LE “BOMBE DELLA REPUBBLICA” NEL CREMASCO, DALL’ESPLOSIVO CONTRO LA STATUA DEL RE ALLE ABITAZIONI PRIVATE, DAL TEATRO NUOVO AI BAR. ECCO COSA ACCADDE E L’ESITO DELLE INDAGINI

30 Settembre 2021 Di Renato Crotti

Il 2 giugno 1946 gli elettori della provincia di Cremona votarono in maniera prevalente per la Repubblica a discapito della Monarchia. La scelta repubblicana ebbe in provincia di Cremona ben 144.808 voti, cioè il 65,2% (mentre la percentuale nazionale era stata del 54,2%). La Monarchia ebbe 77.192 voti, pari al 34,7%.

 Nel periodo antecedente gli animi erano molto concitati, non tanto tra i favorevoli alla repubblica ed i sostenitori della monarchia, quanto ad opera di militanti appartenenti a fazioni politiche connotate da ideologie contrapposte.

Gli eventi di quel periodo sono stati ricostruiti nel dettaglio con accuratezza e fedeltà documentale dallo storico Pietro Martini nel suo saggio “Le bombe della Repubblica Crema, 1946: l’attentato alla statua del Re, un’indagine ancora aperta(Insula Fulcheria, 2017).

Una delle prime bombe che esplodono a Crema – spiega Martini – è quella lanciata nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 1945 contro l’abitazione di Cristoforo Maggioni. Un’altra bomba viene lanciata contro un’abitazione in via Dante Alighieri, nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1945. Di bombe, da ora in poi, se ne cominciano a lanciare parecchie.

La sera del 3 dicembre 1945, allo sbocco di via XX Settembre nella piazza San Martino (attuale piazza Giovanni XXII), un altro ordigno esplosivo provoca la rottura di numerosi vetri e panico tra gli abitanti della zona. Sempre nel mese di dicembre 1945, come regalo di Santa Lucia, nella notte tra il 12 e il 13, la banda degli attentatori colpisce la sede della DC cittadina. Si tratta di un’azione che segna un punto di svolta importante: si alza il tiro con un attentato esplosivo che prende di mira addirittura un partito.

Questa evoluzione della violenza dinamitarda si fa sempre più evidente nei mesi successivi. È una bomba a mano lanciata contro il Teatro Nuovo, allora adibito a cinema (è l’attuale Teatro San Domenico), la sera del 16 gennaio 1946. Il Teatro è affollato per una proiezione. L’obiettivo di far esplodere la bomba all’interno, tra il pubblico, lanciandola attraverso il rosone posto sulla facciata. Per fortuna, l’attentatore ha una pessima mira e non centra il rosone. L’ordigno rimbalzò sul muro esterno, cade sul selciato di piazza Trento e Trieste, esplode con grande fragore ma, per fortuna, causa soltanto vetri rotti, senza alcun danno alle persone.

La notte tra domenica 17 e lunedì 18 febbraio 1946 viene lanciata una bomba sul balcone dell’abitazione del vice sindaco democristiano di Crema dell’epoca.

Tre giorni dopo, nella notte tra mercoledì 20 e giovedì 21 febbraio 1946, un’altra bomba esplode nella Stretta Grassinari, non lontano dalla porta di servizio del Caffè Commercio.

Il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani vennero chiamati a scegliere tramite referendum tra la Repubblica e la Monarchia. A Cremona la Repubblica ebbe 29.843 voti (70,2%) contro 12.645 (29,8%) della Monarchia. Cremona risultò il capoluogo della Lombardia con la più alta percentuale per la Repubblica. Risultati simili anche a Crema: la Repubblica arrivò al 67%.

La vittoria repubblicana venne festeggiata in piazza Duomo alla presenza del neo sindaco Rossignoli, eletto soltanto due mesi prima. Un clima di festa dopo i dolori della guerra e del fascismo. Nessuno immaginava che già qualcuno tramasse nell’ombra per realizzare attentati. Così avvenne. A distanza di mezzo secolo, resta ancora non del tutto chiarito il quadro delle responsabilità. I mandanti, gli esecutori, il movente.

Nelle prime ore notturne tra martedì 11 e mercoledì 12 giugno 1946, una forte esplosione in piazza Roma sveglia di soprassalto i cremaschi residenti in centro città e infrange, per la sua forza d’urto, numerosi vetri delle abitazioni e dei negozi circostanti, posti a parecchi metri di distanza” scrive Martini. Si trattava di una bomba posta sotto la statua che sorgeva nell’attuale piazza Aldo Moro, dedicata al re Vittorio Emanuele II, eretta dai cremaschi dopo l’unità d’Italia, scolpita da Francesco Barzaghi nel 1881

L’indomani mattina, il sindaco dell’epoca, Francesco Boffelli, che il 26 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale aveva designato sindaco per un primo governo provvisorio dopo la Liberazione, convocò una riunione d’urgenza, non prima di aver chiesto al responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale di verificare lo stato della scultura dopo l’attentato. I tecnici accertano che i danni causati dall’attentato esplosivo al monumento di Vittorio Emanuele II erao irreparabili e che la statua, danneggiata e pericolante, rischiava di crollare.

Alla riunione di Giunta venne chiesto di intervenire per un parere anche lo scultore Enrico Girbafranti. Confermerà i primi riscontri forniti dall’Ufficio Tecnico, sulla pericolosità della struttura nei confronti del pubblico. La Giunta deliberò, quindi, la rimozione del monumento. Ciò che rimaneva verrà depositato presso il museo civico di Crema. Ci rimarrà sino al 2011. Dimenticato.

La reazione dei cittadini, delle forze politiche e della stampa locale è univoca e senza eccezioni: lo sdegno e la riprovazione sono generali e anche i più accesi repubblicani condannano senza mezzi termini l’attentato, considerato come un ennesimo, intollerabile atto di delinquenza” scrive Marini, “Nessuno confonde le proprie posizioni politiche con questo gesto, unanimemente censurato come un reato grave, i cui autori sono da punire in modo esemplare. Gli articoli che appaiono sui giornali “Libera Parola”, “Il Cremasco”, “Il Torrazzo” e le dichiarazioni dei vari esponenti politici sono concordi: si tratta di criminalità senza alcuna giustificazione politica. Tutti chiedono alle pubbliche autorità di identificare i colpevoli e condannarli per questo atto delittuoso

Il sindaco presentò denuncia ed iniziarono le indagini, rese ancora maggiormente complesse da ulteriori bombe ed attentati nei confronti di esponenti politici cittadini che avvennero nei mesi e anni successivi a Crema.

Il clima nel Paese era ancora incandescente, nonostante il regime fosse caduto, la guerra finita e fosse stata proclamata la Repubblica. Per alcuni era difficile dimenticare. C’era sete di vendetta. Voglia di rivalsa. Seguendo modalità e compiendo azioni illegali, inopportune, terroristiche e dolorose, ma con finalità ben precise volte a destabilizzare. Lucida follia.

In città si susseguirono interrogatori, ipotesi, delazioni, maldicenze: scattò una caccia al colpevole. Il clima era teso. Molto teso. Il racconto di Pietro Marini ricorda la reazione di un noto medico cremasco additato come possibile colpevole. Senza prove a supporto della maldicenza. Non venne formalmente accusato.

Appare improbabile che una sequenza di attentati esplosivi così estesa nel tempo e con tali caratteristiche possa essere opera di un solo soggetto isolato, unico responsabile dell’ideazione e della realizzazione di così numerosi, frequenti e articolati atti criminosi” conclude Marini “È probabile invece che questa serie di reati abbia avuto sia esecutori materiali, sia mandanti diretti, sia ispiratori politici”.

La deduzione dell’eminente storico cremasco trae convinzione e supporto dal contesto storico dell’epoca: “si tratta di attentati puntualmente collegati a logiche politiche ed elettorali. La scelta dei tempi, dei bersagli e delle modalità esecutive lo dimostra. La caratterizzazione politica di questi attentati è palese e può indurre a possibili ipotesi.

Lo stesso vuoto investigativo impedisce anche l’identificazione dei mandanti diretti, che concorrono nei reati con gli esecutori materiali, i primi con responsabilità organizzativa, i secondi con responsabilità esecutiva”.

L’ampio lasso di tempo in cui avviene la sequenza degli attentati, il numero degli atti criminosi; a volte la loro gravità; la capacità di pianificazione, gestione e controllo delle attività delittuose; l’esistenza di tecniche, fasce orarie e circostanze operative ricorrenti: tutto configura la presenza di un gruppo di mandanti ben strutturato, munito di risorse e mezzi adeguati, dotato di opportune rassicurazioni e coperture. I mandanti diretti di questi reati pongono in essere una vera e propria strategia, un ben meditato disegno criminoso, un insieme di azioni criminali frutto di un piano complessivo. Chiunque siano, non sono da ricercare tra battitori liberi e cani sciolti”.

Nel 2013, dopo un lungo lavoro da parte di un Comitato Promotore sorto per restaurare la statua, ottenere le necessarie autorizzazioni e ricollocarla nella sua originaria sede, (non senza polemiche politiche) la statua del Re è stata nuovamente collocata su un nuovo basamento creato appositamente.  Ciò che rimaneva dopo l’attentato del 1946 era un busto massiccio completo di divisa, una gamba solidamente piantata al suolo e circondata dal panneggio del mantello e una grossa testa dall’espressione burbera e riflessiva. Le parti superstiti della statua vennero ricomposte in loco e i pezzi mancanti vennero realizzati tra il 2011 ed il 2012. Furono così ricostruiti alcuni pezzi di braccia, le mani e la gamba destra, oltre che frammenti mancanti del viso e dettagli del busto. La “nuova” stata venne così ricollocata nella sua originaria sede.

Bibliografia:

Pietro Martini, “Le bombe della Repubblica Crema, 1946: l’attentato alla statua del Re, un’indagine ancora aperta”.

Insula Fulcheria, 2017