LA DISTRUZIONE DI CREMA COMMISSIONATA DAI CREMONESI PER 14MILA MONETE D’ARGENTO. IL CASTELLO CITTADINO ASSEDIATO DA SOLDATI, TORRI MOBILI E MANGANI. I CONCITTADINI APPESI AI CARRI. IL TRADIMENTO, LA RESA, LA CITTÁ RASA AL SUOLO

5 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

Molti ostaggi perirono e la cronaca di Ottone Morena, che seguiva l’assedio, ne ricorda alcuni nomi: tra i milanesi Codemalo di Pusterla, Anrico di Landriano, e altri due. Fra i Cremaschi Presbitero di Calusco, Trotto di Bonate, Aymo di Galliosso e altri due. Ad Alberto Russo di Crema furono spezzate le gambe, a Giovanni Garesi ruppero un braccio. Il Morena ricorda anche i nomi dei sopravvissuti: Negro Grasso, Squarzaparte di Businate, Ugo Crusta e molti altri di Milano; e inoltre i cremaschi Giovanni Garesi, Arderico Bianco, Alberto Rufo, Sozone Berondi e molti altri. Sono gli ostaggi cremaschi. Immolati da Federico Barabrossa per espugnare Crema. Uno dei fatti d’arme maggiormente noti e cruenti degli scontri bellici nel nord Italia, passato alla storia come l’assedio di Crema.

Alle origini del crudele e sanguinoso scontro c’erano due questioni. La crescente rivalità tra Crema e Cremona ed il disegno politico che Federico I Barbarossa stava attuando con lo scopo di instaurare il potere imperiale a sfavore delle autonomie dei comuni.

Da lungo tempo Crema era fortemente penalizzata e svilita a seguito dei privilegi e della giurisdizione che i vescovi di Cremona avevano su parte dell’Isola Fulcheria. Inoltre, la vicinanza e potenziale potenziata alleanza tra Crema e Milano era vista come l’estendersi del predominio della metropoli verso Cremona, e come un pericoloso avanzare dell’influenza del Ducato di Milano verso il Po, via d’acqua di fondamentale importanza e che congiungeva al mare.

Crema rappresentava, quindi, una “testa di ponte” verso il sud della Lombardia ed una minaccia troppo grande per tutte quelle città che basavano la loro economia sui traffici commerciali lungo il fiume Po.

Cremona colse la palla al balzo. La discesa in Italia di Federico Barbarossa, che voleva soffocare le ribellioni dei comuni, fu l’occasione troppo grande per Cremona per progettare un assedio nei confronti della insofferente e strategica Crema.  In un incontro avvenuto a Casale Monferrato, i cremonesi riuscirono così a convincere l’imperatore a muovere l’esercito verso Crema. In cambio, i cremonesi offrirono a Federico I 15.000 marche d’argento.

Il 2 febbraio 1159, l’imperatore inviò a Crema alcuni suoi delegati per consegnare l’ingiunzione ai cremaschi di distruggere le mura e colmare le fosse. E arrendersi. I cittadini la presero male. Molto male. L’ingiunzione, similmente a quanto accaduto a Milano meno di un mese prima, fu respinta e vi fu un tentativo di linciaggio nei confronti degli ambasciatori dell’imperatore. Segno di quanto gli animi fossero concitati e esasperati.

Il 2 luglio i cremonesi, al seguito del vescovo Oberto da Dovara, presero posizione ai limiti delle fosse di fronte a porta Ripalta a Crema. Nei giorni a seguire arrivarono gli altri contingenti: le truppe dell’imperatore si stanziarono tra porta Serio e porta Ripalta. Le truppe guidate dal cugino dell’imperatore, il duca Corrado, si posizionarono di fronte a Porta Ombriano; il duca Federico IV di Svevia prese posizione tra porta Ombriano e porta Pianengo.

Le truppe pavesi coprirono l’ultimo tratto, tra porta Pianengo (zona dell’attuale Borgo San Pietro) e porta Serio. Giunse, infine, il duca Guelfo VI che si schierò davanti a porta Serio, cosicché Federico spostò le sue truppe tra porta Ripalta e porta Ombriano con in mezzo il grande castello. Le operazioni di posizionamento terminarono definitivamente nell’ottobre 1159. Tutto era pronto per lo scontro.

Barbarossa aveva ancora un problema da risolvere: il Castello di Crema (vedi a fondo pagina il link all’articolo sul castello) e le sue mura erano circondate da un profondo e ampio fossato pieno d’acqua. Questo gli impediva di portare le torri mobili in legno su ruote sino alle mura e di spostare i macchinari in prossimità della cinta. L’imperatore si rivolse ai lodigiani che, per paure e opportunismo, gli fecero avere tutto il materiale   per riempire il fossato.

Per giorni e giorni, lungo la strada che collega Crema a Lodi transitarono carri colmi di botti, fascine, legna e quant’altro risultasse utile a riempire il fossato che circondava la città sotto assedio. I cremaschi, che avevano assistito giorno per giorno al riempimento del fossato ed erano asserragliati nel castello ormai da oltre sei mesi, decisero di tentare un colpo di mano e provarono a tentare di ostacolare i preparativi.

Presero di mira un Mangano, una macchina da guerra per il lancio di proiettili costituita da un’asta imperniata su un supporto. A una delle estremità era fissata la fionda che doveva ospitare il proiettile (poteva essere un cesto ottenuto incrociando corde oppure realizzato in cuoio in modo analogo). All’altra estremità erano intrecciate numerose corde, che venivano tese al momento del lancio usando direttamente la forza umana.

Nottetempo, alcuni cremaschi improvvisarono una sortita per tentare di dare fuoco al Mangano. Purtroppo, trovarono pronte le sentinelle di difesa che ingaggiarono una dura lotta. Quattro cremaschi furono catturati: ad uno fu mozzato il capo, ad un secondo staccarono i piedi, ad un terzo tagliarono le braccia, il quarto fu ferito mortalmente. Altri per sfuggire a simili sevizie tentarono la fuga nelle fosse ma perirono annegati.

Nel mese di dicembre la via era pronta e Barabarossa si preparò per l’attacco al castello.

I germanici iniziarono a muovere il Gatto, una struttura in legno dotata di ruote, ma priva di pavimentazione, cosicché potesse essere mosso dai soldati all’interno. Poteva essere lungo dai quattro agli otto metri e “contenere” fino a cento uomini armati.  Costruito generalmente con legno di quercia, veniva bagnato e coperto con pelli fresche di animali e sottili lamine di metallo allo scopo di evitare gli incendi dovuti ai proiettili di vario materiale che gli assediati scagliavano dalle mura e proteggere i soldati che avanzavano.

Il Gatto procedeva seguito dalla Torre d’assedio, su cui i soldati si sarebbero arrampicati per raggiungere la sommità delle mura del castello. L’avanzata fu ostacolata dal continuo lancio di pietre e pesanti massi da parte dei difensori, tanto violento da bloccare l’avanzata degli attaccanti.

Fu in questo frangente che Federico Barabarossa assunse una decisione tanto crudele quanto spietata che passerà alla storia.

L’imperatore fece ricoprire la Torre d’assedio mobile con cuoi e panni bagnati e vi legò sulla parte frontale alcuni ostaggi cremaschi e milanesi. Pensava in tal modo che gli assedianti avrebbero desistito dal lancio di pietre per non ferirli o ucciderli.

Il desiderio di libertà e indipendenza, l’amore supremo per la propria città, il senso d’onore ed il duro e crudele realismo del tempo di guerra dei cremaschi li portò a non cedere nemmeno di fronte a questo tragico e meschino espediente del Barbarossa.

I cremaschi nel castello, pare incitati dagli stessi ostaggi, continuarono a colpire la torre che fu così costretta prima a fermarsi e poi ad arretrareIl Gatto, tuttavia, poté avanzare e permise di azionare l’ariete che operò uno squarcio nelle mura.

Il 6 gennaio anche la Torre riprese lentamente il suo cammino e a nulla valsero i lanci di barili incendiari da parte dei cremaschi. Da parte degli assedianti la copertura di arcieri e balestranti mise in serie difficoltà gli assediati. Forse la storia sarebbe andata diversamente se non ci fosse stato un episodio di viltà e tradimento.

Il signor Marchese (o Marchisio) l’ingegnere militare che aveva costruito le macchine da guerra cremasche, tradì la causa e passò al nemico, svelando il tipo di macchine difensive cremasche, il numero, la disposizione, la tipologia, il numero di soldati cremaschi presenti nel castello. Restano ignoti sono i motivi e le modalità di questo episodio, ma una volta passato al nemico progettò un ponte e una nuova macchina d’assedio, che assieme alla già citata torre, poté avanzare sul tratto di fossato ormai già colmato.

Il 21 gennaio avvenne l’attacco finale. Un grande ponte di 40 braccia per 6 (circa 24 per 3,6 metri) fu appoggiato alle mura. Un secondo ponteggio più piccolo partì dalla torre mobile. Pur mancando il coordinamento tra i due ponti con qualche difficoltà degli assedianti, molti dei quali vennero annientati, le truppe imperiali riuscirono comunque a salire sulle mura. Fu l’inizio della fine.

Con i germanici sulla sommità delle mura e dentro il castello, i cremaschi furono così sotto il tiro delle balestre e degli archi. Il 25 gennaio 1160, dopo oltre un anno di assedio, stremati, affamati, con le munizioni agli sgoccioli, i cremaschi alzarono bandiera bianca e si arresero. 

La resa fu sottoscritta da cremaschi, milanesi e bresciani. Subito dopo, i cremaschi lasciarono il castello al nemico germanico. Le cronache parlano di circa 20.000 persone, che dovettero uscire con il poco che potevano portare con sé.

Barbarossa entrò trionfante in Crema. Volle punire l’ardimento, la tenacia, il valore dimostrato dai cremaschi: fece incendiare e radere al suolo l’intera città. Chiese comprese. Non contento, nel 1162 emanò un editto che vietava la ricostruzione di Crema di cui restava solo un cumulo di macerie bruciate. Fu il punto più basso, triste e tragico della storica cittadina.

Articolo su quando a Crema sorgeva un imponente castello al link:

Già pubblicati e disponibili sul sito gli articoli sulla “Battaglia di Ombriano” e sull’assedio francese a Crema e Renzo da Ceri.