I GUARITORI NELLE CAMPAGNE, DALLA SETIMÌNA AL MEDEGÒT, TRA SEGNI E PAPÒT. ECCO LA LORO STORIA TRA FOLKLORE, LEGGENDE E ANEDDOTI

6 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

Esiste una ricca bibliografia riguardante la medicina popolare e l’utilizzo delle erbe naturali (vedi articolo sulle piante cremasche utilizzate per guarire al link a fondo pagina). Nel secolo scorso (ma anche fino a cinquant’anni fa) nelle campagne lombarde e cremasche c’erano personaggi a cui rivolgersi per guarire da malanni o malefici di varia natura perché gli venivano attribuiti o riconosciuti poteri speciali. Sovrannaturali.

Erano il setimì o la più frequente setimìna, il medegòt o la medegòta. Spesso una donna anziana che viveva in posti isolati, misteriosi e inquietanti a prima vista, ma anche per l’arredo, con immagini sacre, candele, fumi, ampolle e ciotole. Faceva scena.

I settimini, che sicuramente non erano medici e spesso non molto colti (tuttalpiù, furbi) erano considerati figure positive e autorevoli che potevano aiutare a bambini, anziani, donne e uomini e animali uno scudo protettivo contro le innumerevoli forze del male, sempre in agguato. Con i loro poteri e rituali misteriosi, di grande presa sulla credulità popolare e la scarsa istruzione contadina, si riteneva sapessero interpretare e controllare gli elementi: acqua, fuoco, terra ed aria. Almeno così dicevano loro.

Nel Cremasco vengono riportati episodi (più o meno accaduti) tramandati dalla tradizione orale contadina. Ma non solo. Li cita nel suo libro sul cremasco anche mons. Piantelli, bollandoli come superstizioni. “Capita una volta che un malato guarisca, che un presunto maleficio sia ritenuto allontanato, che la fama del settimino vola di bocca in bocca e diviene così un taumaturgo guaritore” scrive con pungente ironia il reverendo cremasco.

Tra le superstizioni cita, per guarire, “una Santa Messa celebrata da un sacerdote di 30 anni, con tre candele e col chierichetto di 13 anni”, oppure “per far piovere, l’affogare nell’acqua l’immagine di un santo” o, ancora, “guarire da un malanno portando addosso una preghiera scritta su un foglio”.

C’è poi il capitolo dei malefici e della peveggenza. “La ragazza che getta lo zoccolo contro l’uscio di casa la vigilia dell’Epifania potrà capire, in base alla posizione che assumerà, se si sposerà nell’anno oppure no”. Le pratiche ed i riti dei settimini, insomma, sarebbero state capaci di fermare il malocchio, invocato per rancore, per vendetta o per invidia.

C’era poi la categoria dei guaritori, con “specializzazione” che variava dal modo in cui erano nati e anche tra uomini e donne. Un tempo, infatti, si riteneva che le doti dei guaritori prendessero origine, in primo luogo, dalle modalità connesse alla nascita (ossia nato dopo sette mesi, anziché i canonici nove) o dalle qualità ereditate da genitori o parenti stretti anch’essi guaritori.

Anche le malattie curate e il tipo di cura adottato differivano. Le ricette conosciute da queste donne erano connesse al loro sesso e al conseguente ruolo di madre-moglie. Spesso, vedova.

Le guaritrici operavano soprattutto nelle pratiche empiriche. Si tratta dell’alimentazione quotidiana, di curare piccole ferite e altri mali occasionali

come il mal di stomaco, dolori mestruali, regolazione delle nascite, contraccezione, aborto. Ricorrevano frequentemente alla carne, al brodo di gallina, al caffè, al limone, impacchi, decotti, suffumigi, papòt, in dialetto, ossia impiastri medicamentosi.

Trattandosi di persone di campagna conoscevano o avevano appreso la potente efficacia curativa di molte erbe e piante locali. Tali benefici venivano poi attribuiti non al medicamento ma ai poteri del medegòt o medegòta. Spesso utilizzavano l’olio e oltre a fare segni sulla parte ferita (i sègna, si diceva in dialetto cremasco), recitavano litanie o preghiere, spesso incomprensibili, ma di grande effetto.

I guaritori uomini curavano malattie sporadiche e come metodo di cura preferivano l’imposizione delle mani o la posa delle mani sulla parte dolente o ferita o ammalata. Anche loro recitavano litanie ed orazioni.

In genere non avevano “tariffe” per il loro lavoro, ma i contadini sapevano che non potevano andarsene senza lasciare un obolo, oppure anche prodotti contadini.

Ancora oggi, a distanza di un secolo, non sono pochi i cremaschi (ma non solo), che si ricordano di queste figure avendole conosciute o avendone sentito parlare dai propri genitori o nonni.

L’articolo sulle piante ed erbe guaritrici che crescono nel Cremasco al link: