LE PERSONE STRANE E BIZZARRE SECONDO IL DIALETTO CREMASCO, DAL SINGUЀN AL BALÙBA, DAL MAMALÖCH AL DRITO DA SPAGNA AL TANANÁI. QUANDO UNA PAROLA DICEVA TUTTO. E DI PIÙ

29 Settembre 2021 Di Renato Crotti

Il folklore e le narrazioni orali popolari attribuiscono ad un bambino di Montodine una comica storiella. Il ragazzino giunto a Crema guardava sorpreso e con stupore i cittadini perché gli apparivano diversi di suoi compaesani. Si rivolse, quindi, al genitore che era con lui dicendogli: “Pupà, àrda chi lé puarì: i g’à mia i gós!”. Come noto, il soprannome in dialetto cremasco dato ai montodinesi era “gòs”, perché molti di loro avevano il gozzo (vedi a fondo pagina articolo sui soprannomi dialettali dati agli abitanti di tutti i paesi cremaschi). Agli occhi ingenui del bambino, erano i cremaschi della città a essere “diversi”. Non i montodinesi.  

Questo simpatico aneddoto la dice lunga su quanto sia soggettivo il concetto di “diverso”, che qui commentiamo nella sua fattispecie positiva, volutamente evitando ogni traslazione dei modi di dire popolari di un tempo alla realtà odierna. Come sempre i detti e modi di dire popolari a volte sono pungenti, ironici e volte anche cattivi. Ecco perché è importante contestualizzarli nel periodo storico relativo, tenendo conto del livello culturale dell’epoca.

Don Marco Lunghi, direttore della rivista “Insula Fulcheria” e lo storico di tradizioni, cultura e folklore cremasco, don Pier Luigi Ferrari hanno affrontato questo tema alcuni anni fa nel loro saggio “Il diverso nel linguaggio dialettale cremasco”, da cui trae spunto, ispirazione e attinge il testo che segue.

I due autori, infatti, in premessa precisano: “Il nostro riferimento alla lingua dialettale è stato guidato dal principio della oralità, con una raccolta di espressioni effettuata sul grande palcoscenico della vita, nelle case e nei cortili, nelle botteghe e nelle piazze, e spesso custodite dalla memoria di appassionati cultori di cose cremasche o di sapidi narratori di aneddoti popolari. Si tratta di termini spesso desueti ma gustosi, di motti che sentenziano come frasi incise, di modi di dire e di proverbi capaci di fissare con icastico realismo quadri di vita, di espressioni spacconesche che strappano la risata divertita, di originali facezie che esprimono la caustica animosità di un paese nei confronti del vicino”.

Un primo gruppo di definizioni dialettali è costituito da popolazioni che per loro scelta fanno dello spostamento geografico una caratteristica del proprio vivere, quali zingari, malghesi e persone senza fissa dimora e/o mendicanti.

La gente cremasca diceva L’è ‘n giüdèl quando si trattava di individuare una persona dal comportamento che poteva estendersi da atti di inciviltà violenta ad atteggiamenti anticristiani, giudizio probabilmente indotto da una certa predicazione religiosa che rappresentava il giudeo come protagonista maledetto della passione di Cristo. Per estensione, di un bambino poco decentemente vestito, poco educato, dicevano l’è ‘n giüdelì.

Con altrettanta considerazione negativa si diceva di una persona “al g’à dal sìnguen”, con riferimento agli estranei per eccellenza, gli zingari, che abitualmente passavano per il nostro territorio senza lasciare traccia della loro misteriosa origine e con la fama di negozianti di cavalli, di esperti calderari, di gestori di spettacoli ambulanti, ma anche giudicati pericolosi per vere o presunte nefandezze, come magie e divinazioni, imbrogli e furti di bambini, peraltro sostenute da un’ampia letteratura di respiro europeo.

Un’altra categoria che frequentava stagionalmente il nostro territorio e presentava palesi tratti che la distinguevano dal resto della popolazione era quella dei malghesi, allevatori transumanti che tra i pascoli della pianura e gli alpeggi della montagna guidavano mandrie ed erano maestri nel confezionare prodotti caseari, facendosi riconoscere a prima vista per un orecchino caratterizzante, un vestito trasandato e il seguito di un pungente sentore di stallatico.

Non fa meraviglia che il giudizio popolare nei loro confronti – al g’à dal malghés – a motivo del loro comportamento rozzo e per certi modi grossolani acquisiti nell’abituale contatto con gli animali, venisse trasferito su certi contegni inurbani che si riscontravano anche nelle persone comuni. Infine, i senza casa o mendicanti, definiti comunemente dal nostro popolo al barbù o la barbùna.

Molto frequenti anche alcuni modi di dire riferiti alle persone ed il lavoro. Dal balabiòt o maluamèn, ossa un poco di buono, oppure il ciaparàt, ossia inconcludente o barlafùs o pasticcione e maldestro, il tananài. Se di carattere burbero o litigioso era un gràs da rost.

Anche dal lontano e misterioso continente africano sono penetrati nella nostra cultura tre termini abitualmente trasferiti dal buon contadino cremasco a indicare una notevole arretratezza mentale, riconosciuta esclusivamente ai selvaggi nella loro fase più primitiva. Non c’era quindi nessuna componente razzista.

Così, a proposito di un soggetto totalmente privo di una buona logica mentale e dal comportamento più istintivo che razionale, si diceva: l’è ‘n Zulù dove la desinenza in “ù” contribuiva forse ad assimilare la parola ad una serie di termini dialettali dal significato dispregiativo.  L’espressione l’è ‘n Balùba sembra invece rappresentare, per qualificare un individuo privo di istruzione, analfabeta e rozzo.

Connotazioni del medesimo tenore si applicano ai rozzi mercenari egiziani conosciuti come i Mamelucchi autori di nefandezze inaudite nei confronti di chiese, opere d’arte e monumenti celebri, per cui quando un cremasco sbotta nell’insofferente epiteto: Ta sét an Mamalöch, intende inequivocabilmente tacciare un tonto come persona incapace di intendere e di volere.

Un’ampia traccia della dominazione austro germanica, prima nel corso delle lotte per l’indipendenza nazionale e poi durante i due conflitti mondiali del Novecento, è rimasta evidente nella memoria e nel linguaggio dei cremaschi per la presenza di espressioni che provano il carattere ostinatamente tenace e rigidamente disciplinato del popolo tedesco. Set tudèsch? chiedevano gli uomini reduci dalla guerra del

‘15-’18 a un ragazzetto che sembrava non intendere messaggi evidenti nel linguaggio d’uso, oppure cal lé i l’à lasàt andré i tudèsch affermavano uomini e donne spazientiti nei confronti di un ragazzo ribelle e pertinace nell’ostinazione fino a raggiungere limiti di malvagità.

La presenza di soldati dell’Imperial Regio Governo austriaco, provenienti da diverse località dell’impero, ha portato i dialetti dell’area lombarda a coniare termini ed espressioni che dovevano riprodurre, in modi allusivi, i caratteri incomunicabili di una milizia interetnica, per cui dire l’è ‘n tugnì, l’è ‘n cruàt, l’è ‘n cruco significava individuare le caratteristiche di queste popolazioni.

Non meno attestato nel nostro dialetto è il termine lamàne, nel senso di “alemanno” o appartenente alla razza tedesca, declinato per esprimere diverse situazioni. “Al ria ‘l lamàne” esclamava con un sussulto il vecchio cappellano di Madignano che, lasciando il pranzo, accorreva alla vicina ferrovia per ammirare il passaggio di quel mostro terribile quale doveva apparire il treno agli occhi di un anziano sacerdote di fine ‘800.  Era evidente che parlando del lamàne i cremaschi, oltre che alla gente di etnia alemanna, si riferissero anche ad una particolare razza canina per cui dire “l’è ‘ngurd cumè ‘n lamàne” equivaleva a definire una buona forchetta dalla voracità animalesca.

La nostra appartenenza storica durata ben quattro secoli alla Repubblica di Venezia, ha favorito l’introduzione nel nostro linguaggio di espressioni relative ai turchi, tradizionali avversari della Serenissima nell’oriente mediterraneo, dove a lungo le due superpotenze dell’epoca si contesero una egemonia politica, commerciale e religiosa.

Così dicendo che febràr l’è cürt ma se ‘l vol l’è ‘n türch la nostra gente trasferiva la rigidità dei crudi soprassalti invernali del mese di febbraio su questi crudeli guerrieri (“mamma, li turchi!”), noti per i loro metodi brutali di invasione e di dominio. Di questi saraceni si disprezzava anche un presunto bieco paganesimo e una radicale inimicizia nei confronti della fede cristiana che induceva a stigmatizzare qualche nostro inveterato bestemmiatore con l’espressione: al bèstemia cumè ‘n türch.

Le informazioni che in Turchia erano diffuse “case del fumo” dove mediante originali narghilé il vizio del tabacco e degli oppiacei costituiva una sorta di costume nazionale, faceva dire di un accanito fumatore nostrano che al föma cumè ‘n türch.

In riferimento al celebre periodo della dominazione spagnola sul ducato di Milano, nasce il detto l’è ‘n drito da Spagna a indicare astuti approfittatori che, facendo riferimento a certe complicate norme giudiziarie spagnole e affidandosi, come il buon Renzo, alle mani esperte di qualche astuto Azzeccagarbugli, riuscivano a creare tali conflitti di diritto da giungere magnificamente a tirare acqua al loro mulino.

Vicende legate al medesimo contesto del dominio iberico hanno ispirato un altro diffuso modo di dire quale gira l’Ulanda!, risalente all’epoca di Carlo V (sec. XVI) quando buoni a nulla e sfaccendati partivano volontari con l’esercito spagnolo per domare le ribellioni dei Paesi Bassi. I confini si sono andati allargando col tempo in seguito alle grandi scoperte e alle conseguenti migrazioni particolarmente nel nuovo mondo, per cui la frase si completò: và a girà l’Ulanda che l’America l’è granda!

Di non meno perentorio significato appariva l’ingiunzione a dir poco militaresca di dirigersi in ben altra direzione, ma pur sempre con lo scopo di perseguire il medesimo effetto: và ‘n Prösia!

A proposito dell’America, divenuta sinonimo di un luogo di benessere e di invenzioni nuove e mirabolanti, si può a tutt’oggi sentire sulla bocca di un cremasco l’esclamazione: al g’à truat l’America! all’indirizzo di una persona che ha avuto l’avventura di imbattersi in una fortunata situazione soprattutto economica senza escludere però la sua stessa intraprendente iniziativa.

Meno apprezzato invece appariva agli occhi del nostro popolo un fantomatico “oro del Giappone”, che in quanto a materia poteva essere qualsiasi oggetto in similoro, che in realtà era una patacca, come esplicita l’aggiunta facoltativa: l’è or dal Giapù, che an dal vègn an Italia l’è dientat utù.

E in tale materia i cremaschi mostravano di avere buon fiuto, se rinforzavano tale concetto con la variante inequivocabile: l’è d’or d’urìga che a ardàga sa fa fadìga! Ancor più discredito cadeva su una lontana Russia, balzata alla ribalta a motivo della rivoluzione socialista che assumeva il significato di una caotica Babele, con l’aggravante di essere governata dai cosiddetti “senza Dio”, per cui da noi dire l’è na Rùsia era un modo per indicare un luogo dove regnava il più assoluto disordine in senso relazionale e sociale. A Santa Maria della Croce una intera corte era stata fregiata del titolo di Curt da la Rùsia, perché una ben assortita e varia umanità vi si ammassava con i suoi cento problemi.

Nei nostri paesi non era raro che gli abitanti provenienti da altre regioni o da nazioni straniere fossero comunemente identificati con il nome del luogo di origine con una particolare preferenza per il ceto femmimile, come ad esempio la tedèsca, la francezína, la tuscanína, la véneta, la napuletàna, anche se in genere, per quanti provenivano dal sud dell’Italia, da Roma in giù, esisteva un unico epiteto definitorio: al terù, ossia il contadino “cafone” del Sud Italia.

Se la saggezza cremasca si è sempre dimostrata lontana dal chiudere gli occhi sulla presenza delle dissomiglianze, sempre còlte con acume realistico” concludono i due autori, “è pur vero che si è mantenuta lontana non solo da atteggiamenti discriminatori e fanatici, ma addirittura ha lasciato intravedere i caratteri di una “cultura aperta”, capace di accogliere al proprio interno con un sorriso bonario ogni forma di diversità connaturale alla specie umana. Non è casuale che una certa filosofia della nostra gente, con intuizione universale, se si vuole di intonazione taoista, sia pronta a riconoscere che ògne gràm al g’à ‘l sò bu e ògne stòrt al g’à ‘l sò dréc!

Altri articoli sul dialetto sono già pubblicati nel sito nella sezione “Pensieri Scomposti

Bibliografia:

Don Marco Lunghi e don Pier Luigi Ferrari “Il diverso nel linguaggio dialettale cremasco”.