Le sentinelle, infatti, erano per lo più addormentate non attendendosi attacchi per quella via. I militari sforzeschi furono trovati pertanto sorpresi, svestiti e totalmente impreparati in gran parte sbandarono e finirono accoppati o bruciati nelle tende incendiate.

Solo un migliaio di soldati svizzeri arretrarono oltre la roggia Alchina e tennero testa ai cremasco-veneti finché un rinforzo giunto ai soldati filocremaschi permise di sconfiggerli. Gli svizzeri batterono in ritirata. Malconci.

Avuta notizia della vittoria, Renzo da Ceri diede l’assalto al campo degli spagnoli accampati fuori dal Castello di Crema. Anch’essi colti di sorpresa, si allontanarono verso Romanengo. L’astuto condottiero cremasco, per evitare rischi, diede ordine di abbattere il monastero di San Bernardino, affinché non venisse usato dal Colonna per trovare riparo e creare un baluardo di resistenza.

Il capitano Orsini (vero nome di Rendo da Ceri), il giorno stesso portò in Duomo tre stendardi tolti agli sforzeschi ed alcuni pezzi d’artiglieria in segno di riconoscenza, mentre la popolazione spogliava l’accampamento sconfitto, massacrando i pochi soldati sopravvissuti. L’odio, le sofferenze patite, la voglia di vendetta ebbero la meglio. Tragedie della guerra.

Malgrado questa vittoria, la guerra si protrasse ugualmente per tutto l’anno nei territori circostanti alternando momenti di stanchezza ad altri di ripresa. La vittoria ottenuta da Renzo da Ceri spinse ben presto i veneziani a tentare anche la riconquista di altre città, come Bergamo, per esempio, occupata già da tempo dagli spagnoli.

Venezia poteva ritornare a sperare, sebbene l’impegno bellico iniziasse a fare sentire il suo peso sull’economia e provocasse per questo motivo il desiderio della pace. Crema, intanto, era tornata saldamente e definitivamente sotto l’egida del Leone di san Marco. A duro prezzo.

Articolo sulla Battaglia di Ombriano al link:

Articolo su quando a Crema si batteva moneta al link: