I MISTERIOSI AFFRESCHI ALCHEMICI DI VILLA TENSINI CON I SIMBOLI ED I CODICI PER LA CREAZIONE DELLA PIETRA FIOLOSOFALE, LA CURA DELLE MALATTIE, LA VITA ETERNA E L’ONNISCENZA DIPINTI DAL PITTORE CREMASCO GIAN GIACOMO BARBELLI ALLA MANIERA DI LEONARDO

23 Settembre 2021 Di Renato Crotti

L’alchimia è un antico sistema filosofico esoterico che si espresse attraverso il linguaggio di svariate discipline come la chimica, la fisica, l’arte, l’astrologia, la metallurgia e la medicina lasciando numerose tracce nella storia dell’arte.

Il pensiero alchemico è altresì considerato da molti il precursore della chimica moderna prima della nascita del metodo scientifico.

Diversi sono i grandi obiettivi che si proponevano gli alchimisti. Dal conquistare l‘onniscienza, raggiungendo il massimo della conoscenza in tutti i campi del sapere, al creare la panacea universale, un rimedio cioè per curare tutte le malattie, ma anche generare e prolungare indefinitamente la vita.

L’aspetto forse più noto degli alchimisti era la trasmutazione delle sostanze e dei metalli, ovvero la ricerca della pietra filosofale.

Eminenti personalità politiche del periodo si interessarono all’alchimia. Tra questi: Caterina Sforza, Francesco I de’ Medici, nel cui studiolo di Palazzo Vecchio fece dipingere allegorie alchimistiche da Giovanni Stradano, e Cosimo I de’ Medici.

Numerosi e famosi furono anche gli artisti che seguirono questa filosofia nell’arte. Basti citare il grande Leonardo da Vinci, Parmigianino, Durer, Botticelli.

Tra i seguaci di questa disciplina esoterica applicata all’arte c’era anche il pittore cremasco Gian Giacomo Inchiocchio detto il Barbelli o Barbello (Offanengo, 17 aprile 1604 – Calcinato, 12 luglio 1656).

Il saloncino con scene di caccia di Villa Tensini-Labadini-Edallo a Crema (anni fa aperto per una visita organizzata dal FAI), affrescato da Gian Giacomo Barbelli nel 1631 costituisce un originalissimo e raffinato complesso pittorico. Ma anche un trattato di alchimia codificato e costellato di simboli e rimandi esoterici applicato alla pittura.

La dimora estiva, situata in prossimità della chiesa di S. Maria della Croce, è frutto di una committenza laica, per cui i soggetti ludico-classici, la sacralità olimpica e i temi mondani proposti sono lontani dal seguire il rigore dei canoni seicenteschi contemporanei, utilizzati dalle botteghe del Crespi, del Cerano, del Morazzone” scrive lo storico cremasco Walter Venchiarutti in un suo scritto pubblicato sulla rivista “Insula Fucheria”, che, con riferimento agli affreschi della villa afferma “Qui nelle ariose arcate, ispirate al senso vitalistico della pittura veronese, si innestano invece mirabolanti e sanguigne scene di caccia, riprese dalle incisioni del Tempesta, che sembrano rifuggire dalle brigli della più rigorosa ortodossia”.

Il controllo delle autorità del tempo su quanto dipingevano gli artisti, volto ad indagare ogni travisamento eretico venne “aggirato” dal Barbelli grazie alla suggestiva proposta offerta dalla formale innocenza a cui si prestano le simboliche “scene di caccia”.

In realtà, il messaggio intrinseco degli affreschi è ben altro e di ben altra natura, con un chiaro messaggio alchemico da decodificare e interpretare. Leonardo, docet.

I trattati alchemici, infatti, solitamente offrono la possibilità di un triplice linguaggio definito. Tecnico (quando palesemente si manifesta attraverso la rappresentazione degli “attrezzi del mestiere”: alambicchi, athanor, crogiuli, pellicani, distillatori ecc.). Cifrato, cioè formato da numeri o lettere disposti in modo criptico. Oppure, fatto di immagini antropomorfiche o tratte dal mondo vegetale e animale, grazie ad una serie di metafore espresse nelle raffigurazioni presenti.

Quest’ultima è la fattispecie del nostro Barbelli, autore, tra le altre opere, del ciclo di affreschi di Santa Maria delle Grazie a Crema, uno tra i più noti e famosi, che si distingue per la vivacità dei colori.

C’è un curioso aneddoto sull’origine del nome del pittore offanenghese. Il soprannome Barbelli, pare sia stao assegnato alla famiglia del pittore fin dal XVI secolo e deriverebbe dal termine dialettale “barbèl”, ossia farfalla notturna. Il Barbelli lo sfruttò per firmare le sue opere ed i figli lo assunsero come cognome ufficiale. Mentre le dicerie paesane definiscono che il soprannome derivi dal termine dialettale “barbelà”, cioè avere freddo, in quanto la famiglia, seppure benestante, non riscaldava la casa per tirchieria e gli occupanti tremavano dal freddo.

Il ciclo di affreschi nella villa cremasca conferma che l’universo alchemico era pervaso di simboli. Non casuali, Anzi. Meticolosamente e tecnicamente codificati.

Così, per esempio, l’oro e l’argento acquisiscono nell’iconografia alchemica i tratti simbolici del Sole e della Luna.

Tradizionalmente, ognuno dei sette corpi celesti del sistema solare conosciuti dagli antichi era associato con un determinato metallo.

Il Sole (Sun symbol.svg) governa l’Oro.  La Luna (simbolo Luna) è connessa con l’Argento. Mercurio (Mercury symbol.svg), Mercurio. Venere (Venus symbol.svg), Rame. Marte (Mars symbol.svg), Ferro. Giove (Jupiter symbol.svg), Stagno.  Saturno (Saturn symbol.svg), Piombo.

A parte i simboli degli elementi primati, vale a dire i sette metalli corrispondenti ai sette pianeti dell’astrologia classica, l’iconografia alchemica è ricca di simboli che rimandano a strumenti e tecniche di trasformazione della materia.

Non di meno i simboli legati agli animali e la natura. Nelle illustrazioni dei trattati medievali e di epoca rinascimentale compaiono spesso figure animali e fantastiche.

I tre principali stadi attraverso i quali la materia si trasformava, la nigredo, l’albedo e la rubedo erano rispettivamente simboleggiati dal corvo, dal cigno e dalla fenice. Quest’ultima, per la sua capacità di rinascere dalle proprie ceneri, incarna il principio che «nulla si crea e nulla si distrugge», tema centrale della speculazione alchimistica. Era inoltre sempre la fenice a deporre l’uovo cosmico, che a sua volta raffigurava il contenitore in cui era posta la sostanza da trasformare.

Anche il serpente ouroboros, che si mangia la coda, ricorre spesso nelle raffigurazioni delle opere alchemiche, in quanto simbolo della ciclicità del tempo e dell'”Uno il Tutto” (“En to Pan”).

L’Alchimia era principalmente basata sull’idea filosofica che la perfezione veniva raggiunta attraverso la fusione e la trasformazione degli elementi e già dalla fine del Quattrocento, anche molti artisti sentirono l’esigenza di diventare alchimisti per approfondire tale teoria con esperimenti nella continua ricerca di novità da portare nei loro dipinti.

Naturalmente ciò che interessò di più fu il concetto di “bello” alchemico, consistente nella perfetta fusione tra gli elementi maschili e femminili in un’unica persona, definito “androgino“, (si pensi alla Gioconda di Leonardo) il quale rappresentava la completezza e un ritorno alle origini.

Numerosi elementi presenti nelle scene di caccia della villa cremasca dipinta dal Barbelli sono riconducibili a ideali ermetici e alchemici e trovarono corrispondenza e fedele esecuzione nella straordinaria capacità espressiva del Barbelli considerato, grazie alle doti prospettiche delle sue quadrature ed al dinamismo scenico il più dotato tra i pittori del Seicento cremasco.

Bibliografia;

Walter Venchiarutti “L’ombra di Rodolfo II e il mondo degli alchimisti padani nelle committenze di Francesco Tensini” – “Insula Fucheria”.