L’ORTAGGIO LOCALE CITATO DAL PAPIRO DI EBERS E GALENO, PLINO IL VECCHIO E SANTA ILDEGARDA, FAMOSO PER GLI USI GASTRONOMICI E LE PORTENTOSE PROPRIETÀ MEDICINALI: È LA RADICE DI SONCINO

21 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

Secondo alcuni la sua coltivazione giunge da Chiavari, in Liguria. Secondo altri è un’influenza della cucina Kosher ebraica. Una terza versione vuole giunga dall’Olanda. Sia come sia, la radice di cicoria è un vegetale che per molti anni è stato un elemento di rilevante importanza nell’alimentazione contadina. Oggi sta tornando alla ribalta anche grazie ai nuovi superfood, come ad esempio l’Alga Spirulina, coltivata anche nel cremonese, che rappresenta l’Italia all’Expo di Dubai (A fondo pagina il link all’articolo).

Non si può parlare di radici senza pensare al Borgo che ne ha fatto un’occasione di conservazione della tradizione e promozione turistica: Soncino (vedi a fondo pagina il link su Soncino eletto tra i 300 borghi più beli al mondo).

La Radice di Soncino (Cichorium intybus, pianta erbacea perenne dai vivaci fiori celesti, appartenente alla famiglia Asteraceae), infatti, dà il nome alla Sagra che si terrà nell’antico borgo domenica 24 ottobre dopo 55 edizioni organizzate grazie alla tenacia e determinazione dei volontari della Pro Loco e di realtà locali pubbliche e private.

Le radici commestibili sono state fra le prime risorse alimentari dei nostri progenitori. Nella preistoria le raccoglievano in natura, al pari dei frutti e dei semi. Da allora le modalità di consumo si sono evolute, differenziandosi nelle varie culture territoriali, anche se non di rado si sono mantenute consuetudini e usi semplici, di origini antichissime.

La prima testimonianza giunta fino a noi in merito all’utilizzo della radice amara risale al Papiro di Ebers del 1550 a.C.. Era molto diffusa anche fra gli antichi greci e romani, che la consigliavano come rimedio contro le malattie del fegato.

Apprezzata fin dall’antichità per le sue proprietà medicinali e alimentari, era nota agli antichi egizi che la citano in alcuni trattati come ingrediente fondamentale di numerosi rimedi a base di erbe.

I medici del tempo, per curare il mal di testa, consigliavano di applicare sulle tempie il succo fresco di questa pianta, unito ad aceto e olio di rosa, mentre per uso interno era utile per stimolare la funzionalità del fegato e dei reni.

Ricco di storia e perno di tradizioni culinarie locali, (sono numerose le ricette che i ristoranti di Soncino e dintorni propongono ai visitatori durante il periodo della Sagra delle Radici), questo prodotto ha un sapore unico, leggermente amarognolo e la sua forma ricorda quella di una carota.

Alimento diffusissimo nell’immediato dopoguerra (quando ne venivano prodotti ben 100.000 quintali l’anno ed una variante della Cicoria era tostata ed utilizzata come surrogato del caffè), ora è sempre più difficile da trovare. Tranne che a Soncino e dintorni (vedi Gallignano). Tutta colpa di un drastico calo della domanda, che dagli anni Sessanta ad oggi è diminuita dell’80 percento.

Eppure, le sue proprietà curative sono tantissime, in particolare: favoriscono l’assorbimento del ferro e sono adatte per chi soffre di anemia; attivano in modo selettivo la crescita nel colon dei famigerati batteri Bifidus, che evitano i processi di fermentazione nello stomaco; contengono l’inulina, che produce benefici effetti sull’intestino e sul sangue, svolgono un’azione depurativa eccezionale hanno un’azione disintossicante su intestino, fegato e reni. Un toccasana.

La radice amara contiene, anche, sostanze grezze quali cellulosa lignina, emicellulosa e pectina, particolarmente indicate per stitichezza, rigonfiamento dell’intestino, meteorismo e diabete.  Inoltre, è ricca di vitamina B1, B2, B6 e C, fosforo, potassio, magnesio, sodio, acido nicotinico e ferro.

Importanti personaggi del passato, come Plinio il Vecchio, ne hanno elogiate le sue virtù curative, ritenendola un eccellente depurativo del sangue. Il famoso medico greco Galeno la considerava “amica del fegato e non contraria allo stomaco”. Orazio (I sec. d.C.) consigliava di consumarla insieme alla Malva e alle olive per mantenere in forma e in salute il corpo. Nei banchetti delle famiglie ricche romane veniva servita in grandi quantità, accompagnata da uova di tordo, beccafichi e pavoni.

Santa Ildegarda di Bingen nel XII secolo la consigliava per le sue proprietà tonico-rigeneranti, mentre per Castore Durante era un eccellente rimedio per le donne con “mammelle languide”, poiché il succo della radice e delle foglie, applicato localmente, poteva donare un seno “pieno e turgido”. Nella tradizione popolare era usanza sistemare le foglie di questa pianta sotto il corpo delle partorienti per alleviarne i dolori.

In Germania è conosciuta con il nome “sponsa solis”, “sposa del sole” o di “guardiana delle strade”. Tali appellativi traggono ispirazione da un’antica leggenda che narra la storia di una principessa abbandonata dal suo sposo.

La ragazza, straziata dal dolore, non riusciva a sopportare la perdita del suo unico amore e prima di morire espresse il desiderio di potere continuare a vedere il suo principe. Dio commosso da tanta perseveranza, le concesse questa consolazione trasformandola nella pianta dai fiori celesti che tutti osserviamo sui prati e lungo i bordi delle strade.

Sempre in tema di amore si credeva che la radice, recisa con una lama d’oro o il corno di un cervo, potesse assicurare fedeltà e amore eterno.

Sempre secondo la leggenda, se raccolta precocemente nel giorno dedicato a San Pietro e Paolo, fungeva da potente talismano efficace per eliminare il malocchio, allontanare gli spiriti malvagi e rendere invisibile il suo possessore. In passato, nelle campagne erano in molti a svolgere il mestiere di “cicoriaro”: erbivendoli ambulanti che raccoglievano la Cicoria selvatica nei capi per venderla poi nei mercati rionali.

Nel linguaggio dei fiori, invece, simboleggia la frugalità e la temperanza e considerata simbolo di rinascita spirituale.

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