I SOPRANNOMI DEGLI ABITANTI DI TUTTI I PAESI CREMASCHI DATI DAL DIALETTO. ECCO LE “SCURMÁGNE”, ESPRESSIONE DEL CARATTERE, VIZI E VIRTÙ LOCALI

24 Settembre 2021 Di Renato Crotti

In dialetto cremasco si definiscono le “scurmàgne”, ossia gli appellativi, i nomignoli, i soprannomi, spesso simpatici, a volte pungenti o irriverenti, attribuiti nell’antichità agli abitanti di Crema, dei quartieri cittadini e di tutti i paesi del Cremasco. A volt dipendevano dai lavori svolti (vedi a fondo pagina il link all’articolo sui lavori e mestieri di una volta).

Questi soprannomi sono destinati a finire nel dimenticatoio della storia. Alcuni ancora ne avranno memoria, almeno in parte. Altri, li leggeranno per la prima volta.  Al di là dell’aspetto folkloristico, infatti, questi epiteti e nomignoli sono “un trattato di psicologia rustica e giudizi di valore assai utile per conoscere e valutare le nostre popolazioni” scriveva mons. Francesco Piantelli (1891-1968), nel suo volume sul folklore cremasco edito nel 1951, “Essendo per lo più nomignoli volti a irridere, in alcune occasioni offensivi, si crede siano stati affibbiati da popolazioni dei comuni vicini, antagoniste o nemiche, rivali o semplicemente invidiose. Sono quindi di origine antica, quando ogni comune o paese o borgo o gruppo abitato faceva a sé e non c’erano strade di comunicazione”.

Come detto, in alcuni casi si tratta di semplice assonanza dialettale, cioè i residenti vengono chiamati stravolgendo il nome del relativo comune. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non è così. “Riguardano caratteri fisici o morali o comportamentali di persone o luoghi” prosegue mons. Piantelli, “oppure occupazioni locali prevalenti. Di alcuni è impossibile risalire alla genesi del nome, perché forse connessi con qualche fatto locale sconosciuto o a leggende antiche”.

Un’avvertenza: mons. Piantelli indicò questi nominativi utilizzando il dialetto in uso negli anni Cinquanta, in parte differente da quello parlato oggi a Crema e nel cremasco. Ecco perché la pronuncia di alcuni appellativi appare differente da quella oggi conosciuta. Così come l’indicazione di paesi o località la cui appartenenza o meno al circondario cremasco è mutata. Da ultimo, chi scrive non è esperto della grammatica dialettale cremasca e, quindi, sicuramente potranno esserci errori di scrittura (anche se, a seconda del paese, un termine può essere scritto e pronunciato in un modo differente). Alcuni possono apparire irriguardosi o eccessivamente pungenti: è la schiettezza popolare a volte frutto della rivalità tra “vicini di casa”.

Azzano: satèi, (piccoli rospi) e preddòch (pietre), forse perché all’epoca territorio con molti rospi e terreno ghiaioso.

Agnadello: Pansèc: Grassottelli. In tempo di guerra il cibo non mancava mai ad Agnadello, perciò gli abitanti erano soliti esibire la propria rotondità come simbolo di abbondanza.

Bagnolo: gambèr (gamberi), e ladre (ladri). Ѐ noto il detto “i ladre da Bagnol i la da e pò i la tòl”. Per l’accostamento ai gamberi, un rimando è riscontrabile nella pittura del Picenardi nella chiesa parrocchiale. Erano detti anche ranér, perché molti abitanti facevano di mestiere gli acchiappa rane.

Bolzone: macarù e puaretù (poveracci e straccioni). Da qui il detto “I puaretù da Bulzù, i sa ‘l vers e mia la cansù”.

Bottaiano: milsù (milzoni). Forse a causa della malaria, che un tempo aveva colpito forte nella zona, causando l’ingrossamento della milza.

Camisano: Mischèrpù, mascherponi. Una possibile lettura potrebbe essere legata alla lavorazione del latte.

Campagnola: i tri nuèl. Si riferisce ai tre arbusti campesti, mòre, gratacùi e campanèi. I primi due danno frutti, mentre il terzo è un fiore selvatico, volendo forse indicare un terreno nell’antichità non fertile e non adatto alla coltivazione.

Capergnanica: remulàs (remolacci), probabilmente perché era zona di ortolani.

Capralba: cavrù (caproni). Evidentemente il nomignolo è una stortura del nome stesso del paese.

Casale Cremasco: mangia asèn (mangia asini). Secondo una storiella della tradizione, gli abitanti di Casale avrebbero sollevato un asino sin sul campanile della chiesa per fargli mangiare l’erba che era cresciuta.

Casaletto Ceredano: aucàt, nel senso di saputelli, litigiosi e polemici.

Casaletto Vaprio: pé ros, piedi rossi, in senso di vendicativi, col piede pronto a partire. Si ricorda il detto: “’l pusè brao di ros l’a sbatìt so padre ‘n dal fos”.

Cascine Capri e Gandini: cavre (capre), forse per l’allevamento di ovini da cui discendeva anche un ironico epiteto sull’intelligenza dei residenti.

Castelgabbiano: coi lung, ossia curiosi, ficcanaso, pettegoli.

Chieve: sbèr, sbirri, nel senso di loschi figuri o brutti ceffi.

Credera: idem come Chieve

Crema: schiltì, schisagì, sbildrì, ossia schizzinosi, sbruffoni. L’epiteto viene di certo dato ai residenti della città da coloro che abitavano nei paesi, per stigmatizzare il senso di superiorità di coloro che abitavano a Crema e che spesso guardavano ai residenti dei paesi con superiorità e sorriso ironico.

Cremosano: piza fasì, pesa fascine. Il nomignolo indicava il fatto che i residenti del paese fossero molto pignoli e punigliosi negli affari e non di manica larga.

Farinate: gàba prèt, gabba preti, forse per qualche scherzo tirato al parroco, poi tramandato e milsù, (milzoni). Forse a causa della malaria, che un tempo aveva colpito forte nella zona, causando l’ingrossamento della milza.

Gattolino: pasutèi, ossia schioccherelli, ingenui, di pasta buona.

Izano: sàt, ossia rospi, forse per la notevole presenza di rospi nelle numerose rogge della zona.

Madignano: gambèr. Due spiegazioni: o perché una volta abbondavano nelle acque della zona, oppure perché fino al 1862, anno in cui si posero i binari della ferrovia e poi venne realizata la strada verso Crema, gli abitanti di Madignano, per recarsi in città dovevano fare un percorso a ritroso passando per Ripalta Vecchia. Al riguardo c’è anche un aneddoto storico. Durante la prima guerra mondiale, i soldati al fronte che scrivevano a casa sapevano che le loro lettere passavano la censura, perché non dovevano diffondersi notizie negative sull’andamento della guerra o sul reale morale e qualità della vita delle truppe al fronte. C’è traccia di lettere censurate in cui i soldaci scrivevano alle famiglie: Avanziamo come quelli di Madignano.

Monte Cremasco: sasèi, sassetti, nel senso di teste dure, caparbi, testoni.

Montodine: gòs, gozzi, perché tra la popolazione abbondavano persone con il “gozzo”. Secondo il medico dell’epoca, il fatto dipendenva dal tipo di acqua che i cittadini di Montodine bevevano.

Moscazzano: baciòch, ciò ciondoloni, pigri, indolentie come secondo nomignolo compare anche tàa, ciè tagliare, “fettoni”, noiosi.

Offanengo: sbèr, nel senso di sfacciati, sfrontati, ladruncoli.

Ombriano: pelabroch, nel senso di sfogliatori di rami, ad indicare persone vendicatrici e danneggiatrici e non già, come poi nel senso comune, di fannulloni.

Palazzo Pignano: gòs, gozzi e marèi, ossia bastoni, forse perché il protettore del paese, san martino, subì in vita numerose bastonate.

Pandino: Gli abitanti di Pandino, potevano vantare un secolare orgoglio di appartenenza al blasone illustre dei signori del castello visconteo. E “facevano pesare” sugli abitanti dei dintorni il loro status, anche se non confermato dalle loro condizioni economiche.

Tutto ciò non poteva sfuggire alla perspicace osservazione dei paesi vicini, che nel motteggio i méla da Pandì vedevano una esibizione fasulla di benessere (“Cent o méla franch per nótre l’è tant istès”), in evidente contrasto con la constatazione che chèi da Pandì da la fam i pol mia durmì. La presa in giro raggiungeva il suo apice quando i pandinesi, uscendo dai magri pasti domestici, arrivavano ad ostentare in pubblico un improbabile benessere culinario facilmente smascherato e deriso: i bif al brot e po’ i và ‘n piàsa con an boca ‘l stèch!

Passarera: sòche, ossia zucce, ad indicare gente testarda e caparbia. Oppure in senso ironico “teste vuote, teste di zucca” o, ancora, perché nella zona venivano coltivate le zucche.

Pianengo: mursèi, tozzi di pane, nel senso di tirchi e avari.

Pieranica: melgasèt, in riferimento ai leggeri steli del granturco, a significare gente fiacca, senza energia.

Quintano: màsa cà, ammazzacani, ossia violenti e litigiosi.

Ricengo: pulèntine, ossia mollim fiacchi, inconcludenti.

Ripalta Arpina: cagne. Ossia femmina del cane. Non si ritrovano spiegazioni al riguardo, se non un possibile insulto cattivo e volgare, un termine dispregiativo riferito alle donne del paese, ritenute cattive e aggressive.

Ripalta Guerina: pesèt o pesì, pesciolini, ossia ingenui, facilmente adescabili e ingannabili o perché esperti pescatori nei fossi.

Ripalta Nuova: marèi, perché sulla facciata della chiesa parrocchiale c’è la statua di san Cristoforo con in mano un nodoso bastone.

Ripalta Vecchia: àgule. Dal tipo di pesce d’acqua dolce. Gli abitanti erano infatti dediti alla pesca. E marèi. Lo stesso appellativo dato alle due Ripalta (Vecchia e Nuova) conferma che, in origine, il Serio aveva un altro corso, e i due borghi formavano un unico centro.

Rivolta d’Adda: i gòss, i gozzi, forse per l’elevato numero di abitanti che avevano il gozzo.

Romanengo: i gàt, non è data una spiegazione nota e credibile per questo appellativo. Forse per la furbizia degli abitanti.

Rovereto: raanèi o raalèi, rapanelli, ossia gente piccola, o eccentrici e bizzari e anche rampatèi, perché essendo posto il paese su un pendio, per raggiungerlo c’è una salita (rampa).

Rubbiano: funtanèi, perché a lato di ogni abitazione c’era una fontanella. Sono anche detti marturèi, da martora, ossia sempliciotti.

Salvirola: barbèi, ossia farfalle, a significare persone volubili, superficiali, leggere.

San Bernardino (Crema): raanèi, stante che il quartiere aveva molti ortolani.

Scannabue: nòbei, nobili, nel senso di sdegnosi, altezzosi. Gli abitanti, infatti, vivevano un poco lontani dalle principali vie di collegamento e facevano comunità a sé stante e molto legati tra loro e riservati.

San Michele (Crema): pela sème, ossia coloro che tagliano la parte terminale del fusto di granoturco. Forse anche nel senso di ladruncoli campestri.

Santo Stefano in Vairano (Crema): pela bròch, ossia pela rami, come gli abitanti di Ombriano.

Santa Maria della Croce (Crema): laa bulète, ossia lavandai, con una punta di ironia e sarcasmo sugli indumenti oggetto del lavaggio.

Sergnano: màia àche marse, ossia mangiatore di vacche morte di malattia. Il nomignolo parrebbe avere una connotazione negativa.

Ticengo: ranèr. Per la presenza di rane nei fossi. Gli abitanti erano dediti anche alla cattura di questi animali.

Torlino: sturlì, sturlinèi, ossia storni o uccellini. Il nomignolo pare derivi dal nome stesso del paese.

Trescore Cremasco: sasù, sassoni, dal nome della terra sassosa e ghiaiosa della zona, ma anche molto usato era l’appellativo di tamburù, ossia grossi tamburi da quando, nel 1885, con la costruzione del nuovo organo della chiesa parrocchiale si volle introdurre anche l’uso della grancassa a tamburo.

Trezzolasco: marturèi, da martora, ossia sempliciotti e ingenui.

Vaiano: pà mòi: zuppa fatta con brodo di lardo e pane di granoturco, cibo comune in questo paese. Sulla facciata della chiesa parrocchiale c’è inoltre la statua di san Cipriano con in mano una scodella, rappresentante il fonte battesimale e un’altra statua in atto di benedire. Il volgo popolare trasformò la scodella in una zuppiera piena di pà mòi e le tre dita del santo benedicente vennero trasformate nel numero di zuppe mangiate. Da tre dita, …tri pà mòi. Questa interpretazione venne data dall’avv. Bombelli. C’è però una seconda interpretazione. Sempre sulla facciata, c’è una statua a mezzo busto rappresentante il Padre Eterno nel tradizionale atteggiamento di sorreggere con una mano la sfera del mondo e l’altra mano levata per benedire. Il passare del tempo e le intemperie spezzarono a metà la sfera del globo terrestre e la sola restante metà sopravvissuta pareva una scodella. Rimanendo sempre le tre dita benedicenti, anche in questo caso…tri pà mòi.

Vailate: Curdète. Non si ritrova una spiegazione certa. Forse per la presenza di cordai.

Vergonzana: fazulèt, fazulì, ossia fagiolini, forse per indicare che il paese era piccolo e con pochi abitanti. Un0altra interpretazione rimanda alla coltivazione dei fagioli.

Vidolasco: marèi, randelli. San Faustino e Giovita, protettori del paese, subirono eprcosse con i bastoni. Oppure potrebbe indicare lo spirito litigioso, attaccabrighe e manesco della popolazione.

Zappello: scagèi, ossia sgabelli. Ossia gente da osteria, chiassosi, che le sparavano grosse. Da qui il detto “Sapèl, poca gente e tant burdèl”.

Articolo sui lavori e mestieri di una volta al link:

Bibliografia:

Mons. Francesco Piantelli “Folklore cremasco”