IL CREMASCO CHE GIOCÒ NELLA GRANDE INTER CON MAZZOLA, FACCHETTI E SUAREZ VICENDO LO SCUDETTO ALLENATO DAL “MAGO” HERRERA. ECCO LE IMPRESE SPORTIVE E LA VITA DEL MITICO “BICICLETTA”. COMPRESO IL VIDEO “ISTITUTO LUCE” SU DI LUI

11 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

DI PIERLUIGI AVANZI

La speranza, diceva Aristotele, è un sogno fatto da svegli. E non si stenta a credere che a Mauro Bicicli, polivalente esterno di centrocampo nato a Crema il 17 gennaio 1935, sia parso di dormire ad occhi aperti quando, nel 1953, venne notato dai talent-scout dell’Inter ed aggregato alle giovanili nerazzurre direttamente dal campionato Dilettanti. Nel 1952 aveva militato nell’Ac Crema in serie D.

Due stagioni dopo, è il 17 aprile 1955, la dinamica ala destra gioca, al posto dell’indisponibile centravanti Lorenzi, la sua prima gara da professionista: il match perso 1-0 contro il Genoa segnerà l’inizio del lungo cammino dell’esile lombardo tra i campi di Serie A e B.

Cammino che lo porterà pure a conquistare uno scudetto nel 1962/’63 con il club milanese che, partendo da quel tricolore, avrebbe iniziato un formidabile ciclo di vittorie, dominando incontrastato in patria, in Europa e nel mondo per cinque annate consecutive. Durante la sua permanenza all’Inter fu allenato da Helenio Herrera e giocò al fianco di Mariolino Corso nel luglio 1958, con la squadra ormai eliminata dalla Coppa Italia, che bagnò con una rete il proprio debutto.

Altri “mostri sacri” della grande Inter del presidente Angelo Moratti furono suoi compagni di spogliatoio, da Giacinto Facchetti (annata 1960/61), Sandro Mazzola (1961/1962) e Luis Suarez.

Temperamento sanguigno che, ad esempio, la leggenda narra non lesinò affatto in un derby del torneo 1961/’62 – secondo del “Mago” argentino sulla panchina nerazzurra – dove qualche scintilla di troppo con l’avversario Dino Sani gli procurò la rottura del setto nasale: nelle stracittadine meneghine le accese battaglie erano (e sono) all’ordine del giorno, ciononostante il pignolo Herrera decise comunque di multare il proprio atleta.

La sanzione fu però pagata dall’allora presidente Angelo Moratti, magnifico signore rinascimentale della Milano calcistica del dopoguerra, il quale obbligò tuttavia Bicicli ad incontrare il brasiliano Sani per una stretta di mano rappacificante. Un atto generoso, quello del virtuoso patron, ma allo stesso tempo intriso della sua usuale sensibilità ed intelligenza. Uno dei tanti mirabili gesti compiuti dalla persona che il guizzante Mauro ha raggiunto in Cielo il 22 agosto 2001, ad appena sessantasei anni di una vita spesa sempre di corsa.

Purtroppo, Bicicli, proprio sul più bello, nell’estate 1963 abbandonerà Milano a causa dell’arrivo nel novembre precedente di un eccezionale concorrente nel ruolo di velocista di fascia: Jair Da Costa, ventiduenne freccia verdeoro di Osasco di San Paolo, fresco vincitore del Mondiale cileno, finta inebriante e tocco ispirato.

Tre tornei (due di A) sotto la Lanterna rossoblù, prima di riaggregarsi alla squadra ancora oggi ricordata come una delle più forti che la storia del calcio abbia visto. Mario Corso si ripresentò nell’autunno 1966 (decisamente rivoluto da Helenio Herrera, astuto ed innovativo mister che stimava l’eclettico cremonese tanto da spronarlo con frasi tipo “sei meglio di Garrincha“) ma fu un ritorno dall’avvio dolcissimo e dall’epilogo tremendamente amaro.

Una settimana, tra il 25 maggio ed il primo giugno 1967, bastò alla Beneamata per dilapidare la possibile terza coppa Campioni in quattro anni ed il quarto scudetto in cinque: la prima contro il Celtic in una terribile giornata portoghese dal caldo opprimente, il secondo in un infuocato pomeriggio mantovano.

L’avventura all’ombra della Madonnina di “Bicicletta – durata, seppur ad intermittenza, otto stagioni – andava così a concludersi, con un ruolino di 182 presenze totali e 27 reti. La carriera agonistica, dopo dodici mesi trascorsi col Lanerossi Vicenza, terminò nel 1969 a Brescia e da lì ebbe inizio quella da allenatore: dapprima – e per ben undici primavere – come tecnico del settore giovanile delle rondinelle, quindi un lungo girovagare tra le panchine della Serie C e D (Ospitaletto, Fanfulla, Legnano) fino al 1993, anno in cui divenne direttore generale del Legnano.

Una parentesi dirigenziale durata un triennio, fino a quando non arrivò la telefonata dell’amico Mazzola che lo ricondusse all’Inter, questa volta nelle vesti di osservatore e non più d’infaticabile ala dalla volonterosa tenacia e dal prode temperamento.

Di lui è disponibile anche un servizio video realizzato dall’Istituto Luce consultabile al link: (dal minuto 1.10)

Fonte e fotografie:

Sportfoglio – Pierluigi Avanzi

Inter biografie

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