COMMERCIANTI E ARTIGIANI NEL DIALETTO CREMASCO, DAL FRЀR AL SACULÌ, DAL PRESTINЀR AL SPIZIÈR. ECCO COME VENIVANO CHIAMATE LE BOTTEGHE

3 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

Crema e nel Cremasco erano molto numerose le botteghe commerciali e degli artigiani. I supermercati e la grande distribuzione non esistevano, ragion per cui, anche nei piccoli centri erano attivi numerosi negozi oggi chiamati “di vicinato”. Immancabile, in ogni paese, era invece l’osteria. (a fondo pagina il link per l’articolo sui vecchi mestieri cremaschi).

Monsignor Piantelli, nelle sue numerose ricerche storiche legate al folklore cremasco, non tralasciò di affrontare negli anni Cinquanta anche questo aspetto di vita quotidiana, in parte oggi scomparsa. Tra i negozi di paese ricorda il prestinèr o furner , il tabachì, il frutìrol o frutàrol, il bechér (macellaio), il drughér o butighér, lo scampulì (merciaio), il latèr. Talvolta, annota il sacerdote, un solo negozio svolgeva più funzioni.

In qualche paese di maggiori dimensioni c’era anche il farmacista, lo spiziér che, anni fa era una delle persone maggiormente stimate ed influenti del paese. Sempre in tema di “personaggi” del paese, oltre al sindaco ed al prevosto c’era il maestro e la signora maestra, la levatrice (cumàr), il segretario, il portalettere, il cantoniere (stradì).

Tornado alle botteghe e guardando l’ambito artigianale, c’erano lavori spesso tramandati da padre in figlio e in alcuni casi il nome del mestiere divenne poi il nome della stessa famiglia.

Tra i lavori artigianali c’erano i frér (fabbro), i mastro, i lessadre, i linaròl, i raner, i sacreste, i sartur, i leander o laander, i magnà, i muliner, i barbèr, i muradur, i saculì, i suér e molti altri.

Lo storico monsignore cremasco, per sottolineare la bravura degli artigiani cremaschi ricorda un episodio realmente accaduto in quel di Bolzone. Protagonista l’artigiano Francesco Lucchi, che con una semplice incastellatura di legname e corde riuscì a sollevare interamente l’altare maggiore della chiesa, senza smontarlo. L’operazione venne compiuta in poche ore davanti ad una folla di curiosi tanto che qualcuno annotò non esser stata mai così gremita di fedeli.

Sempre tra i lavori artigianali che richiedevano preparazione e maestria, il marengù (falegname), lo scarpèr, il sartùr, il muradùr, il munenér (mugnaio).

Malinconica e lungimirante la conclusione di mons. Piantelli: “mestieri umili finche si vuole, ma altrettanto utili. Artigianato primitivo che l’industrialismo e la macchina e persino le leggi vanno sempre più rendendo sterili, finchè un brutto giorno non saranno scomparsi del tutto, con le loro gloriose tradizioni e storie”.

Articolo sugli antichi mestieri cremaschi al link: