IL MATRIMONIO: ANCHE NEL CREMASCO OBBLIGATORIA LA “DOTE” CON ANNESSO “CORREDO” FATTO IN CASA PER LA SPOSA. ECCO LEGGI, USI, CONSUETUDINI E TRADIZIONI PER LE COPPIE DAL MEDIOEVO AD OGGI

22 Ottobre 2021 Di Renato Crotti

DI PIERLUIGI CANTONI

Era un’usanza in vigore dal Medioevo. In Italia è proseguita sino al 1975, quando il nuovo Diritto di Famiglia cambiò le regole. Una pratica prevista e codificata dalla legge con la quale la futura sposa o famiglia della sposa conferiva somme in denaro e/o beni al marito. Era la “dote” nuziale, indispensabile per contrarre matrimonio.

Nell’antichità, il contributo della donna era definito “ad sustinenda onera matrimonii” ed era un elemento indispensabile al matrimonio, sia fra i ceti altolocati che fra quelli popolari.

Dal Medioevo in poi si iniziò a parlare di “exclusio propter dotem”, cioè dell’esclusione delle donne dall’eredità paterna. In cambio, veniva assicurata alla ragazza un indennizzo costituito appunto dalla dote. Una pratica assai in uso, ma non vincolante.   

Il tema della dote è stato affrontato anche dalla professoressa Daniela Martinotti nel suo studio “La pratica della dote a Crema e nel Cremasco nel XV secolo dagli atti del notaio Matteo Bravio il Vecchio

Riguardo alla prassi dotale nel territorio cremasco, disponiamo di moltissime testimonianze documentali che ne attestano la consuetudine, anzi il diritto delle fanciulle ad essere dotate. Infatti, morto il padre tale obbligo passava ai fratelli e in loro assenza alla madre, o comunque agli eredi del defunto” scrive Daniela Martinotti, “per questo motivo, anche le famiglie cremasche fecero, dunque, uso della prassi testamentaria per regolare la successione patrimoniale, stabilendo, proprio tramite il testamento, l’esclusione della donna dai diritti ereditari, in virtù della dote da lei ricevuta in occasione, o in previsione, delle nozze.”

Lo studio approfondisce anche chi fossero gli “attori” che comparivano davanti al notaio. “Dalla maggior parte delle carte il donatore risulta essere il padre della sposa, oppure il nonno, mentre il ricevente è quasi sempre il padre dello sposo, o lo sposo stesso. Un esempio a riguardo ci è offerto dall’instrumentum datato 7 maggio 1485, riguardante la dote di Comina Lanaro, sposa di Francesco Bertolotti. Nella carta si legge che i contraenti risultano essere i rispettivi padri dei giovani: Giovanni Lanaro, che versa la dote di 100 libre imperiali – di valore medio basso rispetto a quelle attestate dal notaio Bravio – a Bertolotto Bertolotti” annota lo studioso. “In un altro caso, quale quello della dote di Augustina, figlia di Antonio Guerra de Anexio, riscontriamo che a versare la dote è sempre il padre della sposa, ma questa volta direttamente allo sposo Bertolotto, che il notaio precisa abitare a Madignano. Anche in questa transazione la somma risulta di 100 libre imperiali”.

Il matrimonio era poi contraddistinto da un altro codice comportamentale: la controdote, ossia i beni che secondo la legge lo sposo o la famiglia dello sposo corrispondeva alla sposa o alla sua famiglia successivamente al matrimonio.

Stabilita per legge e a favore della sposa, la controdote poteva consistere in denaro, beni immobili o introiti derivanti da interessi ed era solitamente proporzionale alla dote. Il suo importo poteva raggiungere un quarto dei beni dello sposo.

La finalità era di assicurare alla moglie le condizioni di vita preesistenti nel caso di decesso del marito, per la vedova ed il nucleo familiare. Sebbene la dote appartenesse di fatto alla sposa, l’amministratore era considerato il marito.

Alla morte del marito, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà. Se invece moriva prima la moglie, senza aver messo al mondo dei figli, il marito era tenuto a restituire la dote alla famiglia della sposa.

In Italia, fino al 1975, la dote era un bagaglio indispensabile e obbligatorio per la sposa e un onere necessario per padri e fratelli: non averla era per una donna una vera e propria tragedia, un ostacolo nel trovare un marito. Ovviamente la dote era proporzionata alle possibilità della famiglia della sposa e allo status sociale dello sposo a cui veniva concessa.

C’era poi un altro aspetto, diventato consuetudine a lungo rispettata: il corredo, portato in dono allo sposo e alla sua famiglia dalla futura moglie. Nelle famiglie, in passato, per ogni figlia femmina si cominciava il ricamo delle stoffe sin da quando queste erano bambine: ciò avveniva indipendentemente dall’estrazione sociale, che influiva solo sulla numerosità e sulla ricchezza dei tessuti.

Lenzuola, camicie, grembiuli, biancheria, tovaglie, coperte spesso fatte a mano, ricami, indumenti erano la parte principale del corredo. I pezzi erano 12 o multipli di 12, conservati in cassapanche di legno e dettagliati per iscritto su una lista.

Un corredo era composto da una parte per la casa ed una personale. In una famiglia borghese, ad esempio, il corredo per la casa era generalmente costituito da 24 lenzuoli doppi di puro lino ricamati a mano, 24 semplici, 36 coppie di federe, 12 asciugamani di tela d’Olanda più 6 per gli ospiti, 12 tovaglie d’organza più 6 per tutti i giorni e così via. La parte personale invece contemplava capi di biancheria, camicie da notte di seta, camicie di tela, mantelle, fazzoletti e via dicendo.

Oggi rimane nelle tradizioni di famiglia il voler far dono ai futuri sposi di lenzuola, asciugamani e tovaglie, sia nuove che facenti parte di un antico corredo tramandato da generazioni, sia per aiutarli nelle spese per il matrimonio da affrontare per la nuova casa, ma spesso perché si tratta di articoli che fanno parte della tradizione di famiglia o ricordi dei familiari scomparsi.

A differenza del passato, dove un corredo abbondantissimo era giustificato dal fatto di non poter fare spesso i bucati, per cui si necessitava di tanti ricambi e da spazi della casa molto ampi, oggi ha assunto un valore affettivo.

La dote ed il corredo in passato erano tutto ciò che la famiglia della sposa assicurava affinchè non mancasse nulla in casa, e quindi rappresentava un vero e proprio status sociale e finanziario della famiglia ed un notevole sforzo economico dei genitori per contribuire ad un futuro felice della propria prole.

Paradossalmente, trascorsi secoli, in alcune parti del mondo, specie tra le coppie molto abbienti, si assiste al ritorno del “contratto matrimoniale”, ma ahimè solo in vista di una possibile separazione.