LA CHIESA SCOMPARSA DI CREMA: COSTRUITA PER GRAZIA RICEVUTA CONTRO LA PESTE ERA INTITOLATA A SAN ROCCO. ECCO LA STORIA DI UN TEMPIO DIMENTICATO

30 Settembre 2021 Di Renato Crotti

Nel 1514 Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, neo duca di Milano tentò di conquistare Crema assediandola. Gli andò male grazie alla tenace e generosa dei cremaschi guidati dal condottiero veneto Renzo da Ceri. ma, dovette desistere (vedi a fondo pagina il link dell’articolo sull’assedio di Crema). Il cruento scontro fu reso ancor maggiormente pesante dall’epidemia di peste.

Proprio quest’ultimo evento è all’origine della costruzione di una chiesetta, una sorta di ex voto, eretta dai cremaschi in onore di San Rocco. Subì parziali demolizioni e cambio di destinazioni. Oggi, resta ancora un visibile segno della sua presenza nel centro città all’incrocio tra l’attuale via Verdi, piazza Marconi e via Ponte Furio a Crema, che solo in parte è una porzione dei resti del Teatro Sociale che venne costruito a ridosso della chiesetta, in parte demolita ed in parte riadattata, tra il 1716 ed il 1720

In quel durissimo anno 1514, i cremaschi, messi già a dura prova dalla precedente “battaglia di Ombriano” del 1512 (vedi articolo sulla battaglia nel link a fondo pagina), dalla fame, dalla nuova guerra, dalla miseria, dovettero anche fare i conti con un altro terribile nemico: la peste.

Lo storico Clemente Fiameni: nella sua “Castelleonea”, descrivendo la storia di Castelleone parla a più riprese degli episodi di peste, dalle prime avvisaglie, all’accrescere dei malati, dalle ipotesi sulle cause alla progressiva estensione a tutto il territorio (che in realtà ne era già contagiato), sino alla costruzione dei Lazzaretti. Anche Crema visse la tragedia dell’epidemia.

Nel 1512 scriveva: “Giuliano Pescina nostro patriotto, e medico pregò caldamente la Communità à far rigorose guardie per la peste vicina”. Nel 1513 aggiungeva, in un tragico crescendo: “serpendo la peste in Castelleone si fecero conservatori della sanità (…) si fece il Lazaretto delli appestati nel Mezulo, delli sospetti nel borgo Serio”. Ancora, nel 1514, l’inevitabile e drammatica constatazione: “La peste di febbraio cominciò ad incrudelire, e perciò la Communità nostra fece voto di far sempre celebrar messa continua à S. Rocco, e Sebastiano di piazza. (… ). Stefano Cattani nostro paesano medicò intrepidamente con Pietro cirugico gl’appestati nel

Mezulo, dove erano. S’acconsarono le saracinesche, e dove bisognò”.

San Rocco è una figura emblematica e rappresentativa della tradizione popolare, sia nella iconografia religiosa, sia nella memoria storica. Da Castelleone a Izano da Offanengo a numerose chiese diocesane, compaiono dipinti del santo o sono a lui intitolate. È il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste, e la sua popolarità è tuttora ampiamente diffusa. Un recente studio ha individuato san Rocco come il secondo santo più invocato, dai cattolici europei, per ottenere la guarigione dalla COVID-19.

Nel 1514 i cremaschi, stretti tra la guerra e la fame si rivolsero a San Rocco per chiedere la sua intercessione per debellare il flagello della peste. Innalzarono così una chiesetta in segno di devozione in via Giuseppe Verdi all’imbocco di via Ponte Furio.

La storica Marianna Belvedere, nel suo scritto “Appunti sull’altare maggiore della chiesa di San Rocco a Crema” esamina le ipotesi di ricostruzione dell’altare maggiore della ex chiesetta cittadina nel dibattito sull’attribuzione dei dipinti al Civerchio o al Ferrario o all’Urbino.

La guida di Crema artistica redatta dall’erudito cremasco Luigi Barbieri nel 1888, nel paragrafo dedicato alle opere di Ferrario scrive: “Sono opera di lui i due quadri nella chiesa di S. Giacomo che ricordano la cattura e morte di S. Rocco appartenenti già alla distrutta chiesa di questo santo, come pure la palla che trovasi nella sagrestia”. Da questo dato si può capire che le tre opere allora in San Giacomo vengono considerate da Barbieri tutte di mano del pittore cremasco.

Nelle schede sulle due tele di Palazzo Pignano del catalogo della mostra del 1997

lo storico Cesare Alpini riprende poi l’ipotesi dal lui stesso proposta nel 1984 sulla pala d’altare, specificando un altro interessante particolare. Lo studioso ritiene che la tela rappresentante Santi Rocco, Sebastiano e Pantaleone, in atto di intercessione e preghiera verso la Madonna attribuita allora a Ferrario e collocata ipoteticamente sull’altare maggiore, fosse “un rifacimento, o aggiornamento seicentesco di un precedente dipinto tardo cinquecentesco di Vittoriano Urbino, un tempo forse sull’altare” scrive la professoressa Belvedere.

È bene infatti ricordare che esistono sicure testimonianze sulla provenienza da questa stessa chiesetta cremasca di una lunetta, da sempre ritenuta proprio di Vittoriano Urbino, conservata oggi presso l’Accademia Tadini di Lovere.

Nel 1716, su iniziativa di Cornelia Benzoni, cremasca e moglie dell’allora podestà

Camillo Trevisani, durante una seduta del Consiglio Generale venne favorevolmente votata la costruzione di un nuovo teatro a Crema. Il luogo fu individuato in una zona prossima alla roggia Crema e alla chiesetta di San Rocco. L’inaugurazione del teatro avvenne quattro anni dopo, nel 1720.

I resti del Teatro Sociale, distrutto da un rogo nella notte tra il 24 gennaio e 25 gennaio 1937 coincidono quindi, in parte con la ex chiesa di San Rocco.

Nel passato recente ha ospitato prima un bar e poi una banca. Ma la memoria della chiesa è andata perduta. Nemmeno una targa o un’insegna a ricordarla. Dimenticata.

Articolo sulla battaglia di Ombriano e Renzo da Ceri al link:

Articolo sull’assedio dei francesi al Castello di Crema al link: