I FORMIDABILI MODI DI DIRE DEL DIALETTO CREMASCO, SPASSOSI E UNICI. ECCO I PRINCIPALI

15 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

DI PIERLUIGI CANTONI

I dialetti italiani sono probabilmente la caratteristica che rende ancor maggiormente pittoresca l’Italia. Talvolta incomprensibili, sicuramente curiosi. Esistono migliaia e migliaia di realtà linguistiche, dai dialetti settentrionali a quelli centro-meridionali, fino ad arrivare all’estremo Sud.

Ogni dialetto ha i suoi peculiari modi di dire: espressioni che spesso non possono venir tradotte in alcuna altra lingua. È uno dei tanti modi in cui personalizziamo la comunicazione fra di noi.

Il dialetto cremasco cominciò a comparire nelle produzioni letterarie a inizio Settecento: si trattava quasi esclusivamente di versi occasionali per matrimoni o eventi simili con l’unica eccezione di Materna di Ramei, poeta di cui rimane una sola poesia completa e alcuni versi, tutti tramandati oralmente.

Il primo a dare dignità letteraria al nostro dialetto fu Federico Pesadori a cui seguirono numerose altre autorialità, prima fra tutte Rosetta Marinelli Ragazzi, poi Luciano Geroldi, Francesco Piantelli,e numerosi altri autori ed autrici di notevole valore e apprezzati dai lettori che non citiamo per evitare un lungo elenco. Non ce ne vogliano. (Vedi a fondo pagina i link dedicati ai soprannomi in dialetto degli abitanti dei paesi cremaschi; sui nomi dialettali dati a mestieri e lavori). Ecco i principali (ma ve ne sono anche numerosi altri):

Al cǜnta come al bastù pulèr: conta come il bastone che chiude il pollaio (di facile apertura, quindi niente);

Al g’ha n’ha püsè da Giupì an da la sò baràca (LR): ne ha di più di Gioppino (nota maschera del bergamasco quella cremasca è: ‘l gagèt col so uchèt) nella sua baracca, si dice di persona che tende, nella risoluzione dei problemi, a complicarne la diagnosi

Al par ‘l antipòrt dal vescof: c’è un evidente andirivieni in quel posto (sembra la porta d’ingresso del vescovato);

Al perdù stiólta ‘l è a Melegnà: il perdono questa volta è a Melegnano (dove si svolge una tradizionale concessione di indulgenza durante una festa), ossia il perdono stavolta non sarà concesso facilmente poiché il soggetto ne ha approfittato in passato;

Al vàrda i virs e ‘l càta le ràe: guarda le verze e raccoglie le rape, si dice di persona affetta da strabismo.

Al g’ha l’öcc che àrda en sò l’ass di furmagì: ha l’occhio che guarda sull’asse dei formaggi, si dice di persona affetta da strabismo.

An car e ‘na carèta: un carro e una carretta, cioè una quantità spropositata;

An po’ da chèla ròba: un po’ di quella cosa (il buonsenso);

An quatre e quatr’òt: in quattro e quattro otto: molto presto;

Ansègniga mìa ai gat a rampegà: non insegnare ai gatti ad arrampicarsi (non tentare di insegnare a qualcuno che ne sa molto più di te sull’argomento, rischiando di far brutte figure)

Butunàt da dré: abbottonato dietro, si dice di persona poco furba ed impacciata;

Còmot cum’è ‘n prét: comodo come un prete;

Daga a trà: prestare attenzione, seguire i consigli di una persona

Dàga ‘na sgiàfa al diàol: risolvere una situazione con un atto deciso, senza rimuginare troppo (lett. dare uno schiaffo al diavolo);

D’òr durìga che a vardàl sa fà fadiga: d’oro dorento che si fa fatica a guardarlo (patacca);

Es sota la sguarnàsa di precc: stare sotto la sottana dei preti, essere protetto;

Fa i acc da Cechìno: fare azioni stupide;

Fadigà cumè strepà ‘l lì: faticare come sradicare il lino (compiere una fatica immane);

Fam mia burlà do (zo) le bràghe: non farmi cascare i pantaloni (non dire cose impossibili da credere);

Fìdes da töta la zent, ma mìa di tò parent: fidati di tutta la gente, ma non dei tuoi parenti;

Frà gnach e pitach: né da una parte né dall’altra;

Gichenòt: buono a nulla;

I agn e i bicér da (v) ì iè mia da dì: non bisogna dire né gli anni né i bicchieri di vino bevuti;

Gnà bù da fa Ó col bicér: nemmeno capace di fare una “O” col bicchiere (si dice di persona completamente incapace);

Iga adòs la biligòrnia: avere addosso la malinconia, depressione;

Iga adòs la picùndria: avere addosso l’ipocondria;

Ìga adòs la (v) aca: avere addosso la mucca (avere mangiato tanto e non aver la forza di continuare il lavoro);

Ìga da dì: aver da dire, litigare;

Ìga la passiù: venire da piangere;

Ìghei mìa a ca’ töcc: non averli a casa tutti (i sentimenti)= significa, seguendo una nota teoria medievale, essere adirato;

La gatìna fresùsa la ga facc i micì òrb: la gattina frettolosa fece i micini ciechi (fare le cose troppo in fretta e quindi non finite bene);

Leàga la mèsa: toglierli la messa, cioè punire severamente;

Magre an péch: magro impiccato;

Mèi vǘ catìf ma fǘrbo pǘtost che vǘ bù ma ‘gnurànt (AR)= meglio uno cattivo ma intelligente che uno buono ma ignorante;

Mètes an tramès: mettersi in mezzo;

N’ha facc pègio da Bertoldo: ha fatto azioni più insensate di Bertoldo (il personaggio meno sensato che esiste);

Parlà da squerciafìch: lett. parlare insensato, senza logica;

Pelabròch da Sestèen: persona che scortica i rami per farne arnesi da lavoro, ma di poco conto. Riferito agli abitanti della frazione di Crema Santo Stefano in Vairano;

Per la cumpagnéa ga tòcc la dóna apò al fra’ : per la compagnia si è sposato anche il frate (invito a superare un’indecisione nel fare qualcosa di piacere comune);

Pòta! I dis i frat quant i sa scòta: Pazienza, dicono i frati quando si scottano (bisogna rassegnarsi quando capita qualcosa che va storto e portare pazienza);

Puciàga déte al nàs: intingerci il naso (voler provare qualcosa in prima persona a tutti i costi, anche quando altri ci hanno avvertiti del pericolo);

Pütòst mangie pà e spüda: piuttosto mangio pane e sputo (che umiliarmi a far qualcosa);

Stà fra ‘l gnàch e ‘l pitàch: lett. fra il niente ed il poco: stare in una situazione intermedia;

Staga da lùns cent car da rèf fai do (zo): stagli lontano cento carri di spolette da cucito allungate per terra = Stai lontano da quella persona alla distanza indicata!;

Stü dü bas: tardo pomeriggio (der. forse dal latino “iste die”+ “bas”);

Sbruìas le canèle: scottarsi (lett. Bruciarsi le corde vocali);

Sculdà sö argǜ: lett. scaldare qualcuno (cercare di indurre qualcuno a fare qualcosa forzando la sua volontà);

Scódes le ‘òie: togliersi le voglie;

Trafegù: trafficone, uno che inventa cose tutto il giorno per stare in attività, a volte discutibili;

Ucià zó: leccare il piatto dopo aver mangiato;

Va a Bag’ a sunà l’òrghen: letteralmente “Vai a Baggio a suonar l’organo”, vai fuori dai piedi! (Nella chiesa di Baggio l’organo è finto, dipinto sulla parete);

Modi di dire, aneddoti, freddure, che confermano l’ironia, la saggezza popolare, la goliardia che il dialetto è capace di produrre in modo unico e inimitabile.

I nomi di artigiani e commercianti nel dialetto cremasco al link:

Articolo sui nomi dati dal dialetto agli abitanti di Crema e dei paesi cremaschi al link: